[MATTIA SPAGGIARI] Il Principe Von Homburg di Heinrich von Kleist (terza ed ultima parte)

Nota di Radio Spada: tra i nostri scrittori abbiamo certamente degli specialisti. Se Massimo Micaletti è attento studioso delle questioni bioetiche, se Pietro Ferrari è fine politologo e polemista economico, se Giuliano Zoroddu è un “sacro scrittore” molto erudito, se Alessandro Luciani è un apologeta a tutto campo, se Luca Fumagalli spazia tra letteratura anglosassone antica e moderna e le arti visive, se Simone Gambini è un inesausto cultore delle sub culture pop contemporanee, Mattia Spaggiari apre per Radio Spada gli confinati campi della letteratura tedesca. Anche qui troviamo spunti interessanti per la battaglia culturale e religiosa cattolica integrale che conduce il nostro blog. Questo lungo articolo viene pubblicato in tre puntate il 28 agosto, il 29 agosto ed oggi l’ultima, il 30 agosto 2018. Pur continuando a seguire le polemiche quotidiane di gazzettieri ed ecclesiologici, Radio Spada continua con voi lettori questo dialogo fruttoso e vivificante. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso)

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di Mattia Spaggiari

Torniamo ora al quesito iniziale: quale giovamento potremmo noi cattolici trarre dall’opera di Kleist? Innanzitutto i toni esasperati che egli usa, le tensioni emotive e razionali insieme che egli mette in iscena sono tanto potenti da fungere da perenne monito alla grandezza ed abbastanza efficaci da dissuaderci dal venire a patti col nostro piccolo mondo ed indurci invece a lottare sempre e comunque, fino alla morte, per purificarlo al fuoco dell’ideale, un ideale che noi conosciamo decisamente meglio del drammaturgo tedesco nella misura in cui esso ci proviene dalla Rivelazione e da una tradizione ecclesiastica infallibile, oltre che dall’intuizione a priori della coscienza, confortata anch’essa dalla Grazia, della legge morale naturale (che rettamente intesa altro non è che la “sinderesi” di scolastica memoria). Uno degli errori di Kleist sta appunto nel non fidarsi che di se stesso, della propria ragione e del proprio cuore, escludendo, come molti illuministi prima di lui, di potere accettare una verità superiore estrinseca all’uomo. Lo stesso status quo, per quanto, specialmente oggi che il mondo è stato in larga parte svincolato dalla Legge di Dio, non sia affatto da considerare un assoluto, va accettato nella misura in cui esso non deriva da distorsioni umane, ma da prescrizioni sovrannaturali del Signore o Sue disposizioni relative alla natura: la retta gerarchia sociale, le istituzioni divine e naturali, l’oggettività del nostro sesso, delle nostre tradizioni e della nostra cultura non sono certamente da rigettare, ma solamente da purificare nella libertà dei figli di Dio. Insomma, il fenomeno non sempre è un male. Secondariamente, farei notare come il comportamento del Principe Elettore sia nella tragedia esattamente conforme a quello di Dio e quello del Principe di Homburg a quello del buon fedele. Homburg, amando il bene, ama anche la legge e non desidera altro che la sua applicazione. Egli ama più la giustizia della sua stessa vita e, come il peccatore pentito che confessa il proprio peccato, si sottopone volontariamente alla penitenza impostagli dal sacerdote e si propone di riparare al male compiuto perché venga ripristinato l’ordine che egli ha infranto. «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia» diceva il Signore «perché saranno saziati», ed Homburg viene infatti saziato colla misericordia del suo Sovrano, che, come Dio, non vuole che il peccatore muoja, «ma che si converta e viva» (Ez xxxiii, 11) e con la corona di gloria («beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei Cieli»), col collare del potere («beati i miti, perché erediteranno la terra») e soprattutto coll’amore di Natalia («beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»). Potremmo chiederci se quello di Homburg sia veramente un peccato: ha fatto bene o male ad agire di sua iniziativa? Santa Teresa d’Avila vedeva le grandi penitenze cui si sottoponeva la sua consorella Caterina di Cordova e voleva imitarla contro il parere del suo confessore, che glielo sconsigliava; udì allora la voce di Dio, che le disse: «Vedi le sue penitenze? Eppure io preferisco la tua obbedienza.» Insomma, il Signore si compiace della nostra virtù, anche quando, sull’onda del sentimento, la esercitiamo un po’ a sproposito, ma preferisce che noi seguiamo la strada che Egli stesso ci indica, anche per mezzo dei nostri superiori. Dio, l’unico giudice veramente giusto e l’unico a conoscere la verità tutta intera e senza veli o sfumature di sorta, come il Principe Elettore non vuole mettere a tacere le nostre coscienze e condannarci o salvarci malgrado noi stessi, bensì esige che noi aderiamo volontariamente e consapevolmente alla Verità, alla Giustizia, alla Bellezza che Egli ci mostra, senza forzature; Egli sa che la lettera è importante, ma che ancor più importante è lo spirito della Legge, e che questa non si può giammai sacrificare a quella, come facevano invece i farisei non permettendo d’esercitare la carità in giorno di Sabato: e per noi che non viviamo più sotto la Legge antica fatta di prescrizioni e divieti, ma sotto la nuova Legge infinita – che come riassumeva Sant’Agostino, non ci dice altro che «ama e fa’ ciò che vuoi», giacché lo spirito della Legge è la carità, e nella misura in cui possediamo la carità noi detesteremo il peccato e sapremo come regolare la nostra condotta – per noi la lettera è integralmente figlia dello spirito e senza di esso semplicemente non esiste, così come la giustizia senza la misericordia. E come si potrebbe giustificare la fedeltà al Sovrano senza un patriottismo più profondo che ci spinge a dare la vita – come diceva Charette de la Contrie – per «i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi», nella misura in cui «la nostra Patria è la nostra Fede, la nostra terra» e non senza tutto il resto «il nostro Re». Perciò l’Elettore grazia il Principe, perché lo spirito della legge positiva di cui egli si fa garante non è altro che quel sentimento di cui Homburg si fa portavoce, a patto che esso sia un retto sentimento, cioè sia vera carità, l’amore volto verso il Cielo e non verso la terra se non nella misura in cui essa del Cielo è figlia. Spesso nel nostro ambiente la parola “sentimento” non si può pronunziare senza una qualche remora, se non altro perché i Modernisti facevano – e fanno tuttora – ampio uso di questa categoria. Eppure San Paolo ci esorta ad «avere gli stessi sentimenti di Gesù Cristo» (Fil ii, 5) e San Bernardo nel De diligendo Deo lo dice chiaramente: «Dio non è amato senza ricompensa, anche se dev’essere amato senza prefiggersi una ricompensa. Perché la vera carità non può rimanere a mani vuote, anche se non è a prezzo, perché non ricerca quello che è il proprio interesse. È un sentimento, non un contratto. Non la si acquista in forza di un patto e non si acquista nulla alla medesima condizione. Ci ispira per un moto spontaneo e dà un tono di spontaneità a tutto quello che provoca. Il vero amore è soddisfatto di se stesso. […] Il vero amore non rivendica la sua ricompensa, ma si limita a meritarla. La ricompensa viene proposta a chi non ama ancora, è dovuta a chi ama, è largita a chi persevera. […] Nessuno per esempio sente il bisogno di dar denaro ad una madre perché allatti il suo piccolo che è uscito dal suo utero.» Dunque la Carità, cioè il fondamento di tutta la Legge e la garanzia della moralità d’ogni azione, se è vero che, come pure Fede e Speranza, ha anche notevoli implicazioni intellettive e pratiche, è essenzialmente un sentimento – ed un sentimento gratuito e disinteressato. Ecco perché l’ossequio disinteressato alla legge morale da parte dell’Elettore e di Homburg è detto “sublime” da Natalia! Ma qui Kleist fa un passo oltre Kant: non più solamente il dovere per obbedienza al dovere, ma il dovere per un libero e spontaneo amore della Legge eterna da cui il mio dovere proviene. E dovremmo forse stupirci se la nostra ricompensa sulla terra non è altro che l’amore, ciò che noi possiamo dare senza chiedere nulla in cambio? Solo l’eternità e nulla prima di essa saprà restituirci quanto in Cristo la nostra povertà avrà meritato. Urge qui una distinzione tra il falso concetto di sentimento proprio dei Modernisti e quello autentico, fondamentale per ogni buon cristiano: i Modernisti ritengono che il sentimento religioso sia esso stesso la Rivelazione e la Verità, non semplicemente un mezzo, sia pure indispensabile, per accostarci alla Verità ed accettare la Rivelazione; e soprattutto, come San Pio x ricorda loro nella Pascendi, il sentimento è rivolto ad un oggetto che l’intelletto gli propone, altrimenti s’esercita a vuoto o su oggetti arbitrarî: insomma non è il sentimento ad essere verità o a fabbricarsi la verità, bensì semplicemente, laddove sia retto, esso è immagine della Carità di Dio, partecipazione ad Essa e strumento per conoscerLo anche oltre gli angusti limiti dell’intelletto ed assomigliarGli. Ma questa è esattamente – implicazioni teologiche a parte – la concezione kantiana, kleistiana e poi anche romantica del sentimento, poi orrendamente distorta dall’Hegelismo e da certo Vitalismo fin de siècle. Kleist stesso è talmente ossessionato dalla verità assoluta ed odia tanto il limite della sua soggettività da spingersi fino al suicidio nell’illusione di conquistar l’incondizionato.

D’altronde è vero che la ragione ed il sentimento percorrono spesso strade opposte ed in questa vita, a causa del peccato originale, non sono del tutto conciliabili: il nostro cuore non potrà riposare che in Dio; quando insieme al nostro corpo anche la nostra mente corruttibile e mortale si sarà rivestita di incorruttibilità e d’immortalità, solo allora la carne e lo spirito cesseranno di lacerare la nostra anima strattonandola in due direzioni opposte. È vero, il pensiero fa perdere di spontaneità e forza alla nostra azione, allontanandola dal suo fondamento primo; ma ci rende tutti codardi solo quando pretende di sottomettere e regolare il cuore e non si rassegna a rendergli il debito omaggio: credo ut intelligam, intelligo ut credam; se s’inverte quest’ordine (come per esempio nell’abelardiano nihil credendum nisi prius intellectum) e si svincola il pensiero dalla contemplazione, esso inevitabilmente si contorcerà fino a morire. Se viceversa presupponiamo, come Kleist, un fideismo assoluto ed escludiamo ogni riflessione sulle nostre azioni che non sia post eventum, saremo allora condannati all’arbitrio e all’insensatezza, per il semplice fatto che ci rifiutiamo d’accettare che l’oggetto della fede ci venga proposto attraverso l’intelletto, sia pure in modo non del tutto comprensibile (nel senso etimologico di “circoscrivibile”, “riconducibile alle nostre categorie umane”) prima della riflessione successiva all’assenso della nostra volontà ed irriducibilmente misteriosa anche dopo di essa. Ma se si confida in Dio, anche il fenomeno, se non diventerà mai fonte di verità ultima ed assoluta, potrà comunque essere accettato nella misura in cui proviene da Dio e perciò sarà di certo vero, anche se inevitabilmente figura futurorum; e sarà possibile conciliarlo già qui, sia pur in modo parziale, provvisorio ed insoddisfacente, colla verità assoluta e col sentimento che la venera. Ma come potrebbe avvenire tale miracolo se non sotto l’egida dell’Assoluto stesso? Kleist non riesce a conciliare mente e cuore, per il semplice motivo che quella magia che li fa vibrare all’unisono altro non è che la Grazia di Dio.

Fine

 

 

Un commento a "[MATTIA SPAGGIARI] Il Principe Von Homburg di Heinrich von Kleist (terza ed ultima parte)"

  1. #Mattia Spaggiari   30 agosto 2018 at 3:24 pm

    Anticipo le possibili obiezioni di qualche malevolo: è evidente che la nostra mente, pertenendo all’anima e non al corpo, è in sé immortale. La citazione paolina alla fine del brano è semplicemente usata come metafora al fine di rendere più icastico il passaggio dallo stato in via, quando i nostri pensieri sono ancora inevitabilmente più o meno legati all’ordine della carne, se non altro per via della concupiscenza, allo stato in patria e a maggior ragione alla nostra vita nella Gerusalemme Celeste. Metaforicamente i nostri pensieri mortali vengono coronati colla luce immortale della visione beatifica.

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