Compton Mackenzie: la Scozia e la Fede

di Luca Fumagalli

Irlanda, 1924: Compton Mackenzie in posa con altri autori britannici tra cui W. B. Yeats e G. K. Chesterton.

La vita di Compton Mackenzie, un carnevale di nebulose contraddizioni, di allegrie e angosce, è tutt’altro che misteriosa. Tra le fonti a disposizione dello studioso ci sono ben dieci volumi autobiografici, quattro contenenti le memorie della Prima guerra mondiale e sette di ricordi vari: in totale si tratta di oltre tre milioni di parole, una cifra a dir poco impressionante. E se tutto questo non dovesse bastare, in almeno una dozzina di romanzi, veri e propri roman à clef, Mackenzie parla, in modo più o meno abbellito, di eventi legati alla propria vita.

Lo scrittore scozzese, nato in Inghilterra il 17 gennaio del 1883, era infatti dotato di una memoria eccezionale. Al di là dei resoconti privati, ad essa attingeva volentieri quando l’immaginazione stava per esaurirsi, messa a dura prova dagli stressanti ritmi di lavoro. D’altronde la perenne scarsità di denaro costringeva Mackenzie a gettarsi a capofitto nella scrittura, sfornando libri su libri a un ritmo sovrumano. Fino alla morte, avvenuta il 30 novembre del 1972, non ebbe mai un secondo di pace: il risultato è una bibliografia corposissima, che vanta oltre un centinaio di opere tra romanzi, saggi e poesie, a cui andrebbero aggiunti molti altri articoli e testi di conferenze.

Compton Mackenzie a Herm in compagnia del fedele cane Hamlet e del segretario James Eastwood

Di solito una produzione così abbondante ha come naturale e sfortunata conseguenza una qualità globale piuttosto scarsa. Questo, purtroppo, è anche il caso di Mackenzie, i cui lavori, sebbene mai di infimo livello, soffrirono però di costanti alti e bassi.

L’esordio, invero, fu notevole. Sinister Street (1913-1914), che raccontava senza peli sulla lingua la squallida vita morale degli studenti delle scuole pubbliche, fu un caso editoriale, tanto che il vecchio Henry James giunse a definire lo scozzese «di gran lunga il più promettente romanziere della sua generazione». Col tempo, però, l’originalità degli inizi andò progressivamente a disperdersi; l’entusiasmo del pubblico e della critica scemò poco alla volta, e anche le vendite subirono un duro contraccolpo. Non è dunque un caso se oggi la memoria di Mackenzie è legata più che altro a un paio di racconti umoristici ambientati nelle Isole Ebridi, Monarch of the Glen (1941) e Whisky Galore (1947), da cui sono stati tratti rispettivamente una mini-serie tv e due film di successo. Il resto della sua produzione, compreso il poderoso ciclo The Four Winds Of Love (1937-1945), giace quasi completamente obliata. La sua scarsa notorietà postuma è provata pure dall’esistenza di una sola biografia completa a lui dedicata, Compton Mackenzie. A Life (1987), a firma di Andro Linklater. È davvero un peccato, perché come scrittore Mackenzie aveva tutte le carte in regola per lasciare un segno nel XX secolo, un’epoca tormentata, anche per la Chiesa, che avrebbe certamente tratto beneficio dello sguardo gioiosamente disincantato di una penna d’eccezione, incline all’anticonformismo e alla provocazione intelligente.

Tre dei romanzi più famosi di Compton Mackenzie: “Sinister Street” (1913-1914), “Vestal Fire” (1927) e “Whisky Galore” (1947)

Mackenzie, soprannominato “Monty” da amici e parenti, se fu manchevole nell’ambito letterario, non così nella vita, che fu avventurosa e piena di eventi oltre l’immaginabile. All’attività di romanziere affiancò quella di attore, giornalista, attivista politico e commentatore radiofonico; per sua iniziativa nacque la celebre rivista di musica classica The Gramophone e, durante il primo conflitto mondiale, venne arruolato nei servizi segreti britannici di stanza nel Mediterraneo (Mansfield Cumming, fondatore dell’ MI6, voleva che Mackenzie diventasse addirittura il suo successore).

Il padre di Monty, Edward Compton, era un teatrante, discendente di una famiglia di attori, perennemente impegnato in lunghe ed estenuanti turnée in ogni angolo dell’Inghilterra. Edward doveva confrontarsi con un mercato che stava rapidamente mutando, e il tempo per i figli (oltre a Monty, il primogenito, vi erano Frank, Viola a Fay) era sempre meno. Fu comunque un genitore affettuoso, al contrario della moglie, Virginia Bateman, fredda e distaccata, poco adatta al ruolo di madre. Mackenzie venne dunque abituato, sin dalla più tenera età, a un’esistenza randagia, caratterizzata da poche certezze. Persino il lungo nome di battesimo, Edward Montague Compton Mackenzie, rifletteva, in un certo senso, la confusione che lo attorniava. Mackenzie era l’antico cognome della famiglia paterna, originaria di Cromarty, nel nord della Scozia, abbandonato nel XIX secolo per lo scarso appeal che avrebbe esercitato sui palcoscenici inglesi. Edward, chissà perché, volle reintegrarlo.

Scrittori e nazionalisti scozzesi: Compton Mackenzie con Eric Linklater in una fotografia del 1932

Sta di fatto che Monty, già ai tempi della scuola, prese seriamente a cuore la causa giacobita. Sebbene educato a essere un perfetto suddito dell’Impero, anglicano anche nella religione – accarezzò pure l’idea di prendere gli ordini –, percepiva sottopelle il richiamo atavico delle Highlands, ulteriormente amplificato dopo la conversione al cattolicesimo, nel 1914. Il libretto Catholicism and Scotland (1936), oltre a un atto d’accusa nei confronti di Knox e dei riformatori puritani, è la testimonianza di un uomo profondamente innamorato della lingua gaelica, della propria patria e degli Stuart, considerati i legittimi sovrani. Anche se Mackenzie non era scozzese di nascita, il suo cuore apparteneva davvero a quella terra. Nel 1928 fu tra i fondatori dello Scottish National Party (SNP), un raggruppamento politico che, rifiutando ogni soluzione di compromesso, predicava l’indipendenza della Scozia dal governo di Londra. Inoltre, dal 1931 al 1934, lo scrittore venne nominato di Lord Rector dell’Università di Glasgow: era il primo cattolico dai tempi della Riforma a ricoprire tale incarico.

Per Mackenzie la Scozia fu, in un certo senso, una parentesi. Il suo spirito inquieto, desideroso di solitudine contemplativa ma anche di rumorosa giovialità, lo portò a viaggiare molto. Era un amante della isole, quei luoghi appartati che, soprattutto nella prima metà del Novecento, erano spesso frequentati da falsi nobili, ladruncoli e irregolari in fuga. Con la consorte Faith Stone – la prima delle sue tre mogli – visse per qualche tempo a Capri, presso Villa Solitaria (all’isola campana dedicò due ottimi romanzi, Vestal Fire, del 1927, ed Extraordinary Women, del 1928). Nei primi anni Venti acquistò invece le piccole isole di Herm e Jethou, nel canale della Manica; infine fece costruire una casa sull’isola di Barra, in Scozia, dove si trova la sua tomba. In molti, a ragione, hanno sottolineato l’esistenza di svariati punti di contatto tra il protagonista del racconto di D. H. Lawrence, The Man Who Loved Islands, e Mackenzie.

Faith Mackenzie a Capri

La Fede fu un altro elemento importante nella vita di Monty. L’ingresso nella Chiesa di Roma venne da lui celebrato con una frase memorabile: «La mia non è una conversione al cattolicesimo, ma una sottomissione, una resa logica all’inevitabile riconoscimento del fatto che Gesù Cristo fondò la Sua Chiesa sulla roccia di San Pietro». Considerato uno dei più illustri scrittori cattolici britannici viventi, venne sempre tenuto in altissima considerazione dalla gerarchia ecclesiastica che gli cucì addosso il ruolo di uomo simbolo della cultura “papista”. L’immagine pubblica, però, mascherava una condotta privata poco limpida: la seconda moglie, Christina MacSween, sposata dopo la scomparsa di Faith, era amante di Mackenzie già da diversi anni, e per qualche tempo sembra che lo scrittore frequentò la Messa solo occasionalmente.

Al netto dei limiti umani, Monty ebbe tuttavia molti meriti e regalò alla causa cattolica una pregevole trilogia di romanzi: The Altar Steps (1922), The Parson’s Progress (1923) e The Heavenly Ladder (1924). In essi si narra la storia di Mark Lidderdale, un prelato anglicano che, dopo lunga e sofferta meditazione, decide di convertirsi alla vera e unica Chiesa. Elementi autobiografici, come la difficile infanzia del protagonista, si accompagnano al franco intento apologetico, e alcuni dei temi già presenti in Sinister Street – l’ateismo moderno, il peccato e l’amore – vengono brillantemente ripresi e investiti di un nuovo significato morale.

1932: Compton Mackenzie Lord Rector dell’Università di Glasgow

Compton Mackenzie, lo scrittore dimenticato, fu un esempio per altri ottimi autori scozzesi fedeli a Roma, tra i quali Bruce Marshall, Muriel Spark e George MacKay Brown. I suoi lavori, arguti e scanzonati, sono la straordinaria testimonianza di un’identità radicata, e narrano la storia di un popolo e di una religione che la modernità ha cercato invano di cancellare. La Scozia e la Fede sono dunque i poli entro cui si mossero i libri migliori di Mackenzie, opere che meriterebbero di essere rispolverate e lette tutte d’un fiato.

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