De Gasperi santo?

 

 

di Cristina Siccardi

 

L’onda dell’interesse sui miti politici dello Stato laico è crescente da parte della Chiesa. L’attenzione che viene posta, per esempio, a determinate personalità della Democrazia Cristiana è assai rischiosa per l’immagine sempre più sbiadita di Pastori che si occupano di politica in maniera troppo ravvicinata, trascurando senza ritegno la cura delle anime.

Dopo aver parlato del caso La Pira e del caso Aldo Moro su Corrispondenza Romana, questa settimana ci occupiamo di Alcide De Gasperi (Pieve Tesino, 3 aprile 1881 – Borgo Valsugana, 19 agosto 1954), la cui causa di beatificazione si aprì nel 1993 nella diocesi di Trento.

Lo scorso 12 luglio Avvenire ha pubblicato un articolo di Luciano Moia dal titolo eloquente: Dopo La Pira, anche Sturzo e De Gasperi? Quei politici con l’aureola.

Dopo aver citato i nobili casi del martire san Tommaso Moro, ucciso atrocemente per mano della corona inglese anglicana, e la Regina beata Maria Cristina di Savoia, qui si cerca di giustificare l’ingiustificabile attraverso giri di parole, un metodo assai utilizzato da coloro che hanno tradito l’essenza della Fede: «Non si tratta di “santificare” la politica ma, al contrario, di indicare che anche in un settore in cui l’arte della mediazione può diventare ad ogni istante immorale compromesso, esistono figure luminose capaci di far prevalere l’esercizio della carità sulla tentazione del potere, della corruzione, degli interessi di parte. Se per chi fa politica è indispensabile “sporcarsi le mani”, cioè accettare il confronto con la concretezza di situazioni anche delicate e imbarazzanti, non è però obbligatorio “sporcarsi l’anima”, ossia oscurare i valori per far prevalere le logiche contrarie al bene comune».

Primo Presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana, firmatario della Costituzione, erede di don Luigi Sturzo, fondatore della Democrazia Cristiana, Alcide De Gasperi collaborò con Palmiro Togliatti per la vittoria antimonarchica, con i ben noti brogli, al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ed è considerato uno dei padri dell’Unione Europa, quella anticristiana e tecnocrate.

Alcide De Gasperi è anche colui che aprì la DC a sinistra, già prima di Aldo Moro, atto sciagurato secondo alcuni, fra cui l’irreprensibile Giovannino Guareschi, che pubblicò il 31 gennaio 1954 sul settimanale Candido, da lui diretto, due lettere, risalenti a dieci anni prima, mentre era in corso la seconda Guerra mondiale, firmate proprio da De Gasperi e dirette al generale britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, chiedendo il bombardamento di alcuni punti nevralgici di Roma, come l’acquedotto, «per infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano» nei confronti di fascisti e truppe tedesche.

De Gasperi denunciò Guareschi per diffamazione e lo mandò in carcere, al San Francesco di Parma, dove rimase dal 26 maggio 1954 al 4 luglio dell’anno dopo.

L’autore cattolico e monarchico non ricorse in appello e De Gasperi, che era stato in prigione a motivo della sua lotta antifascista, commentò la sentenza dichiarando: «Sono stato in galera anch’io e ci può andare anche Guareschi».

Una brutta storia davvero, visto che il 17 dicembre 1958 i giudici dichiarano estinto per amnistia il reato di falso e assolsero Enrico De Toma, che era stato la fonte delle lettere, dall’accusa di truffa per insufficienza di prove, con l’ordine di distruggere i documenti.«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione» aveva affermato Guareschi alla vigilia del suo ingresso in carcere, dove si presentò con la stessa sacca della prigionia avuta nei campi tedeschi come internato militare italiano dopo l’8 settembre del 1943.

De Gasperì morì il 19 agosto 1954, mentre Guareschi scontava la condanna. Lascia scritto il padre di Don Camillo e Peppone: «Mi ha invece rattristato la morte improvvisa di quel poveretto. Io, alla mia uscita, avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno».

Alcide De Gasperi ha più volte masticato amaro di fronte a certe direttive del magistero della Chiesa e ciò lo si evince persino in un libro recentemente curato dalle figlie Maria Romana e Paola De Gasperi, De Gasperi scrive (San Paolo), libro proposto per capire e rilanciare il progetto europeo, come sostiene Angelino Alfano, l’ex ministro degli Esteri, il quale, da quando ha rinunciato a ricandidarsi, ha scelto il silenzio stampa e si è dedicato all’attività della Fondazione Alcide De Gasperi.

Egli ha detto: «Le rivoluzioni le fanno i popoli, ma ci sono personalità straordinarie che possono forgiare il destino dei popoli stessi. Dobbiamo restituire progettualità all’azione comunitaria, anche con gli opportuni avanzamenti istituzionali per dare basi più solide alle conquiste di questi 60 anni, bisogna andare avanti con l’Europa provando tutte le strade» (in: http://formiche.net/2018/03/de-gasperi-scrive-europeo/), anche quella della santità laica, ghiotto strumento per offrire riferimenti sia ai credenti, sia ai non credenti.

La storia dell’Italia post-bellica ebbe inizio nella notte del 4 gennaio 1947, quando il Presidente del Consiglio De Gasperi si imbarcò sull’aereo che lo condusse negli Stati Uniti per trattare con il Presidente degli Stati Uniti Truman: un viaggio diplomatico che segnò un cambiamento epocale per l’Italia distrutta dalla guerra; ma che, secondo molti studiosi, quel viaggio sarebbe anche all’origine di una storia nazionale di sovranità limitata, di misteri, di intrighi, di verità non rivelate, di poteri forti e occulti che hanno tramato contro lo Stato e contro la cultura cattolica nel senso pieno della parola.

Poniamo una semplice domanda, al di là di tutti i casi giudizialmente irrisolti dell’Italia di quegli anni (pensiamo al clamoroso caso Enrico Mattei), perché la DC decise di lasciare in appalto alle sinistre tutto il campo della cultura (artistica, letteraria, cinematografica…) e dell’istruzione? Forse una merce di scambio per barattare con qualcos’altro? Forse un compromesso fra DC, PSI, PCI? Forse un ricatto? Forse un’incapacità, da parte della DC, di offrire intellettuali all’altezza di quelli lanciati e intraprendenti della sinistra? Forse disinteresse? O forse le sirene delle avanguardie progressiste avevano concentravano l’attenzione degli stessi democristiani comunque già nati con una forte simpatia per il dialogo con il mondo rivoluzionario?  Comunque sia la risposta sappiamo per certo che il prezzo è stato altissimo e pesantissimo, un prezzo che anche la Chiesa ha pagato e sta pagando tuttora. E in tutto questo Alcide De Gasperi, con i suoi amici e collaboratori di partito e di idee, è stato responsabile.

Molto significativo risulta l’incidente diplomatico incorso nel 1952 fra Papa Pio XII e De Gasperi. Per il timore di un’affermazione in Italia delle posizioni marxiste, il Vaticano avallò per le elezioni amministrative del comune di Roma l’iniziativa che prospettava un’ampia alleanza elettorale che coinvolgesse, oltre ai quattro partiti governativi, anche il Movimento Sociale Italiano e il Partito Nazionale Monarchico: la Santa Sede dell’epoca non avrebbe accettato che la capitale, sede della Cristianità Cattolica, potesse essere amministrata da un sindaco comunista. Tuttavia De Gasperi si oppose nettamente a questa ipotesi non solo per il suo essere antifascista, ma anche per sostenere la sua visione profondamente laica dello Stato.

Affermò con decisione: «Se mi verrà imposto, dovrò chinare la testa, ma rinunzierò alla vita politica»  (in I. Montanelli, I protagonisti, Rizzoli Editori, Milano 1976, pp. 136-139). A cedere non fu il politico laico, bensì il Sommo Pontefice, il quale aveva persino inviato al leader della DC il noto predicatore dell’epoca, Padre Riccardo Lombardi Sj, nel vano tentativo di persuaderlo. Ma non ci fu nulla da fare. Quell’anno Pio XII non ricevette in Vaticano, in occasione del trentennale delle nozze, la coppia Alcide De Gasperi e Francesca Romani.

De Gasperi non è santo perché non risponde ai parametri della santità cattolica. Le scelte pubbliche che egli fece sono discutibili; non morì in odore di santità (presupposto fondamentale); non si è diffusa una fama di santità; non fu intermediario di miracoli. La fama di santità non può essere costruita a tavolino da chi lo desidera, per ragioni politiche ed ideologiche, innalzato all’onore degli altari.

Buono? Di animo gentile? Religiosamente praticante? Se anche si rispondesse affermativamente a tali quesiti, essi non potrebbero mai e poi mai essere caratteri sufficienti per essere dichiarati santi poiché il giudizio di santità è questione assai seria e rigorosa per la Chiesa di Cristo. Le tre virtù teologali e le sette virtù cardinali devono essere tutte praticate e tutte devono eccellere: «La virtù eroica dei santi è […] l’indizio più eloquente della divinità della Chiesa. E di solito, questo indizio è esso stesso autentificato, riceve il sigillo della Chiesa che si porta garante della sua propria santità: è la canonizzazione, atto solenne con cui il sommo pontefice, giudicando in ultima istanza ed emettendo una sentenza definitiva, dichiara la virtù eroica di un membro della Chiesa» (cfr. Don Jean Michel-Gleize, in Courrier de Rome, febbraio del 2011, Anno XLVI n° 341 (531), pp. 1-7).

Fra le molteplici e severe qualità che giustamente una Chiesa di Roma credibile pretende da un vero santo e non da un mito di un gruppo di potere, c’è quella di essere servitori della Chiesa: De Gasperi servì la DC, non la Chiesa di Cristo. Con le elezioni del 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana da lui guidata ottenne il 48% dei consensi, con una tale maggioranza il suo partito era in grado di governare da sola, ma il politico trentino non volle e sollecitò la collaborazione di laici liberali, socialdemocratici e repubblicani anticlericali.

Secondo Montanelli, ancora nel suo libro I protagonisti (ivi, p. 138), «De Gasperi li aveva imbarcati nel suo ministero appunto per sottrarre il suo partito al pericolo di diventare vassallo della Chiesa e per sottrarre la Chiesa alla tentazione di servirsi del partito per governare l’Italia come una parrocchia».

 

 

Fonte

Si leggano anche:

 

3 Commenti a "De Gasperi santo?"

  1. #Piccione   1 Ago 2018 at 6:39 pm

    Dobbiamo ringraziare De Gasperi e la sua D.C. se l’INDISSOLUBILITA’ del matrimonio non fu inserita in costituzione.

    <>

    Fonte: http://ilcardinalepiazza.altervista.org/lintervento-del-card-piazza-nel-1947-favore-dellindissolubilita-del-matrimonio/

    Fu proprio tale mancanza a permettere l’introduzione del divorzio poco più di vent’anni dopo.

    A questo proposito segnalo la seguente conferenza di DON FRANCESCO RICOSSA (43:00): https://www.youtube.com/watch?v=wZvdFtfZeWA&index=2&list=PL1jRS0SxL363Qv3kjb0MBIOBXmD7rn_o6

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  2. #Piccione   1 Ago 2018 at 7:04 pm

    Riporto qui il testo che doveva essere tra virgolette nel precedente commento:

    “Già il mancato riconoscimento, nella Carta costituzionale, del matrimonio quale vincolo indissolubile costituì una delle più gravi colpe del partito, asseritamente cattolico, qual era la Democrazia cristiana.

    Se si leggono gli Atti dell’Assemblea costituente, quando si doveva votare in maniera decisiva su quest’aggettivo, molte furono le defezioni, non tanto negli schieramenti avversi, comunista e liberale, quanto proprio tra le fila della D.C.

    In effetti, il c.d. emendamento Grilli, che escludeva dalla formulazione dell’elaborando futuro art. 29 Cost. l’aggettivo – al matrimonio – indissolubile passò nell’Aula per appena tre voti! Nella notte del 23 aprile 1947, il suddetto emendamento fui approvato con 194 voti contro 191, a scrutinio segreto. Per questo, il termine indissolubile non fu inserito nella Costituzione.

    Ciò fu possibile perché TRADIRONO BEN TRENTASEI DEPUTATI DEMOCRISTIANI, che risultarono assenti. Anzi, addirittura molti di questi uscirono dall’Aula al momento del voto e vi rientrarono subito dopo, a votazione conclusa.”

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  3. #bbruno   1 Ago 2018 at 11:15 pm

    tranquilli: faranno santo PaoloVi, distruttore (per tentativo) della Chiesa,faranno santo anche costui, distruttore (riuscito) dell’Italia (certo, insieme ai compari suoi figli tutti della vedova)
    I

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