«Se potessi credere in qualcosa, di certo crederei nella tua Chiesa»: la Fede, il Papa e l’autorità secondo tre scrittori cattolici inglesi del primo Novecento

di Luca Fumagalli

In Inghilterra, tra il XIX e il XX secolo, coloro che abbandonarono l’anglicanesimo per convertirsi alla Chiesa di Roma furono attratti soprattutto dalla certezza dottrinale e teologica del cattolicesimo, garantita dalla figura del Papa. Il contrasto con la religione di stato, del resto, era evidente: nei secoli il protestantesimo aveva vissuto interminabili dispute e scissioni, e anche la Chiesa nazionale, all’alba del Novecento, continuava a subire analoghe spaccature, incapace di opporvisi efficacemente. Le tendenze più disparate serpeggiavano in seno all’anglicanesimo, e tra “Low Church” e “High Church” non vi era nemmeno un’idea condivisa su quali fossero i veri sacramenti.

La conversione di Robert Hugh Benson (1871-1914) ben esemplifica le ragioni dei tanti che abbandonarono Canterbury per tornare a Roma. Nel romanzo distopico Il Padrone del mondo (1907) uno dei personaggi lamenta la dilagante secolarizzazione incolpando l’eccessiva libertà di coscienza concessa in seno al protestantesimo; questa gente, alla fine, «è stata costretta a riconoscere che una religione soprannaturale implica un’autorità assoluta e che il giudizio privato in questioni che riguardano la Fede non è nient’altro che l’inizio della disgregazione».

Nella sua autobiografia spirituale, Confessioni di un convertito (1913), Benson descrive la visita a un «eminente dignitario» della Chiesa d’Inghilterra, al tempo in cui stava meditando sulla possibilità di convertirsi: «Potrebbe essere detto che il prelato in questione sosteneva che sulla terra non esistesse alcuna autorità in grado di proporre le verità connesse alla Rivelazione». Quando era ancora anglicano, Benson sentiva di essere «un ufficiale di una Chiesa che non sembra conoscere nemmeno il proprio pensiero, persino nelle questioni direttamente legate alla salvezza delle anime». Solo poco alla volta, tra mille difficoltà, il futuro monsignore giunse a comprendere «l’assoluta necessità di un’autorità vivente».

L’autorità riveste un ruolo centrale – come da titolo – anche nel romanzo storico Con quale autorità? (1904), ambientato all’epoca delle persecuzioni elisabettiane. Uno dei protagonisti, il protestante Anthony Norris, è attraversato da un dubbio angosciante: «Per la prima volta stava sperimentando la necessità logica e spirituale di un giudice infallibile nelle questioni di Fede; e la Chiesa cattolica era l’unica che professava di esserlo».

L’attitudine di Benson era tipica di molti altri scrittori inglesi. I personaggi di Maurice Baring (1874-1945), per esempio, ritornano insistentemente sulla questione. Beatrice, in C (1924), dichiara che lei accetta «i dogmi garantiti da quell’autorità al cui albero maestro ho inchiodato la mia bandiera», e in Daphne Adeane (1926) Fanny si reca a chiedere aiuto a Padre Randall proprio perché quest’ultimo «ha l’autorità della Chiesa» e perché la donna vuole «un consiglio autorevole sulla questione, non quello degli scribi». Il leitmotiv della falsa autorità degli scribi è presente pure nel già citato C. Il protagonista, affascinato dalla Chiesa di Roma, ma non ancora del tutto convinto, scrive così alla cattolica Beatrice: «Se potessi credere in qualcosa, di certo crederei nella tua Chiesa. Ha l’aspetto di un fatto solido, è una realtà, è qualcosa di differente da tutte le altre ([…] ha l’autorità, non come gli scribi)».

Tale atteggiamento non si limitò ai soli convertiti. Hilaire Belloc (1870-1953), nato e cresciuto cattolico, fu uno dei più focosi difensori in Inghilterra del primato petrino. Negli ottimi Essays of a Catholic (1931) scrisse: «[le dottrine della Chiesa cattolica] formano un unico tutto, che non è solo una guida completa su come vivere correttamente in questo mondo, ma è anche e soprattutto l’unico gruppo di affermazioni valide sulla natura delle cose. Condividere questo significa essere cattolici. Metterlo in dubbio o rifiutarlo è opporsi al cattolicesimo». Secondo Belloc, quindi, l’obbedienza richiesta al semplice fedele deve essere assoluta: «Il cattolico accetterà la dottrina stabilita e la preferirà a ogni possibile conclusione personale, frutto della sua esperienza limitata, del suo giudizio e dei suoi poteri».

La peculiare storia del cattolicesimo britannico, i cui intellettuali di punta erano, per la maggior parte, convertiti alla ricerca di un’autorità infallibile e certa, impedì che in Inghilterra il modernismo diventasse un pericolo diffuso (come fu invece in Francia). Specialmente sotto il pontificato di San Pio X – che, secondo Padre Martindale, fornì a Benson il modello per il Papa protagonista de Il Padrone del mondo – in tanti mantennero un attaccamento filiale alla Santa Sede, del tutto simile a quello dei cattolici “intransigenti” del continente (come ricorda Griffiths in The Pen and the Cross, p. 129). Non mancarono esagitati, contestatori o eredi dello “spirito cisalpino” del XIX secolo, ma certamente tra questi ultimi non possono figurare i nomi di Benson, Baring e Belloc.

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