L’abito talare: una questione fondamentale

 

a cura di Giuliano Zoroddu

 

Noi non siamo tra coloro che rendono (sacrileghe) grazie a Dio per il fatto che sia passata la moda della talare, dando ancora una volta prova di esser pervasi da quell’odio gnostico verso tutto ciò che si palesa, che si “incarna” [http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/august/documents/papa-francesco_20180801_gesuiti-europei.html]. Consideriamo infatti questo abito ecclesiastico, che copre interamente chi lo porta, un segno manifestassimo della alta dignità del sacerdozio cattolico e della natura stessa del sacerdote, marchiato indelebilmente del carattere sacro di Gesù Cristo Sommo ed Eterno Pontefice secondo l’ordine di Melchisedech, che lo rende ministro della salvezza e araldo della verità. “Induat te Dominus novum hominem, qui secundum Deum creatus est, in justitia et sanctitate veritatis” veniva detto ai chierici novelli il giorno della loro tonsura nell’atto di imporre loro l’abito ecclesiastico. E a questo abito sacro in tanti restarono fedeli fino alla morte. Pensiamo per esempio al seminarista quattordicenne Rolondo Rivi, il quale consigliato di non portarla a motivo dei comunisti nemici di Dio che poi lo avrebbero ucciso in odio alla Fede Cattolica, rispose: “È il segno che io sono di Gesù”. L’amore vero alla talare da parte del chierico, del sacerdote, è amore al Sacerdozio e a Gesù Cristo, che nell’apostolato si trasforma in amore sovrannaturale verso il prossimo da salvare. Chi disprezza la talare evidentemente ha altri sentimenti, come l’allora Superiore della Congregazione dello Spirito Santo, Monsignor Marcel Lefebvre, instancabile Missionario e difensore del Sacerdozio cattolico, scriveva ai suoi confratelli nel lontano 1963, mentre si intravedevano i primi segni dell’attuale disastro. 

 

 

LETTERA AI MEMBRI DELLA CONGREGAZIONE DELLO SPIRITO SANTO SULL’USO DELL’ABITO TALARE

 

 

Miei cari confratelli,

le misure adottate in diversi paesi da un certo numero di vescovi riguardo all’abbigliamento degli ecclesiastici meritano riflessione, potendo avere conseguenze che non ci sono indifferenti.

In sé, il portare la veste talare o il clergyman ha un significato solamente nella misura in cui quest’abito sottolinea una distinzione dall’abito laico. La considerazione del decoro non è prevalente, anche se il panciotto accollato del clergyman e, a maggior ragione, l’abito talare manifestino indubbiamente una certa austerità e discrezione. Si tratta quindi maggiormente di una designazione del chierico o del religioso attraverso il suo abito. Va da sé che questa indicazione debba essere orientata nel senso della modestia, della discrezione, della povertà e non in senso opposto. È evidente che la particolarità dell’abito deve incutere rispetto e far pensare al distacco dalle vanità del mondo.  È bene insistere soprattutto sulla principale qualità che caratterizza il chierico, il sacerdote, o il religioso, analogamente al militare, all’agente di polizia o stradale. Quest’idea si manifesta in tutte le religioni. Il capo religioso è facilmente riconoscibile dal suo vestiario, spesso dai suoi accompagnatori. Il popolo fedele annette grande importanza a questi segni distintivi. Si fa presto a distinguere un capo musulmano. I segni distintivi sono molteplici: gli abiti di qualità, gli anelli, le collane, il seguito danno a vedere che si tratta di una persona particolarmente onorata e rispettata. Lo stesso accade nella religione buddista e in tutto l’Oriente cristiano, cattolico o non. Il sentimento più che legittimo del popolo fedele è soprattutto il rispetto del sacro e inoltre il desiderio di ricevere le benedizioni del cielo, in ogni occasione legittima, da parte di coloro che ne sono i ministri.

In effetti il clergyman sembrava essere finora la tenuta che designava una persona consacrata a Dio, ma col minimo di segni apparenti, soprattutto nei paesi dove la giacca ecclesiastica, corrisponde esattamente alla giacca del laico. In certi paesi, come in Portogallo e fino a poco tempo fa in Germania, la giacca è lunga e scende fino alle ginocchia. I sacerdoti abituati a portare il clergyman in quei paesi lo considerano come un abito per uscire e non come un abito da casa. Spesso, d’altronde, questo abito è stato reso obbligatorio fuori casa dalle leggi dello Stato contro il cattolicesimo romano; il che spiega il desiderio di riprendere la talare non appena ci si trovi all’interno dei locali ecclesiastici: presbitèri e chiese. Vi è dunque una grande distanza tra lo spirito con il quale si porta il clergyman in quei paesi e lo spirito che si constata oggi in certi sacerdoti nei riguardi dell’abito ecclesiastico. Bisogna leggere le motivazioni date dai vescovi per aver chiaro il senso della misura presa. Poiché l’abito laico era portato senza più nulla che lo distinguesse in senso clericale, e al fine di vietarlo più sicuramente, è stata concessa l’autorizzazione a portare il clergyman, senza alcun incoraggiamento né tanto meno alcun obbligo. Ora bisogna constatare che dopo queste prescrizioni l’uso dell’abito laico ha enormemente progredito dappertutto, anche dove prima non esisteva. Praticamente, la norma adottata in molte diocesi ha rappresentato l’occasione di abbandonare ogni segno distintivo di chiericato. Le prescrizioni sono state completamente scavalcate. E non si parla più di abito talare nel presbiterio e spesso nemmeno di tunica nera in parrocchia. È dunque importante porsi la domanda: è opportuno o no che il sacerdote si possa distinguere e riconoscere in mezzo ai fedeli e ai laici, o, al contrario, oggi è auspicabile, in vista dell’efficacia dell’apostolato, che il sacerdote non si distingua più dai laici?

A questa domanda risponderemo richiamando il concetto di sacerdote secondo Nostro Signore e gli Apostoli e considerando i motivi avanzati dal Vangelo, al fine di sapere se sono, ad oggi, ancora validi.

In san Giovanni, c. 15, in particolare v. 19: “Se voi foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; invece, poiché non siete del mondo, bensì io vi ho scelto dal mondo, per questo vi odia”; v. 21: “Non conoscono colui che mi ha mandato”; v. 27: “E voi pure mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio”.

In san Paolo agli Ebrei, c. 5, v. 1: “Ogni gran sacerdote, infatti, scelto di fra gli uomini, è eletto per intervenire in favore degli uomini nelle loro relazioni con Dio”.

È chiaro che il sacerdote è un uomo che è stato scelto e distinto fra gli altri. Di Nostro Signore, san Paolo (Ebr. 7, 26) dice che è “separato dai peccatori”. Così dev’essere il sacerdote che da parte di Dio è stato oggetto di una scelta particolare.

A questa prima considerazione bisognerebbe aggiungere quella della testimonianza che il sacerdote deve rendere di Dio, di Nostro Signore, davanti al mondo: “Sarete allora miei testimoni” (Atti 1, 8). La testimonianza è una nozione che torna spesso sulle labbra di Nostro Signore. Come lui rende testimonianza del Padre suo, anche noi dobbiamo rendere testimonianza di lui. Tale testimonianza dev’essere vista e compresa senza difficoltà da tutti. “Non si mette una luce sotto il moggio ma sul candelabro e così fa lume a tutti quelli che sono nella casa” (Mt. 5, 15).

La veste talare raggiunge questi due fini in maniera chiara e inequivoca: il sacerdote è nel mondo senza essere del mondo, se ne distingue pur vivendoci, ed è in tal modo protetto dal male. “Non chiedo che tu li tolga dal mondo ma che tu li custodisca dal male. Essi non sono del mondo, come neppure io sono del mondo” (Gv. 17, 15-16). La testimonianza della parola, che è certo più essenziale al sacerdote della testimonianza dell’abito, è tuttavia notevolmente facilitata da quella manifestazione nettissima del sacerdozio, che è l’uso dell’abito talare. Il clergyman, benché sufficiente, è tuttavia già più equivoco. Non indica chiaramente il sacerdote cattolico. Quanto all’abito laico, esso sopprime ogni distinzione e rende la testimonianza molto più difficile e la preservazione dal male meno efficace. Questa scomparsa di ogni testimonianza nell’abito appare chiaramente come una mancanza di fede nel sacerdozio, una disistima del senso religioso del prossimo, nonché una vigliaccheria, una mancanza di coraggio delle proprie convinzioni.

 

MANCANZA DI FEDE NEL SACERDOZIO

Da quasi cent’anni i papi non cessano di deplorare la secolarizzazione progressiva della società. Il modernismo e il sillonismo [Il movimento eterodosso Sillon, fondato da Marc Sagnier, venne condannato da Pio X. N.d.T.] hanno diffuso gli errori circa i doveri delle società civili nei confronti di Dio e della Chiesa. La separazione della Chiesa dallo Stato, accettata, stimata talvolta come il migliore degli statuti, ha fatto penetrare a poco a poco l’ateismo in tutti i campi dell’attività dello Stato e in particolare nelle scuole. Quest’influsso deleterio continua, e siamo costretti a constatare che un buon numero di cattolici e persino di sacerdoti non hanno più un’idea esatta del posto della religione, e della religione cattolica, nella società civile e in tutte le sue attività. Il laicismo ha invaso tutto, anche le nostre scuole libere e i nostri seminari minori. In queste istituzioni la pratica religiosa è in netta diminuzione. La frequenza alla Comunione è sempre più esigua. Il Sacerdote che vive in una società di questo genere ha l’impressione crescente di essere estraneo ad essa, poi di essere molesto, testimone di un passato superato e definitivamente estinto. La sua su presenza è tollerata. È almeno un’impressione frequente nei giovani preti. Donde quel desiderio di allinearsi sul mondo secolarizzato, decristianizzato, che si traduce oggi nell’abbandono della veste talare. Questi sacerdoti non hanno più la nozione esatta del posto del sacerdote nel mondo e di fronte al mondo. Hanno viaggiato poco e giudicano superficialmente questi concetti. Se fossero rimasti per qualche tempo in paesi meno atei, li avrebbe edificati constatare che la fede nel sacerdozio è, grazie a Dio, ancora molto viva nella maggior parte dei paesi del mondo [evidentemente oggi la situazione è peggiorata rispetto a ciò che l’Autore constatava nel 1963. N.d.R.].

 

DISISTIMA DEL SENSO RELIGIOSO DEL PROSSIMO

Il laicismo, diciamo l’ateismo ufficiale, ha simultaneamente soppresso in molte relazioni sociali gli argomenti di conversazione gli argomenti riguardanti la religione. La religione è divenuta un fatto del tutto personale, e un falso rispetto umano l’ha relegata nel rango delle questioni intime, delle questioni di coscienza. Esiste pertanto in tutto l’ambiente umano così laicizzato un falso pudore che ha per conseguenza di evitare questo argomento di conversazione. Si suppone però gratuitamente che quelli che ci circondano, nelle relazioni d’affari o nelle relazione fortuite, siano areligiosi. Ora se è vero, purtroppo, che molte persone in certi paesi ignorano tutto della religione, è pur tuttavia un errore pensare che tali persone non abbiano più alcun sentimento religioso, ed è soprattutto un errore credere che da questo punto di vista tutti i paesi del mondo si somigliano. Anche in questo campo i viaggi ci insegnano molte cose, mostrandosi che gli uomini in generale sono ancora, grazie a Dio, molto preoccupati del problema religioso. Ritenere l’anima umana indifferente alle cose dello spirito e al desiderio delle cose celesti significa conoscerla male. È vero il contrario. Questi principi sono essenziali nell’esercizio quotidiano dell’apostolato.

 

UNA VIGLIACCHERIA

Davanti al laicismo e all’ateismo, allinearsi interamente vuol dire capitolare e rimuovere gli  ultimi ostacoli alla loro diffusione. Il sacerdote è una predicazione vivente grazie alla sua veste, grazie alla sua fede. L’assenza apparente di sacerdoti, soprattutto in una grande città, costituisce un grave regresso nella predicazione del Vangelo. È la continuazione dell’opera nefasta della Rivoluzione che ha saccheggiato le chiese, delle leggi di separazione che hanno scacciato religiosi e religiose, che hanno laicizzato le scuole. È rinnegare il Vangelo, che ci ha predetto le difficoltà che verranno dal mondo al sacerdote e ai discepoli di Nostro Signore.

 

Queste tre considerazioni hanno conseguenze gravissime nell’anima del sacerdote, che si secolarizza, e trascinano le anime dei fedeli verso una rapida secolarizzazione. Il sacerdote è il sale della terra. “Se il sale diventa insipido con che gli si ridarà sapore? A null’altro è buono che a esser buttato via e calpestato dagli uomini” (Mt. 5, 13).  Ahimè, non è forse questo ciò che aspetta al varco in ogni momento questi sacerdoti che non vogliono più apparire tali? Il mondo non li amerà per questo, bensì li disprezzerà. Quanto ai fedeli, saranno dolorosamente colpiti dal fatto di non sapere più con chi hanno a che fare. La veste era una garanzia di autenticità del sacerdozio cattolico.

Considerati il contesto storico, le circostanze, i motivi, le intenzioni, il nostro problema non è perciò irrilevante, una pura questione, molto secondaria, di moda ecclesiastica. Si tratta della funzione stessa del sacerdote come tale, nel mondo e nei confronti del mondo.

Ed è proprio per questo che la norma che autorizza il clergyman non ha mai avuto alcun effetto restrittivo nei confronti dell’uso dell’abito laico, anzi ha assunto il significato di un incoraggiamento a portarlo. Il problema non è più se il sacerdote dovrà mantenere la talare oppure portare il clergyman fuori e la talare in chiesa o in canonica; ci domandiamo se il sacerdote manterrà o no un qualunque abito ecclesiastico.

Noi, in queste circostanze, abbiamo scelto di mantenere l’abito ecclesiastico, cioè la veste talare nelle nostre Province dov’è stata in uso fino a ora, e il clergyman nelle Provincie là dov’è usato, sempre portando la veste nelle comunità e in chiesa. Diciamo “in queste circostanze” giacché va da sé che, se fossero prese nei confronti dell’abito ecclesiastico nuove misure che salvaguardassero i due principi sopra elencati – il segno esteriore del sacerdozio e la testimonianza evangelica – e questo in modo decoroso  e discreto, ma evidente, non esiteremo ad adottarle.

Possano, miei cari confratelli, queste considerazioni farci aderire con tutta l’anima nostra al nostro sacerdozio e alla nostra missione in questo mondo. Con Nostro Signore speriamo di poter dire alla fine della nostra vita: “Padre, ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato traendoli dal mondo … Ti ho reso gloria sulla terra, ho compiuto l’opera che mi hai affidato” (Gv. 17, 3, 6)

 

Parigi, festa di Nostra Signora di Lourdes, 11 febbraio 1963

 

 

FONTE: Marcel Lefebvre, Un Vescovo parla, Milano, Rusconi, 1975, pp. 9-16.

 

 

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