di Luca Fumagalli

 

Castaway on the Moon, film coreano del 2009, per la regia di Lee Hae-jun, è un vero capolavoro, purtroppo quasi del tutto ignorato dal pubblico e dalla critica italiana.

Kim Seung-geung è un impiegato ridotto sul lastrico, senza più nulla per cui vivere. Decide quindi di farla finita, lanciandosi da un ponte nel fiume che passa per Seul. Il suo suicidio, però, non ha successo: si ritrova su una piccola isola deserta, circondato dall’acqua, a un centinaio di metri dalla metropoli. Se all’inizio Kim Seung-geung vuole disperatamente tornare alla civiltà, poco alla volta impara ad apprezzare la strana situazione in cui si trova e prende a considerare l’isola come una nuova casa.

Intanto, in città, la giovane Kim Jung-yeon conduce una vita in isolamento, interamente spesa sui social networks. Un giorno, mentre sbircia fuori della finestra con la sua macchina fotografica – con la quale è solita scattare fotografie alla luna – nota lo strano naufrago. Da quel momento i due instaurano un rapporto d’amore innocente grazie a dei messaggi che lei gli manda nottetempo, chiusi in bottiglie di vetro, attenta a non farsi vedere da nessuno.

Al suo secondo film da regista, Lee Hae-jun regala al pubblico una prestazione meravigliosa. Non solo i movimenti di macchina sono eleganti e calibrati, ma anche la fotografia e la colonna sonora sono superbe; si integrano alle immagini per raccontare una storia delicata e commovente, un inno alla vita che prende le mosse da un imprevisto, da una sorta di resurrezione, da una seconda possibilità che il destino (o Dio) concede  a Kim Seung-geung. Può così iniziare una relazione a distanza che ha il sapore della rivoluzione, un incontro di sguardi che stravolgerà totalmente le esistenze dei protagonisti.

Castaway on the Moon, oltre a essere una riuscitissima critica alla modernità, volgare e disumanizzante negli anti-valori che propone, è un magnifico inno alla vita, un invito a riscoprire dietro le difficoltà e i drammi del quotidiano un senso che tutto attraversa. Il “naufrago sulla luna” – questa è la traduzione del titolo della pellicola – è dunque una riuscitissima allegoria dell’uomo, alla ricerca di un motivo per cui valga davvero la pena vivere.