I romanzi di Ronald Firbank: la Chiesa, il kitsch e la vacuità del mondo

di Luca Fumagalli

Ronald Firbank (1886-1926) fu una delle figure più straordinarie della letteratura inglese di inizio Novecento. Alfiere del “camp”, ovvero della volontaria ricerca del kitsch e del cattivo gusto, nel corso della sua carriera di scrittore produsse diversi romanzi – tra cui Valmouth (1919), Prancing Nigger (1924) e Concerning the Eccentricities of Cardinal Pirelli (1926) – in cui il cattolicesimo fungeva da sostrato e trampolino di lancio per condurre il lettore verso assurdi voli pindarici, follie e cavalcate chimeriche.

Studente a Cambridge tra il 1905 e il 1909, Firbank fu influenzato, nella sua attitudine verso la religione, dagli autori del decadentismo, vivendo la dimensione spirituale dell’esistenza con la tipica affettazione fin de siècle. Comunque, mentre si trovava all’università, decise di convertirsi al cattolicesimo grazie all’incontro con mons. Robert Hugh Benson. È possibile che sia stato proprio quest’ultimo a introdurre il giovane dandy agli scritti di Huysmans che tanto influenzò il suo stile. Al pari di Baron Corvo, il rapporto di Firbank con la Chiesa fu, fino alla fine dei suoi giorni, tutt’altro che semplice, un continuo oscillare tra odio e amore. Del resto anche nei suoi lavori migliori le parodie, le espressioni oltraggiose e le volgarità convivono con un sincero fascino per il cattolicesimo e per i suoi riti.

Firbank fu un autore d’avanguardia. Scrollandosi di dosso i paludamenti letterari degli anni Novanta dell’Ottocento, diede il la a un nuovo modo di intendere la scrittura. Piegò il decorativismo dei decadenti per farne un delirante flusso di coscienza. I suoi personaggi sono ridotti alle grottesche maschere di un quadro di Ensor, mentre la trama scompare progressivamente dietro cumuli di allusioni. I romanzi, tutti piuttosto brevi a causa di un preziosismo che si può assaporare solamente a piccoli sorsi, pena la nausea, riescono nel provocatorio obiettivo di distrarre il lettore dal quadro generale per dirottarne continuamente l’attenzione verso la cornice. La delicatezza della prosa, il retrogusto chic dell’aggettivazione, le deliziose conversazioni dei protagonisti e la loro inguaribile futilità contribuiscono a dare corpo a romanzi affascinanti, di non facile lettura, ma che svelano quel fondo di vanitas vanitatum che è l’esistenza terrena.

Dietro l’apparente leggerezza, i libri di Firbank nascondono infatti una profonda critica nei confronti della società. Per la prima volta – e senza dover finire in prigione, come Oscar Wilde – il dandy si rende conto che al di là del luccichio delle paillettes e dei lustrini c’è un vuoto che niente o nessuno può colmare. L’uomo è fondamentalmente solo; senza Dio è ridotto a una marionetta impegnata a recitare la sua parte in un perenne alternarsi di commedia e tragedia: «Pecchiamo tutti senza distinzione e ricopriamo i nostri peccati di chiffon e diamanti». Questa intuizione venne ripresa anni dopo da Evelyn Waugh, uno degli estimatori d’eccezione di Firbank (tra l’altro è probabile che Anthony Blanche, l’esteta omosessuale di Ritorno a Brideshead, sia il frutto di un’azzeccata fusione tra la personalità di Firbank e quella di Harold Acton, amico di Waugh).

Tracce della poetica e dell’attitudine di Firbank verso la religione si ritrovano pure in altri scrittori cattolici come il canonico John Gray – si pensi alla fantasmagoria di Park – e Alice Thomas Ellis, la cui pungente ironia inquisitoriale è un marchio di fabbrica ben noto.

Ronald Firbank, per quanto oggi quasi del tutto dimenticato, almeno in Italia, ricoprì dunque un ruolo importante nell’alveo della letteratura cattolica britannica. Forse non regalò romanzi indimenticabili, di certo non ne scrisse mai di ortodossi, ma la sua poetica fu determinante per la nuova generazione degli autori “papisti”. Presa a prestito, e convertita a finalità apologetiche, essa segnò la definitiva rottura con l’epoca vittoriana e aprì le porte a una rinnovata atmosfera culturale, la stessa da sorse il Padre Brown di quell’altro inguaribile mattacchione che fu G. K. Chesterton.

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