Il libero aborto: perché la partita giocata in Argentina non riguarda solo l’Argentina.

di Massimo Micaletti

Il voto del Senato argentino, contro ogni aspettativa – dato il trend dei Paesi occidentali – ha sovvertito il via libera precedentemente espresso dalla Camera al disegno di legge che liberalizzava l’aborto fino alla quattordicesima settimana: è indubbiamente un’ottima notizia, che però va osservata quantomeno da due profili.

Il primo, cruciale, dato oggettivo, è che l’aborto in Argentina non è comunque illegale: l’attuale disciplina lo consente in caso di stupro o malattia del nascituro. Lo Stato argentino, quindi, già oggi, a diritto vigente, permette la soppressione del concepito, sebbene in un numero ristretto di casi che sono comunque bastevoli a violare il diritto alla vita dell’innocente.

Veniamo al secondo aspetto: la proposta bocciata avrebbe introdotto l’aborto a semplice richiesta fino alla quattordicesima settimana. Ora, il fulcro del problema non è solo la settimana di gestazione (quattordicesima, mentre altrove è invalso il limite delle dodici settimane: l’una vale l’altra, sono termini del tutto arbitrari) quanto piuttosto che in Argentina si voleva introdurre (ed in Irlanda si è introdotto) l’aborto libero, a semplice domanda della gestante. Si tratta di una svolta preoccupante, nata dai Paesi anglosassoni e lontana dall’impostazione giuridica europea ma in rapida espansione, impostazione cui pure l’Argentina deve molto per evidenti ragioni storiche. Fino a poco tempo fa, nelle legislazioni abortive per giustificare l’interruzione di gravidanza si sollevavano sempre ragioni di natura lato sensu medica e non legate alla libera disponibilità della gestante. Tale espediente, meramente formale perché il vero scopo delle legislazioni abortive è sempre e comunque permettere la soppressione del concepito per mera scelta della madre, che esistano o no ragioni sanitarie, aveva tre punti di “vantaggio” per gli abortisti: 1) salvaguardava l’idea di maternità come condizione indisponibile, in quanto l’interruzione di gravidanza non era vista come una libertà ma come una cura; 2) consentiva di comprendere l’aborto nella (famigerata) salute riproduttiva, sicché poteva addirittura essere considerato non più un diritto civile ma un diritto umano; 3) poneva l’interruzione di gravidanza a cura e spese del servizio sanitario. Era, ripeto, un furbo espediente che ha sinora costretto più di una Corte costituzionale ad equilibrismi per conciliare la possibilità della soppressione del concepito e la tutela del diritto alla vita[1].

Il fatto che, nelle proposte più recenti, si parli invece di aborto “liberotout cour è indice non solo di una manifesta esplosione delle ragioni dei pro choice, che ritengono di non dover più appellarsi a pretesi problemi di salute per l’interruzione della gravidanza (cade il velo ipocrita perché tutti sappiamo che l’aborto nella stragrande maggioranza dei casi non ha nulla a che vedere colla salute della donna, che anzi ne esce ferita, spesso per sempre) quanto piuttosto di un ripensamento della concezione della medicina assolutamente coerente col quadro che si è già delineato a proposito del fine vita e della c.d. pillola del giorno dopo o dei cinque giorni dopo.

L’arte medica non è più tesa a rispondere a bisogni di terapia ma è utilizzata quale insieme di tecniche volte a soddisfare i desideri e le richieste del cliente (non più paziente) che non vuole essere curato, vuole solo che qualcuno faccia per lui (lei) qualcosa che lui (lei) non può fare. Così è per la pillola del giorno dopo o dei cinque giorni dopo, che vengono dispensate senza prescrizione medica; così è per la soppressione del malato o morente, in cui, su richiesta dello stesso o dei suoi congiunti o addirittura su ordine di un Tribunale, i sanitari attuano un trattamento che è finalizzato non a guarire e tantomeno a curare ma solo a soddisfare, attraverso la morte di chi lo subisce, la richiesta stessa; così è per il libero aborto, in cui conta solo ed esclusivamente il desiderio della gestante di eliminare il concepito a spese dello Stato e grazie a persone pagate per questo.

Si tratta della codificazione espressa di un cambiamento che la Medicina non ha mai affrontato, se non per aspetti marginali, che la riduce a strumento avanzato di cosmesi esistenziale: è un’idea che sovverte la natura stessa del sapere medico, che non era stato pensato ed affinato per questo. Un medico che compie un aborto o un’eutanasia non è medico come chi salva un bambino o un paziente, è diverso. Il medico che fa nascere i bambini che quello che li fa a pezzi in utero hanno le medesime conoscenze (a volte sono la stessa persona: pensiamo ai ginecologi non obiettori) ma ne fanno un uso diverso perché hanno una concezione diversa del loro ruolo. E’ come se uno utilizzasse una lente non per guardare meglio ma per appiccare il fuoco: la lente è la medesima ma le azioni compiute sono differenti e differente è in sé l’attore.

Questa sovversione arriva ora ad esprimersi manifestamente anche in termini di proposte di legge, quindi investe il campo del Diritto che vede messo in discussione il principio della inviolabilità della vita umana innocente non per pretese ragioni di terapia ma apertis verbis per la scelta di chi ne dovrebbe avere maggior cura. Ebbene, se c’è qualcosa di peggio dell’aborto legale è l’aborto legale a semplice richiesta, che è la espressa nullificazione della vita dell’essere umano prima della nascita: a questo punto, se il criterio è la mera volontà della madre, quattordici o trenta settimane di gravidanza sono la stessa cosa. Si tenga presente, peraltro, che la gestante non può abortire da sé: l’aborto legale a semplice richiesta impone pertanto che lo Stato metta a disposizione medici e strutture mediche per un trattamento che non ha nulla di terapeutico ed ha il solo ed esplicito fine di assecondare un desiderio.

Un ultimo corollario, a scanso di equivoci: queste riflessioni non comportano affatto l’urgenza di difendere la 194/78 e in generale le legislazioni che considerano l’aborto una terapia perché, almeno in linea teorica, confinando l’aborto in una prospettiva terapeutica, sarebbero meno gravi rispetto a norme totalmente permissive. La 194 non va assolta né difesa, va anzi costantemente e coerentemente attaccata ed erosa punto su punto: se l’aborto a richiesta è riuscito ad entrare là ove (in Irlanda) non c’era quello per terapia, a maggior ragione potrà affermarsi lì ove esistono già strutture ed un humus culturale assuefatto all’idea che ciascuno di noi, piuttosto che nascere, poteva essere tranquillamente fatto a pezzi e gettato tra i rifiuti speciali. Queste battaglie non si giocano mai stando in difesa, non si vincono mai stando in difesa, non si fanno reagendo ma agendo.

I fatti dell’Irlanda e dell’Argentina, apparentemente diversi ma uniti dalla (compiuta o tentata) legalizzazione dell’aborto a richiesta, richiedono non solo una salda resistenza sulle mura, ma una sortita nel campo avversario, come stanno facendo i pro life americani e hanno tentato di fare i polacchi. Solo questa strategia paga.

[1] Ad esempio, la nostra Corte costituzionale nella sentenza 35/97, a quasi vent’anni dall’approvazione della Legge 194 e dopo aver più volte eluso la questione della compatibilità colla Costituzione ha inscritto l’aborto nell’ipotesi dello stato di necessità, per cui la distruzione del nascituro è consentita per proteggere la madre dal grave danno alla salute psichica che la maternità indesiderata le comporterebbe: i rilievi a questo modo di ragionare sono tantissimi, ma non è questa la sede per approfondirli.

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