Vacanze cristiane: la montagna come paradigma esistenziale

 

Di Isacco Tacconi

La parola “vacanza” deriva dal latino vacare (essere vacuo, sgombro, libero, senza occupazioni). Una parola che già di per sé evoca attese, speranze e desideri di riposo e benessere. Ma quanti di noi si domandano se in effetti esistono luoghi di vacanza che possono essere in contrasto con la vita cristiana? In altre parole, esistono delle località turistiche o delle tipologie di vacanza che entrano in conflitto con le esigenze del Vangelo?

Diamo per scontato che un cattolico sappia già che in vacanza deve comunque rispettare i Precetti della Chiesa (andare a Messa la domenica e le feste comandate, fare astinenza e digiunare nei giorni prescritti ecc.), che allo stesso modo deve pregare e coltivare lo spirito come in ogni tempo dell’anno, non dimenticarsi delle opere di carità e così via.

Visto che in genere la vacanza si sceglie principalmente per il “benessere del corpo”, soffermiamoci invece a domandarci se il luogo dove andare in vacanza sia indifferente per il “benessere dello spirito”. Domandiamoci ad esempio se andare in vacanza al mare sia lo stesso che andare in vacanza in montagna.

Non possiamo nasconderci quanto la tentazione nel ricercare il benessere del corpo sia aggressiva in questi nostri tempi e quanto l’immagine di una spiaggia bianca, di un bel sole caldo che con il suo potere abbronzante ci rende “più belli” e “attraenti”, di un bagno rinfrescante e rigenerante che ci restituisce vigore mediante la piacevole sensazione dello spogliarci dei nostri vestiti mettendoci “in libertà” siano allettanti. Senza contare tutti gli effetti benefici che l’aria del mare ricca di iodio e salsedine provoca sulla nostra salute migliorando così la nostra “qualità della vita” ecc.

Anche i cattolici, come tutti gli altri uomini, non sono esenti dalla tentazione del benessere del corpo (la salute, il mangiar bene, l’ozio, il godimento ecc.) che in ogni caso tenterà di prendere il sopravvento sul benessere dello spirito. Non si tratta di demonizzare i legittimi piaceri che il Buon Dio ha unito ad alcune attività dell’uomo (la nutrizione, la sessualità, il riposo, il gioco ecc.) ma di considerare la grande differenza che corre tra un preciso tipo di vacanza come quella al mare e un altro tipo di vacanza come quella in montagna. Si può dire cioè che entrambe sono indifferentemente buone e innocue per l’anima?

Partiamo dunque da alcune semplici considerazioni di carattere oggettivo.

Anzitutto la vacanza in montagna è essenzialmente dinamica e principalmente incentrata sul cammino, sul viaggio e potremmo dire sulla “ricerca”. La vacanza al mare al contrario è principalmente statica, e incentrata su di una oziosa e “instabile stabilità”. In montagna si ricerca la vetta, la salita, l’ascesi mentre al mare si cerca la sedia sdraio.

Spesso sulle nostre montagne, in particolare sulle fasce alpine, si possono incontrare crocifissi e immagini cristiane poste ai crocicchi delle strade, sulle cime dei monti o orgogliosamente esposte dai davanzali e sulle mura esterne delle case. Ed è commovente camminare per le vie di un piccolo borghetto montano o nel mezzo di un sentiero alpino ed alzare lo sguardo trovandosi innanzi la Croce. E’ una sensazione quasi surreale per noi cristiani dell’oggi trovarci in un luogo dove ogni pochi metri si può incontrare ancora l’immagine del Figlio di Dio crocifisso, o un imponente affresco di san Cristoforo che guadando il fiume porta il Fanciullo che sostiene il mondo nell’essere, o il dipinto di una Madonna che allatta il Figlio di cui è figlia. E’ surreale passeggiare e vivere in un luogo che, perlomeno nell’architettura, nell’arte e nell’urbanizzazione si può definire senza vergogna e senza censure, “cristiano”.

Non si può dire lo stesso delle nostre località di mare dove è più facile imbattersi in chioschi, bar, hotel e negozi per (s)costumi da bagno che non in madonne, santi e crocifissi. Sembra una cosa poco? Solo ad un cuore mondano che non ama con tutte le proprie forze colui che è l’Amore.

E’ la stessa differenza infatti che c’è tra una casa arredata e adornata con immagini sacre che denotano una impronta chiaramente cristiana dello spazio (quindi del tempo) ed una riempita di quadri mondani e frivoli o che riproducono vuoti paesaggi melanconici. Infatti avere innanzi agli occhi frequentemente un pezzo di legno scolpito che riproduce l’immagine del Dio Amore morto per amore nostro ci permette di intrattenerci, o riprendere dopo alcune interruzioni, una continua meditazione sulle cose di lassù. Questo è il motivo per cui in tempi passati i cristiani non limitavano lo spazio sacro al semplice edificio della chiesa ma lo estendevano al di fuori di esso, sulle strade, sui palazzi di giustizia, negli ospedali, sui campi dove trascorrevano la maggior parte del tempo arando, seminando e mietendo. La differenza tra una visione totalizzante del cristianesimo che abbracci la realtà tutta intera, spazio e tempo, ed una che vuole circoscrivere la presenza di Dio ad alcuni ambiti ristretti sta tutta nella fede.

La contraddizione della vacanza al mare è bruciante come la sabbia cotta al sole. In essa si ricerca frescura dove c’è calore, ristoro dove le forze vengono meno per il calore e il corpo, inerte come fosse già morto, si cuoce lentamente in un sonno inquieto.

La montagna ti costringe ad alzare lo sguardo verso l’alto, verso il cielo. Il manto boscoso che ricopre le montagne, specie delle Alpi, esprime tutta questa tensione del creato verso le altezze. Le distese di abeti che prodigiosamente abbisognano di pochissima terra per germogliare e mettere radici persino fra le rocce a strapiombo crescono e si slanciano eroiche e maestose verso l’azzurro oltre le nubi. Essi ci parlano nel loro rigoglioso silenzio, e dicono: “poca terra, tanto cielo”. Queste creature insensate e bellissime appaiono come tante frecce o tante dita che puntano verso il cielo, crescendo slanciati in altezza e non in larghezza. Verso l’alto e non espandendosi nell’orizzonte di questo mondo. I boschi di abeti che decorano le alte vette dei nostri monti sembrano i pinnacoli di una immensa cattedrale che indica ancora una volta il destino ultimo della vita dell’uomo: il Cielo.

Il mare invece guida e indirizza lo sguardo verso il basso, verso l’orizzonte vuoto e indefinito di questo mondo che sprofonda ripetitivo entro la linea del globo terrestre. L’orizzonte marino è disorientante, così privo di riferimenti e tutto svelato senza punti precisi verso cui rivolgere lo sguardo e, in fondo, riempie il cuore di una profonda malinconia in attesa che la prossima onda senza nome si dissolva nella sabbia. Al contrario l’orizzonte montano non è mai scoperto fino alla fine, gli occhi incontreranno sempre un ostacolo oltre il quale il cuore vorrebbe spingersi per scoprire l’ignoto. I monti spezzano la monotonia di un’esistenza tutta intramondana e invitano l’uomo ad andare “oltre” l’orizzonte di questo mondo.

La vacanza al mare costringe l’uomo a mettersi a nudo, esponendo le proprie intimità che un tempo all’opposto venivano circondate di onore e di maggior protezioni affinché gli occhi (quindi i pensieri) altrui non potessero appropriarsene. E per quale motivo il mare porta l’uomo a doversi privare della pudicizia? Sostanzialmente per due motivi: per il godimento e per la vanità. Per il godimento perché se non ci fosse questa dimensione della spoliazione delle vesti non sarebbe possibile (al mare, al lago o in piscina) alcun godimento. In tal modo l’occhio è indotto a pascersi anche dell’altrui nudità assumendo in sé ciò che abitualmente in città, al lavoro, in ufficio, nessuno (o quasi) si sognerebbe di esporre all’altrui sguardo. In secondo luogo il mare favorisce e fomenta la vanità perché indiscutibilmente fa sempre piacere all’uomo essere guardato, desiderato, essere gratificato dagli altri per la bellezza del proprio corpo. Questo aspetto della vanità è stato compreso fino in fondo soltanto dai santi i quali non solo si guardarono bene dal commettere il peccato ma anche dall’essere essi stessi occasione di peccato per il prossimo. Quando un uomo e una donna espongono allo sguardo degli altri le nudità che mai esporrebbero in nessun altro contesto perdono il senso del pudore, macchiano la propria coscienza e divengono essi stessi occasione di peccato per gli altri poiché “non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire” (Qo 1,8).

Il mare e la montagna sono in fondo come due paradigmi esistenziali. Il mare rappresenta la ricerca dei piaceri nell’appiattimento e il ripiegamento dell’uomo nell’orizzonte di questo mondo. La vacanza al mare generalmente consiste infatti nello stanziarsi, nel piantare le tende (l’ombrellone) così leggere, fragili, così fatue tanto che un colpo di vento può sradicarle e portarle via. E’ come appunto il costruire la casa sulla sabbia cercando vanamente di mettere radici in questo mondo alla ricerca affannosa di un briciolo di piacere.

La montagna al contrario ti costringe a dover costruire solidamente una casa perché chiunque abita la montagna sa che la violenza delle forze della natura in mezzo alle montagne è tale da essere distruttiva fino a travolgere paesi e foreste con una morte improvvisa. Pertanto è indispensabile costruire sulla roccia, con la solidità e impermeabilità della pietra e la flessibile e calda resistenza del legno. La montagna richiede una certa stabilitas interiore ed esteriore, una provata sapienza nella costruzione della propria casa per poter resistere a tutte le intemperie che inesorabilmente si abbatteranno su di essa. “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia” (Mt 7,25).

Tutto in montagna è così stabile, certo e reale. Ogni cosa è collocata nel suo giusto posto: la realtà. La montagna riconduce l’uomo a riconoscere la propria condizione di viatore e pellegrino. Per questo è necessario indossare delle buone scarpe per poter salire la montagna, è necessario avere il giusto equipaggiamento per non rischiare di farsi del male, di rimanere bloccati nel mezzo di un valico, od essere costretti a tornare indietro. La montagna costringe l’uomo a dover fare i conti con la propria umana finitudine, a doversi fidare ed affidare a chi è più esperto mediante una sapienza umana che si tramanda. E’ necessario conoscere il sentiero più sicuro, seguire il percorso già tracciato da altri che ci hanno preceduto e che forse sono morti nel tentativo di aprire la strada ai posteri. “E’ pericoloso Frodo – dice Bilbo – uscire dalla porta di casa, ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi non si sa dove puoi finire spazzato via”.

La montagna è ricca di vita, è un’esplosione di vita, di esseri viventi vegetali e animali. Mediante l’esperienza della montagna l’uomo torna ad assaporare la propria esistenza situata al centro della creazione così come Dio l’aveva pensata fin dall’inizio del mondo. L’uomo che fu collocato non al di fuori del creato o contro il creato ma nel creato essendone il signore e l’amministratore, circondato da questa schiera innumerevole di creature che Dio ha posto al suo servizio perché lui potesse al contempo servirsene e contemplarle, ed attraverso di esse cogliere la bellezza del Creatore.

La montagna è bellezza. E’ fonte e sorgente di vita. Le acque sgorgano dalle vette innevate e scendono fra i mortali arrecando loro soddisfazione alla sete che li infiamma. Gli specchi d’acqua ferma e limpida riflettono il cielo che sovrasta e avvolge quei freddi e nevosi tetti di pietra. Disseminati fra i dolci altopiani o nascosti all’interno del seno della montagna questi bacini di cristallo si possono trovare solo dopo un lungo cammino.

La montagna è vita. Da essa sgorgano i torrenti che gonfiandosi si trasformano in fiumi e cascate che dall’alto cadono copiose e ricche come la grazia che Dio ha diffuso nel mondo mediante il Suo Figlio.

La Sacra Scrittura ci fornisce innumerevoli riferimenti alla montagna come luogo dove incontrare Dio. Sul monte Dio si è manifestato a Mosè dal roveto ardente. E allo stesso Mosè si mostrò faccia a faccia dettandogli i Comandamenti della vita. Sul monte si compì il sacrificio di Isacco, per questo ancora oggi si dice “sul monte il Signore provvede” (Gn 22,14). Tra i monti trovò rifugio Davide e il profeta Elia annientò i quattrocentocinquanta profeti di Baal dalla sommità del monte Carmelo.

I Salmi ci invitano con insistenza a rivolgerci al “Monte del Signore” a incamminarci verso di esso per tornare in patria. “Dio viene da Teman, il Santo dal monte Paràn” (Ab 3,3). “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?” (Sal 120,1) “Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo?” (Sal 23,3). “Chi confida nel Signore è come il monte Sion: non vacilla, è stabile per sempre” (Sal 124,1).

Sul monte riposa la città di Dio, e tutti gli eventi salienti della vita di Nostro Signore si svolgono sulla cima di un monte. Dall’altopiano verdeggiante il Figlio di Dio proclamò le beatitudini e ci insegnò a pregare il Padre; nel mezzo della notte Cristo si rifugiava a pregare in disparte sul monte; dalla cima del monte Tabor Cristo mostrò la sua divinità; nel luogo del Cranio posto sul monte Golgota fu appeso il Redentore del mondo; dal monte che guarda Gerusalemme dall’alto Cristo ascese nei Cieli dopo la Resurrezione.

Viceversa il mare nel pensiero dei Padri della Chiesa viene sempre interpretato come luogo del caos e dell’inquietudine, simbolo dell’instabilità tormentosa della vita presente. Fin dall’antichità le acque fluttuose dei mari furono giustamente considerate sede di pericoli e dominio di Leviatan. Dalla spiaggia del mare Cristo radunò i suoi discepoli, “e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli” (Mc 9,2).

Sulle sponde del caotico oceano di questo mondo il Figlio di Dio ci ha trovati e raccolti come bambini smarriti e impauriti dinanzi agli oscuri cavalloni che ci invitano a gettarci in acqua per poi inghiottirci nei fondali inaccessibili della morte. La sabbia che si trova nel deserto e sulla spiaggia del mare mostra la sterilità di questi luoghi facendone una “landa di ululati solitari”. In essa Dio ci ha trovato e ci ha radunato come dal mezzo di una tempesta di sabbia nella quale ci eravamo smarriti come le mule di Saul. Ci ha radunati non perché rimanessimo nel deserto o sulla spiaggia di questo mare ma perché potessimo ritrovare l’Oriente, la Montagna, e ascendere così al Monte del Signore.

Gli Apostoli, smarriti e scoraggiati, scesero dalla montagna e tornarono al mare da cui furono tratti convinti di aver perduto Cristo. Ma ancora una volta il Buon Pastore li soccorse tendendo loro la mano trafitta e li ricondusse dal deserto del mare verso le altezze ubertose dei monti: «duc in altum!».

La montagna è sana. Tutti dovremo ritornare alla montagna. La montagna sarà il luogo dove si ricostruirà, da cui si ripartirà per una nuova palingenesi, lenta, piccola, silenziosa e tuttavia inarrestabile.

La montagna non è fatta per i pigri, né potrebbe apprezzarla chi non ama la fatica poiché sarebbe costretto a rimanere a valle restando così privato dell’intimo godimento di chi dopo aver affrontato lo sforzo e il sacrificio dell’ascesa può dominare il mondo dall’alto.

La vetta della montagna, simbolo di Cristo, è dei violenti, degli audaci, e solo gli audaci la conquistano. Così gli antichi potevano dire humilitas alta petit (“l’umiltà richiede cose grandi”) ed anche per aspera ad astra (“attraverso le asperità si giunge alle stelle”).

La vita cristiana richiede eroismo, slancio generoso abbandonando le reti, le barche e il padre Zebedeo. La vita cristiana richiede “ascesi”. Bisogna avviarsi verso il valico montano, risalendo il cammino attraverso il sentiero silvano. Lasciare la Contea per avviarsi vero le Montagne Nebbiose, attraversare Bosco Atro e la foresta di Fangorn per seguire il figlio di Dio verso l’altura del Sacrificio: il nostro Monte Fato.

Introibo ad altare Dei” – salirò all’altare di Dio. Lì sulla pietra che è Cristo, ai piedi dell’Agnello Immolato ritroveremo tutto ciò che abbiamo lasciato. Ci aspetterà lì, in misura “pigiata, scossa e traboccante” (Lc 6,38).

Tutto questo può divenire uno spunto per pianificare le future vacanze. Non in vano infatti il profeta Davide scrisse: “Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare” (Ab 3,19).

 

 

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.