La proposta governativa sull’aborto in Irlanda: si delineano le vie della strage.

di Massimo Micaletti

Come è noto, nel referendum dello scorso maggio, la maggioranza dei votanti dell’Isola Verde ha purtroppo scelto di abrogare l’ottavo emendamento della costituzione irlandese, che protegge(va) il concepito. A séguito del risultato, il governo di Leo Varadkar, premier irlandese e militante del Sinn Fein, si appresta a presentare al Parlamento la proposta di legge pe regolamentare l’aborto volontario.

Le proposte sono, anzi, due (una originaria ed una correttiva), si basano su un testo diffuso già nel marzo 2018[1], sono state approvate ieri ed oltre ad essere contro la vita del nascituro sono dichiaratamente contro i pro vita (alla faccia della libertà di scelta che pure viene sbandierata, ma ormai non ci crede più nessuno).

Riporta infatti la Reuters[2] che l’aborto sarebbe libero – occhio, “libero” – fino alla dodicesima settimana, per poi essere consentito, in un periodo successivo solo in caso di rischio serio ed immediato per la salute della donna (occhio, anche qui come nella 194 non si parla mai di “madre”) o di “anormalità” tale da portare il feto a morte probabile prima della nascita o poco dopo, sulla base del parere reso da due medici. Parrebbe esclusa quindi la soppressione del feto solo perché malato (Sindrome di Down, malformazioni compatibili con la vita etc.) ma resta aperta la trappola del “pericolo per la salute della donna”, concetto che viene notoriamente interpretato in senso quantomai lato per concludere che ogni e qualsiasi “difetto” del nascituro ne giustifica la distruzione. Quel che è più inquietante, non è previsto alcun limite massimo all’età gestazionale in cui l’intervento può, in questi casi, essere praticato: compare quindi lo spettro dell’aborto a nascita parziale e di tutte le svariate metodologie sanguinarie con cui vengono eliminati gli esseri umani oltre le dodici settimane dal concepimento.

È previsto un colloquio informativo ma solo in relazione agli aspetti medici dell’intervento, senza alcuna finalità di assistenza alla maternità, all’esito del quale il medico rilascia il certificato abortivo. Dalla data di rilascio del certificato devono trascorrere “almeno 72 ore” prima che la gravidanza venga interrotta.

Quanto alla copertura economica, l’aborto sarebbe somministrato dal servizio sanitario nazionale ma, nel caso dell’intervento prima delle dodici settimane, non è chiaro a quale titolo: infatti, in Italia e nelle legislazioni abortiste dei Paesi occidentali l’interruzione di gravidanza su un piano formale – ripeto, formale – non è praticabile a semplice richiesta ma è un vero e proprio trattamento terapeutico per il quale devono esistere specifiche indicazioni che non consistono solo nella gravidanza. Ad esempio, in Italia la Legge 194/78 all’art. 4 dispone: “Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura sociosanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia”. La formula è vaga ed in effetti anche in Italia l’aborto è de facto a semplice richiesta, ma è sufficiente a porre una serie di condizioni in assenza delle quali (in teoria) la madre non potrebbe chiedere la soppressione del concepito: su un piano teorico, l’aborto in Italia non è libero e questo è necessario non per apparenti ragioni di pietà verso il concepito o di regolazione del fenomeno ma solo e soltanto perché se non fosse un trattamento medico non sarebbe pagato dal Servizio Sanitario Nazionale. I testi proposti da Vradakar e dal Ministro della Sanità Harris parlano invece di introduzione del libero aborto fino alle 12 settimane: la libera e potestativa soppressione del concepito sarebbe un inedito, non a caso sperimentato per la prima volta in un Paese (forse solo apparentemente) cattolico. Tanto ciò è chiaro che i capi 5 e 6 del testo (che disciplinano l’aborto in caso di pericolo per la vita della donna o di feto con scarse probabilità di sopravvivenza) recitano espressamente che tali circostanze non riguardano il capo 7, che regola l’aborto entro le 12 settimane e che quindi non richiede alcuna specifica condizione per essere richiesto ed ottenuto. Non è previsto nella proposta alcun regime speciale per le minorenni.

Restando in tema, anche gli ospedali cattolici sarebbero obbligati a praticare aborti ma è prevista l’obiezione di coscienza. attorno alle strutture abortive dovrebbero essere creati dei cordoni di sicurezza (!!!) per tenere a distanza i pro life: la Turchia di Erdogan al confronto è un paradiso di libertà.

Da notare: nel testo viene almeno risparmiata l’ipocrita terminologia in uso nella 194 e in altre leggi occidentali che parlano di “interruzione della gravidanza”, come ad indicare un qualcosa che può riprendere in un secondo momento: il lemma ricorrente nella proposta irlandese è “termination”, ossia “fine, soppressione”. E del resto, ben sappiamo che ogni gravidanza è unica e diversa, essendo unico e diverso ogni figlio concepito, essendo unici e diversi i momenti della vita di una stessa donna.

Il commento della Dottoressa Ruth Cullen, esponente del fronte pro vita, è stato molto amaro: “Gli elettori si stanno rendendo conto che il piano del Governo è sempre stato di erogare l’aborto a semplice richiesta e solo non in un numero limitato di casi, come era stato falsamente sostenuto nella campagna referendaria”. Anche da questo punto di vista, la vicenda irlandese non è affatto peculiare: si parla di “pochi e limitati casi”, di “controllo”, di “sicurezza” e si finisce puntualmente alla giungla a cura e spese dello Stato. E si osservi che nel 2015, lo stesso Varadkar, all’epoca Ministro della Salute, aveva dichiarato “Io mi considero un pro life, dato che condivido che il conepito sia un avita umana con propri diritti e non sostengo l’aborto libero o a richiesta”![3]

Va precisato che si tratta del risultato di due proposte che comunque devono affrontare il vaglio del Parlamento, in cui la battaglia si preannuncia aspra; inoltre vanno attesi gli esiti di numerose contestazioni mosse in ordine alla regolarità delle procedure e degli esiti del referendum, che sono attualmente all’esame di diversi Tribunali[4] e che non consentiranno di votare sul punto prima di settembre. L’obiettivo di Varadkar è avviare le cliniche abortive entro gennaio 2019.

 

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[1] https://health.gov.ie/wp-content/uploads/2018/03/General-Scheme-for-Publication.pdf

[2] http://news.trust.org//item/20180710142651-bybmc/

[3] http://www.thelifeinstitute.net/blog/2017/11/24/the-changing-positions-of-varadkar-and-harris-on-abortion/

[4] https://www.irishtimes.com/news/crime-and-law/courts/high-court/three-court-challenges-initiated-to-abortion-referendum-result-1.3520188

2 Commenti a "La proposta governativa sull’aborto in Irlanda: si delineano le vie della strage."

  1. #Daniele   13 luglio 2018 at 11:28 am

    Ormai siamo arrivati al punto che, se una donna dice “Il bambino è maschio ed io volevo una femmina: questa cosa mette a rischio la mia salute psichica”, i medici le accordano l’aborto anche oltre il termine previsto, scrivendo sulla cartella clinica “aborto giustificato dal rischio per la salute della donna”.

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  2. #bbruno   13 luglio 2018 at 3:59 pm

    ma va bene così, Davide, facciamola finita con un popolo come questo, l’Europeo, che, se si è fatto prendere dalla frenesia di dissolversi,si dissolva in fretta: ci sarà più posto per i MIGRANTI, che renderanno Afric-asia questo lembo occidentale maledetto del continente asiatico, a nord dell’Africa, con grande gioia del papa nostro francesco…

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