di Luca Fumagalli

Era da tempo che Rupert Everett accarezzava l’idea di portare sul grande schermo la vita di Oscar Wilde, il suo autore preferito, più volte interpretato a teatro. Ci aveva già provato Brian Gilbert nel 1997 con Wilde, una pellicola con più di un limite, ma che riusciva almeno a tratteggiare con efficacia la discesa nell’inferno della depravazione di un grande scrittore e di un affettuoso padre di famiglia (impersonato, per l’occasione, da Stephen Fry).

The Happy Prince, uscito nelle sale questa primavera e appena pubblicato in dvd, riprende idealmente la storia narrata da Gilbert e prosegue nell’indagine degli ultimi anni di vita di Oscar Wilde. Rimesso in libertà dopo una lunga prigionia, a quest’ultimo (è lo stesso Everett a vestirne i panni) non resta che trasferirsi in Francia, costretto all’esilio sotto il falso nome di Sebastian Melmoth. Con sé ha pochi soldi e qualche accessorio che gli ha procurato l’amico Robbie Ross (Edwin Thomas), aiutato da Reggie Turner (Colin Firth). In carcere ha scritto una lunga lettera, il De Profundis, da consegnare all’ex amante, il giovane Lord Alfred “Bosie” Douglas (Colin Morgan), colui che gli ha rovinato la vita. Dopo tante sofferenze, ora Wilde vuole assolutamente mutare condotta: sbarcato sul continente, inizia a frequentare la messa e fa di tutto per ricongiungersi con la moglie Constance e i figli, fuggiti in Germania dopo lo scandalo processo. Nonostante i buoni propositi, però, il fantasma di Bosie continua a tentarlo…

Quello di Rupert Everett è un Wilde inedito, di molto distante dall’immagine tipica che i più hanno di lui. Niente applausi, niente aforismi brillanti, niente garofani verdi: il Wilde di Everett è la pallida ombra di quello che fu un tempo; è un uomo sfatto, vecchio, distrutto dall’assenzio e da una malattia che ne sta progressivamente minando la salute. Spilla i soldi agli occasionali benefattori («un momento d’armonia in una fuga dissonante») per spenderli nei locali più malfamati di Parigi, comprando l’amore di qualche giovane e illudendosi di essere ancora qualcuno. Tutto è tristezza, e neanche i fugaci sorrisi possono nascondere un vuoto che è incolmabile: «Cosa vuoi, uccidermi? Io sono già morto!», urla Oscar a un ragazzo che l’ha riconosciuto e lo sta minacciando con un bastone.

La bellissima fotografia del film si accompagna a una regia sapiente, dosata, senza grandi movimenti di macchina. Le inquadrature sono piccoli quadri che, giustapposti, danno copro a un meraviglioso tableau vivant che non ha nulla di epico o di immortale. La miseria in cui è caduto il protagonista è resa alla perfezione dal generale tono dimesso, dove le ottime interpretazioni non scadono mai nei dialoghi enfatici. La sceneggiatura, poco incisiva in alcune parti, comunque marginali, è ottima nel rendere la tragedia di Wilde come un qualcosa di umanissimo, lontano dalle mitizzazioni della facile retorica. Alcune scelte registiche, poi, sono singolarmente felici e danno bene l’idea di un’anima tormentata e contraddittoria: Wilde che guarda il sedere di un giovane cameriere mentre la sua voce fuori campo legge l’accorata lettera appena scritta alla moglie; l’acqua santa del battesimo che piove sul suo volto come, in un montaggio alternato, gli sputi della folla quando venne imprigionato; la cornice d’argento, con la foto di Constance, che Oscar usa per pagare un ruffiano assoldato da Bosie.

Amore e dolore sono i due poli entro cui si muove la trama; sovente si confondono e assumono i volti di Robbie Ross – l’amico fedele, accanto a Wilde anche nella disgrazia – e del famigerato Douglas, l’amante egoista e capriccioso, che vanta a parole il suo affetto per Oscar ma che, ogni volta, finisce per tradirlo. Accade così, nelle antinomie del quotidiano, che Wilde maltratti il povero Ross (a cui poi chiede immancabilmente scusa) ed esalti Douglas, attoriale nelle sue manifestazioni d’amore, ma dotato di una lingua tagliente e velenosa.

L’Oscar di The Happy Prince – il titolo allude alla nota fiaba wildeiana, che lo scrittore racconta nel corso del film ai figli e a due ragazzi francesi – non fu una vittima della società e nemmeno un martire di presunti diritti. Fu semplicemente un peccatore che riuscì a rovinarsi con le sue stesse mani. Anche un grande autore è pur sempre un mortale, e con Wilde, soggetto ad ascese e cadute rovinose, perennemente diviso tra la Chiesa e il mondo, è impossibile non solidarizzare. Questo non cancella tutto quanto di buono o di turpe commise, ma certamente nella sua biografia è condensato, come in quella di nessun altro scrittore, il grido di dolore dell’uomo, incapace di redimersi con le sue sole forze.

Gli ultimi anni di Oscar Wilde raccontati nella pellicola di Everett sono dunque uno specchio per gli spettatori, un’occasione per meditare sulla natura dell’essere umano e, soprattutto, per guardare al mondo con la speranza di una conversione, fosse anche solo in limine mortis. «Io sono il Giuda di me stesso», sospira Oscar in un raro momento di sincerità. Per sua fortuna, però, non andò ad impiccarsi; prima di morire chiese perdono per l’ultima volta.