Non chiamiamoli ‘buonisti’ e ‘radical-chic’ ma ‘conformisti’ e ‘global-kitsch‘

di Miguel

Dopo aver esposto le mie umili critiche a questo governo (critiche che hanno prodotto lo sdegno di chi scambia Conte con Carlo Magno) mi tocca passare alle opposizioni progressiste. 

Ho una proposta: smettiamo di chiamare quelli del popolo bue de sinistra “buonisti” e “radical-chic”.

Ormai, nel loro inconcludente ciarlare e nel vuoto culturale più completo, se ne beano. Intravedono un’etimologia positiva: buono, radicale, chic. Non possiamo chiamarli pro-scafisti, banderuole dei sodomiti e utili idioti, sarebbe contro la carità, ma almeno definiamoli “conformisti” e “global-kitsch”. Insomma evitiamo che si vantino e si inorgogliscano credendo di essere buoni e alla moda, quando mediamente sono soggetti massificati, refrattari al discernimento e spesso affetti da un certo grado di analfabetismo funzionale. 

Se per la definizione “conformisti” non c’è bisogno di spiegazioni (ovvero che si conformano acriticamente alle idee più banali e demenziali) per “global-kitsch” meglio spendere due parole.

Questi sono a tal punto eredi dei no-global che oggi lottano per la globalizzazione più schiavista, antisociale e “liberal” che si possa immaginare. Quindi sì: global.

Quanto a “chic”: “de che?” direbbero a Roma. Le carampane del sindacato con la maglia rossa sono chic? I carri dei pride sono chic? Discutibile. 

Meglio “kitsch”.

Definizione Treccani: 

“Nell’uso com., produzione di oggetti presuntamente artistici, ma in realtà caratterizzati da ornamentazione eccessiva e dozzinale, banali e di cattivo gusto. Più propriam. il termine (comparso in Germania verso il 1860 e diffuso con l’attuale connotazione limitativa nella letteratura critica tedesca tra il 1920 e il 1940) indica ogni degradazione in senso manieristico dell’opera d’arte che, nella moderna civiltà di massa, assume aspetti rispondenti, quasi sempre grossolanamente, alle esigenze estetiche di destinatarî mediamente acculturati: riproduzione in serie del prodotto artistico (quadro, scultura, ecc.), che diviene così economicamente accessibile a gran numero di persone a scapito della sua autenticità e unicità; sostituzione dei materiali originarî (carta anziché tela, plastica invece di avorio, alterazione di colori e dimensioni, e analogam., nella musica, sovrapposizione di un ritmo di danza moderno su un brano di musica classica); inserzione o aggiunta di elementi giustificativi (termometri a forma di torre Eiffel, barattoli contenitori a forma di statua, e sim.); alterazione anacronistica del contesto (cronologico o ideologico) in cui di necessità si colloca l’opera originale; adozione, di solito del tutto acritica, dei principî manieristici dello straordinario, dell’eccessivo, del sovrabbondante”.

Perfetto, no? Global-kitsch! L’inverso del Vero, del Buono e del Bello.

E badate: “conformista” e “global-kitsch” sono definizione buone per molte situazioni. Avete il parroco che invece di insegnare la vera dottrina è innamorato delle lagne eretico-globaliste di Enzo Bianchi o dei poster con Bergoglio che augura “buon pranso”? “Conformista” e “global-kitsch”.

Insomma, basta coi complimentosi “buonista” e “radical-chic”: senza voler offendere nessuno, proviamo con “conformista” e “global-kitsch”.

Non abusatene.

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