Pedro Sanchez tombarolo

di Eugenio Runco

Oggi pochissimi ricorderebbero la figura di papa Stefano VI se questi non si fosse eternamente coperto di ridicolo per aver ordinato e presieduto, nel febbraio dell’anno 897, la celebrazione del famigerato synodus horrenda. Il pontefice ordinò che la salma ancora putrescente del suo predecessore, papa Formoso, venisse riesumata dalle grotte di San Pietro, portata in Laterano e lì sottoposta pubblicamente ad un interrogatorio imbecille, al termine del quale sulla scorta di vaghe accuse politiche, fu spogliata delle vesti papali, mutilata delle tre dita della mano destra colle quali soleva impartire la benedizione apostolica, e dopo essere stata trascinata per venti giorni per le vie della città di Roma, gettata nel Tevere.

Evidentemente l’asprezza dei tempi aveva fatto dimenticare ai Romani di allora l’adagio virgiliano del parce sepultos. Ci avrebbe però pensato di lì a poco la Divina Provvidenza a farglielo rientrare a forza nella zucca, giacché le spoglie dell’ormai “fu papa” Formoso furono trascinate dalla corrente fino ad una insenatura, dove furono ritrovate da un monaco pio, guidato sul posto da una apparizione. Questi le recuperò e le conservò in segreto fino alla morte del papa regnante e all’avvento di papa Romano, il quale le riportò immediatamente in Vaticano e vietò solennemente che per l’avvenire si avessero mai a istruire processi contro i morti.

Su questa sparata di Stefano VI la retorica anticlericale, da Voltaire ad oggi, ha costruito castelli di pagine, e non solo quelle. Come non ricordare il suggestivo quadro di Jean Paul Laurens dal titolo “Concilio Cadaverico”? E tra l’altro è degno di nota che i fautori del risorgimento italiano si siano sempre accodati alla derisione straniera di Stefano VI quando invece avrebbero dovuto farne un campione, visto che quest’ultimo imputava al suo defunto predecessore proprio la colpa di aver sostenuto la fazione tedesca contro le ragioni di un imperatore italiano. Ad ogni modo, questa è un’altra storia.

Il giudizio storico contro Stefano VI, abbiamo detto, è talmente unanime da farlo sembrare quasi simpatico. Eppure, sebbene in molti conoscano questa vicenda incresciosa, nessuno ancora ha osato alzare un sopracciglio, borbottare un rimprovero, abbozzare uno spernacchiamento, o anche solo farsi una risata di fronte al grottesco concilio cadaverico che sta per celebrarsi nel Regno di Spagna. Laddove un verme, un tale Pietro Sanchez, è assurto alla carica di primo ministro per un gioco di palazzo, accontentandosi di meno di un mezzo mandato, pur di non chiamare il suo partito ad un agone elettorale che gli dava poche possibilità di conquistare lo scranno.

Pedro il breve, dunque, è un empio cento volte più meschino di Erostrato, perché mentre quello ambiva ad immortalare il suono del suo nome, costui invece mira soltanto a racimolare consenso per il suo partito, che come vi ho detto ne ha poco, e finora non ha trovato altro modo che maramaldeggiare una guerra codarda contro i defunti. Egli sta prodigandosi per esumare le spoglie mortali di Francisco Franco e di José Antonio Primo de Rivera, nonché quelle di più di ventimila combattenti della Cruzada, dal Valle de los Caidos, il sacrario monumentale e monastero benedettino, che in un’ottica di riconciliazione nazionale racchiude le tombe dei caduti della guerra civile spagnola appartenenti a entrambi gli schieramenti. A quanto dicono, pare che questa sia l’unica occupazione attuale dell’esecutivo.

Millecentoventuno anni dopo papa Formoso, i sedicenti “progressisti” vaneggiano tremende “leggi di memoria storica”, per istruire processi postumi, che permetterebbero al baldanzoso ministrello di Spagna di vincere, adesso, a tavolino la guerra persa ottant’anni fa sul campo di battaglia, e di far trofeo di un nemico che ha avuto la faccia tosta di morire nel suo letto.

La figura di Franco è controversa, anche chi scrive la considera eccessivamente tarata, perciò, fermo restando che la violazione dei sepolcri è cosa abbietta chiunque ne sia la vittima, ci si potrebbe anche sforzare di comprendere il rancore che può ancora suscitare. Tuttavia, pensare di poter coinvolgere in questa meschina resa dei conti colle ossa, una figura pura, meravigliosa e sacra quale quella di José Antonio Primo de Rivera, avvolta dell’aurea eroica e dolce del martirio, è sufficiente a far avvertire il fetore orrendo del sacrilegio.

L’accanimento del Sanchez è cieco, feroce e fanatico, e infatti invece che guadagnargli consenso, non sta facendo altro che riaccendere nel suo paese polemiche e inimicizie da tempo quiescenti. Non sappiamo se egli riuscirà nel suo folle proposito, ovviamente ci auguriamo di no, nel frattempo però sembra opportuno ricordare l’esempio di tutt’altro spessore offerto in un’analoga occasione dall’imperatore Carlo V, altro reggitore della Spagna. Questi dopo aver sconfitto a Mühlberg la lega di Smalcalda, ed essere entrato vittoriosamente nella piazzaforte di Wittemberg il 23 maggio del 1547, volle visitare la chiesa del castello, ove si trova la tomba di Martin Lutero. Entrato che vi fu, trovò i suoi soldati che avevano già tratto di fuori il corpo dell’eretico dal pavimento, e attendevano soltanto il permesso di metterlo al rogo, anche se da morto. L’imperatore, interrogato in tal senso, rispose soltanto: “ha già incontrato il suo giudice. Io faccio la guerra ai vivi, non ai morti”.

 

Un commento a "Pedro Sanchez tombarolo"

  1. #bbruno   23 luglio 2018 at 6:43 pm

    per dirla brutalmente, Sanchez farebbe bene a disseppellire suo padre e processarlo per aver fatto un figlio così intelligente!

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