di Luca Fumagalli

Terzo film di Peter Weir, quel geniaccio della macchina da presa che ha firmato capolavori quali L’attimo fuggente, The Truman Show e Master and Commander, Picnic ad Hanging Rock (1975) racconta la storia di alcune collegiali di Appleyard – una scuola femminile situata a pochi chilometri da Melbourne, in Australia – che, il giorno di San Valentino del 1900, si recano per l’annuale picnic ai piedi di Hanging Rock, sotto la sorveglianza delle loro insegnanti. Tre delle fanciulle, che nel pomeriggio si allontanano dal gruppo per visitare più da vicino la formazione rocciosa, scompaiono misteriosamente, e a nulla valgono le ricerche cui partecipano tutti gli abitanti del paese. Dopo una settimana viene ritrovata una delle ragazze, ma la giovane non è in grado di fornire alcuna valida spiegazione. Mentre il mistero si infittisce, vengono a galla particolari scioccanti sul passato dei vari personaggi.

In un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà, si sviluppa lentamente una trama che, in verità, si spinge poco oltre le premesse, lambendo generi diversi come il dramma sociale e l’horror. La musica ed il flauto di Pan fanno da sfondo ai selvaggi paesaggi australiani, a quella natura – vera protagonista del film – a cui si contrappone il mondo austero del collegio, tutto formalismi e abiti ingombranti. La macchina da presa disegna pregevoli volute tra la vegetazione e regala allo spettatore una galleria di quadri mozzafiato. Hanging Rock, di origine vulcanica, una meraviglia geologica vecchia di un milione di anni, domina con la sua mole imponente questo microcosmo di voci e sussurri in cui ha casa il mistero, tanto quello della sparizione delle ragazze che quello, più in generale, della vita. È tutto un sogno, come suggerisce Miranda, una delle protagoniste, o vi è qualcosa di più?

Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Joan Lindsay, pubblicato nel 1967, al pari del libro scansa ogni possibile degenerazione esoterica; evita inoltre di rovinare l’epilogo con soluzioni d’accatto. Lo spettatore, al contrario, è trascinato in un turbine distruttivo, tanto appassionante quanto drammatico, che, dal fatidico giorno di San Valentino, sembra voler inghiottire ogni cosa. Immerse in una specie di noir dell’anima, disperazione e speranza duellano costantemente per tutta la pellicola.

Nell’opera di Weir l’onirismo non è sperimentazione fine a se stessa. Il sogno, il mistero, l’allucinazione sono il grimaldello che libera le ragazze dal peso annichilente del loro presente e le proietta senza paura in un’altra dimensione. Alla ricerca di uno scopo che le rigide regole scolastiche non possono rivelare, la vita di queste giovani giunge a un bivio davanti al quale non si può retrocedere. Per questo la visione di Picnic ad Hanging Rock – da cui è stata tratta recentemente pure una mini serie tv – rimane ancora potente.