Le origini dell’indifferenza religiosa

Augusto Del Noce (Pistoia, 11 agosto 1910 – Roma, 30 dicembre 1989) è stato un celebre filosofo italiano. Come sempre accade con gli uomini, non tutto ciò che hanno detto o fatto nella loro vita risulta condivisibile: con questa rubrica presentiamo ai nostri lettori, senza sposare il pensiero dell’Autore nella sua pienezza, alcune riflessioni che ci paiono interessanti [RS]

di Augusto del Noce

[Da “Il Tempo”, 19 ottobre 1986]

Il mutato senso dell’indifferenza religiosa è tra i fenomeni più significativi degli ultimi decenni e condiziona quel profondo cambiamento morale che molti credono di spiegare esaustivamente col passaggio da una società rurale ad una società industriale o postindustriale.

Che tale passaggio possa contribuirvi è un fatto; non sta però lì la ragione essenziale, e l’intendere questo mutamento di senso nelle sue motivazioni profonde, ci porta pure a verificare i limiti delle interpretazioni sociologiche. Il tratto nuovo è questo: ha fatto la sua comparsa un’indifferenza che è più lontana dalla fede di quel che sia l’ateismo, e che in ciò si distingue dall’indifferenza di altri tempi.

Perché, certo anche una volta si parlava di indifferenza; ma in relazione ad una separazione nella vita di una sfera laica e di una sfera religiosa. Onestà e lavoro nella prima, preoccupazione per la salvezza nella seconda. E siccome le due sfere erano pensate non soltanto come distinte, ma come separate, la cura delle cose di questo mondo poteva portare aduna dimenticanza, più o meno pronunciata, del momento religioso.

Era una indifferenza che non importava negazione; si accompagnava spesso, anche al di fuori di ogni confessione religiosa, alla desiderabilità di un’altra vita in cui virtù e felicità fossero congiunte. Almeno come desiderabilità, anche quando non ci si pronunciava sulla sua reale esistenza, e anche se, più che ad essa, si pensava a star bene nella vita precedente.

Non si può dire che questo tipo di indifferenza sia scomparso. Ma un altro ne è sorto che se ne diversifica anzitutto per il suo carattere di “totalità”. Ed è facile accorgersi che, a differenza del primo, succede all’ateismo anziché precederlo. L’ateismo, infatti, è una risposta negativa al problema di Dio: è una “lotta con Dio”, in cui l’ateo finisce spesso col soccombere.
Dimostrare scientificamente la non esistenza di Dio è impossibile. Gli argomenti sono morali: ateismo pessimista e ateismo rivoluzionario, tra loro alquanto diversi. Unde malum, è l’obiezione del pessimista. Il rivoluzionario pensa invece che la prima liberazione umana richiede la negazione del Signore Celeste, immagine del padrone terreno.

Ma entrambe queste forme si rivelano deboli. L’ateismo pessimistico è una posizione intellettualistica: nella realtà è piuttosto l’esperienza del male e del dolore a riportare la speranza religiosa. Per l’ateismo rivoluzionario basti pensare al “disincantamento per la rivoluzione” che c’è oggi. L’indifferenza religiosa ha come suo carattere non già la risposta negativa, ma scomparsa del problema di Dio. La fine delle religioni coinciderebbe con questa comparsa. Forse che si discute più su Giove o su Minerva? Perché lo stesso, qualcuno pensa, non potrebbe avvenire per il cristianesimo?

Del resto non altrimenti pensava il marxismo per cui l’ateismo era “un risultato”; con l’edificazione della società socialista, il bisogno religioso e la mitologia in cui si esprimeva dovevano venire automaticamente meno. E’ avvenuto invece che questo tipo di indifferenza religiosa si manifesti oggi soprattutto in Occidente. Come spiegarlo? Bisogna pensare agli anni successivi al ’45 segnati dalla presa di posizione dell’Occidente rispetto al comunismo, e delle sue risposte, la religiosa e la laicistica. Consideriamo quel che si scriveva, giustamente del resto, allora.

Che il marxismo era una teologia rovesciata, una controreligione che era pur sempre una religione. Era la trascrizione secolarizzata del pensiero ebraico e cristiano e si stabilivano le corrispondenze: la lotta tra la borghesia e il proletariato nell’ultima epoca della storia traduceva esattamente sul piano mondano la lotta finale tra il Cristo e l’Anticristo; alla funzione redentrice di Cristo corrispondeva quella che sarebbe stata esercitata dal proletariato, con perfetta simmetria tra l’estrema sofferenza a cui doveva seguire la Resurrezione; alla trasfigurazione della città terrena nella città di Dio, quella del regno della necessità in quello della libertà, permanendo l’orientamento della storia verso uno scopo finale. Ma proprio questa simmetria rendeva assoluta l’antitesi.

Invece, il pensiero laicista portava l’attenzione sulla simmetria tra teocrazia medievale e ateocrazia comunista. La risposta laica sopprimeva perciò nel marxismo tutto l’elemento profetico e messianico, quel che induceva a parlare di “Regno eterno” o di “surrogato della religione”; ma nel tempo stesso licenziava, quale risposta inadeguata al marxismo, quella cultura idealistica che intendeva restaurare il divino in termini di immanenza, e conservare il cristianesimo in forma moderna: quel pensiero che in Italia aveva dominato con Croce e con Gentile. Invece per il laicismo di nuovo tipo la condanna, insieme, degli elementi teologici del marxismo coincideva con l’abbandono di qualsiasi posizione religiosa. Di qui l’indifferenza nella sua nuova forma.

L’antireligione era diversa ma superiore a quella marxista, ed è essa che ora prevale, in corrispondenza col declino del marxismo; anche se non dà luogo a persecuzioni dirette, è per la religione un veleno più sottile. La mancata distinzione tra le due indifferenze fa si che persone d’indubbia fede religiosa vedano una sorta di progresso nel passaggio dall’ateismo all’indifferenza. E’ normale, a loro giudizio, che vi sia una crisi nel transito da un tipo a un altro di società. L’immensa trasformazione in cui ci troviamo a vivere esige che anche il cattolicesimo si manifesti in forme diverse. Alla negazione atea, che si dirige contro una religione vista come inscindibilmente connessa con il vecchio tipo di società, seguirebbe un periodo di indifferenza, destinato a scemare quando la religione saprà intendere le nuove domande. In realtà, la nuova indifferenza, anziché rappresentare un regresso dell’ateismo, ne è la pienezza . L’ateismo che si dichiara come tale, ne è la condizione e la premessa. Si consideri la formula, di larga circolazione, “Dio è morto”; essa presuppone un Dio che vive soltanto nella coscienza degli uomini di una determinata situazione storica, e che può morire perché già dall’inizio era negato come realtà in sé, e concepito di fatto come “mortale” alla maniera della “civiltà”. L’indifferenza presuppone l’ateismo nella forma appunto del “Dio è morto” onde si accompagna con una curiosità per le religioni di un lontano passato, appunto “morte”.

La diffusione dell’indifferenza religiosa nel senso che si è detto, mi sembra il primo dato della situazione occidentale. Quanto serve a chiarire il prevalente comportamento morale?

Cercherò di dare una risposta in un prossimo articolo.

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