di Massimo Micaletti

Sulla questione leva obbligatoria mi piace ricordare un’eccellente risposta di Giordano Bruno Guerri, resa su un tema simile.

Siamo negli Anni Novanta, AN con Fini è in ascesa tanto che, secondo alcuni sondaggi, più di un giovane su tre si dichiara di Destra. Occhio, parliamo degli Anni Novanta: non c’erano centomila immigrati all’anno (arrivavano però gli albanesi e già pareva un’invasione), l’economia tirava ancora abbastanza, le tasse c’erano ma c’erano anche i condoni e roba simile. L’Euro era una stella lontana e gli italiani erano europeisti alla cieca tra un cappuccino e la casa al mare.

 

In una trasmissione televisiva, Giordano Bruno Guerri viene invitato a commentare il dato sulla propensione dei giovani verso la Destra, portato peraltro da una conduttrice (ora non ricordo chi) allarmatissima per il pericolo di un ritorno al fascismo (ovviamente), tanto che viene chiamata in causa la questione “nostalgia fascista” o giù di lì.

 

La risposta di Guerri è più o meno questa (metto le virgolette per esposizione, non ricordo le sue esatte parole): “Ma se fosse vero, se i giovani di oggi avessero davvero nostalgia del fascismo, dovremmo chiederci come possano aver nostalgia di qualcosa che non hanno mai conosciuto. E’ evidente che ciò che chiedono questi giovani è altro: se molti giovani si dicono di Destra o forse addirittura fascisti, è perché in realtà chiedono ordine, hanno bisogno di ordine. Associano la Destra, il fascismo all’ordine“. Ora, in questi nostri tempi sgangherati perché privi di speranza, lontani secoli dagli Anni Novante, il consenso sulla reintroduzione della leva “perché i genitori non educano più” a mio sommesso avviso è la reiterazione di quella stessa inascoltata domanda: ordine. ordine nella società ma anche nelle relazioni tra persone e generazioni.

 

Però, come sovente accade di questi sgangherati tempi, chi chiede educazione è poi il primo a delegarla: alla leva militare, alle comunità di recupero, agli oratori, alla scuola. Figlia di una visione romantica, è nata così da tempo la singolare dicotomia per cui la famiglia è il luogo degli affetti, ma l’educazione avviene fuori, nei contesti piò o meno istituzionali più disparati. Eh no, non funziona così: certo quelli possono essere contesti anche educativi (ma pure diseducativi) ma non ne è la primaria funzione. E’ come dire che un’automobile ha il condizionatore ma lo scopo essenziale di un’automobile, la sua natura, la sua funzione non è il tenere al fresco le persone. E’ la famiglia che deve educare, non si scappa.

 

Ma l’educazione – intesa non soltanto come buone maniere e rispetto – non consta solo di metodo e valori: l’educazione ha bisogno anche del per sempre. Ciò che suggella la Verità è la sua eternità, il suo restare in piedi dinanzi a tutto: se le famiglie sono “liquide”, per usare una parola oggi tanto in voga, se sono “di fatto” o di persone che si sono lasciate alle spalle un matrimonio precedente, la dimensione dell’eternità viene a mancare e i figli se ne accorgono. E’ possibile educare senza questo carattere fondamentale? No, perché qualunque valore venga trasmesso, colle migliori intenzioni, si scontrerà con l’elementare obiezione che nulla è per sempre, che la casa non è costruita sulla roccia, che la tempesta l’ha spazzata via e la casa nuova non è quella di prima. Sicché, se i principi che si affermano non hanno retto la casa, a che giovano? Invero però non sono i principi a far difetto, ma la volontà di chi a quei principi è venuto meno: ma un ragazzo potrà capirlo?

 

Un’ultima riflessione, per tornare alla risposta di Guerri: oggi come allora, si evoca la naja per evocare l’ordine. Ora, dinanzi a questa richiesta, che sovente viene dall’esasperazione di chi sa che le stazioni ferroviarie non sono più posti sicuri, di chi vede i luoghi della vita comune divenire spazi di spaccio, rissa o bighellonaggio, di chi non sopporta che vi siano categorie di persone che di fatto sono al di fuori (non solo dell’educazione ma) della legge per non si sa quali acquisiti meriti, si possono tenere due atteggiamenti: la si può ignorare o deridere, magari da Capalbio, da un attico di New York, da una cattedra universitaria o da una pagina Facebook; oppure la si tiene in considerazione non per ciò che chiede ma per ciò che effettivamente rappresenta. Reintrodurre la leva obbligatoria sarebbe – a mio sommesso avviso – una cosa senza senso, ma sarebbe parimenti senza senso evitare di rispondere alla vera effettiva richiesta di chi chiede la reintroduzione della leva. Salvini con questa uscita ha dato una risposta delle sue ad una domanda che però ha una sua dignità e che i fatti hanno dimostrato che non può trovare riscontro solo con ideali, auspici, buone intenzioni. E’ bene allora che a quella domanda si trovi al più presto una risposta sensata.

 

Perché non è bello che ci sia ordine solo a Capalbio.