Gli scrupoli di coscienza (inconvenienti da volgere a maggior gloria di Dio e a vantaggio della propria anima)

Dal Compendio di Teologia Ascetica e Mistica del Padre Adolphe Tanquerey. Grassettature nostre. [RS]

IV. Gli scrupoli.

934. Lo scrupolo è una malattia fisica e morale, che produce una specie di follia nella coscienza, facendole temere, per futili motivi, d’aver offeso Dio.

Questa malattia non è particolare degl’incipienti ma si trova anche in anime progredite.

Bisogna quindi dirne una parola esponendone: 1° la natura; 2° l’oggetto; 3° gli inconvenienti e i vantaggi; 4° I rimedi.

I. Natura dello scrupolo.

935. La parola scrupolo (dal latino scrupulus, sassolino, pietruzza) indicò per lungo tempo un minutissimo peso che non fa inclinare se non bilance molto sensibili.

Nel campo morale indica una ragione minuta a cui badano soltanto le coscienze più delicate.

Venne quindi ad esprimere l’inquietudine eccessiva che provano certe coscienze, per i più futili motivi, d’aver offeso Iddio.

A conoscerne meglio la natura, spieghiamone l’origine, i gradi, la distinzione dalla coscienza delicata.

936. 1° Origine.

Lo scrupolo può nascere ora da causa puramente naturale, ora da intervento soprannaturale.

a) Sotto l’aspetto naturale, lo scrupolo è spesso una malattia fisica e morale.

1) La malattia fisica che contribuisce a cagionare questo disordine è una specie di depressione nervosa, che rende più difficile il savio giudizio delle cose morali e tende a produrre l’idea fissa che si e commesso peccato, e ciò senza seria ragione.

2) Ma vi sono pure cause morali che producono lo stesso effetto: una mente meticolosa, che si perde nelle minuzie e che vorrebbe avere la certezza assoluta in ogni cosa; una mente poco illuminata, che si figura Dio come giudice non solo severo ma anche spietato; che negli atti umani confonde l’impressione col consenso e crede di aver peccato perché la fantasia rimase fortemente e lungamente impressionata; una mente caparbia, che preferisce il giudizio proprio a quello del confessore, appunto perché si lascia guidare più dalle sue impressioni che dalla ragione.

Quando queste due cause, la fisica e la morale, s’uniscono, il male è più profondo e di più difficile guarigione.

937. b) Lo scrupolo può anche provenire da intervento preternaturale di Dio o del demonio.

1) Dio permette che siamo così vessati, ora per castigarci specialmente della superbia e dei sentimenti di vana compiacenza; ora per provarci, farci espiare le colpe passate, distaccarci dalle consolazioni spirituali, e condurci a più alto grado di santità: il che avviene specialmente alle anime che Dio vuol preparare alla contemplazione, come diremo trattando della via unitiva.

2) Anche il demonio viene talvolta a innestare la sua azione su qualche morbosa predisposizione del nostro sistema nervoso per turbarci l’anima: tenta di persuaderci che siamo in stato di peccato mortale per impedirci di fare la comunione o molestarci nell’adempimento dei doveri del nostro stato; soprattutto poi tenta d’ingannarci sulla gravità di questa o quell’azione onde farci peccare formalmente, anche quando non vi è materia di peccato e soprattutto di peccato grave.

938. 2° Gradi.

Ci sono, come è chiaro, molti gradi nello scrupolo:

a) a principio non è che coscienza meticolosa, timorosa all’eccesso, che vede peccato dove non è;

b) poi vengono scrupoli passeggeri che si confidano al direttore, accettando subito la soluzione che ne dà;

c) finalmente lo scrupolo propriamente detto, tenace, accompagnato da ostinazione.

939. 3° Differenza dalla coscienza delicata.

Cosa importante distinguere bene la coscienza scrupolosa dalla coscienza delicata o timorata.

a) Non ne è lo stesso il punto di partenza: la coscienza delicata ama fervidamente Dio e per piacergli vuole schivare anche le minime colpe e le minime imperfezioni volontarie; lo scrupoloso è invece guidato da un certo egoismo che gli fa troppo ardentemente desiderare di esser sicuro di trovarsi in stato di grazia.

b) La coscienza delicata, avendo orrore del peccato e conoscendo la propria debolezza, ha timore fondato, ma non inquieto, di dispiacere a Dio; lo scrupoloso alimenta futili timori di peccare in ogni circostanza.

c) La coscienza timorata sa serbare la distinzione tra peccato mortale e veniale, e in caso di dubbio subito si sottomette al giudizio del direttore; lo scrupoloso discute tenacemente col direttore e stenta assai a sottomettersi alle sue risoluzioni.

Se si deve schivare lo scrupolo, nulla invece di più prezioso d’una coscienza delicata.

II. Oggetto dello scrupolo.

940. 1° Talvolta lo scrupolo è universale e si riferisce, a qualsiasi materia: prima dell’azione, ingrossa smisuratamente i pericoli che si possono incontrare in questa o quell’occasione che è del resto molto innocente; dopo l’azione, popola l’anima di mal fondate inquietudini e persuade agevolmente alla coscienza che si è resa gravemente colpevole.

941. 2° Più spesso però si riferisce solo ad alcune materie particolari:

a) Confessioni passate: anche dopo aver fatto parecchie confessioni generali, non si resta soddisfatti, si teme di non aver accusato tutto, o d’aver mancato di contrizione e si vuol sempre ricominciare;

b) cattivi pensieri: la fantasia è piena d’immagini pericolose od oscene, e poiché fanno una certa impressione, si teme d’avervi acconsentito, se ne è anzi certi, benché dispiacciano infinitamente;

c) pensieri di bestemmia: perché quelle idee passano per la mente, si e persuasi di avervi acconsentito, nonostante tutto l’orrore che se ne prova;

d) carità: si sono ascoltate maldicenze senza energicamente protestare, si è mancato al dovere della correzione fraterna per rispetto umano, si è scandalizzato il prossimo con parole imprudenti, si è visto un agglomeramento di persone e non si è corsi a vedere se fosse accaduta qualche disgrazia che richiedesse l’intervento del sacerdote per dare l’assoluzione: in tutte queste cose si vedono grossi peccati mortali;

e) specie consacrate, che si teme d’aver toccato senza motivo, onde si vuol purificare mani, vesti;

f) parole della consacrazione, esalta recita dell’ufficio divino ecc.

III. Inconvenienti e vantaggi dello scrupolo.

942. 1° Chi ha la disgrazia di lasciarsi dominare dagli scrupoli, ne risente sul corpo e sull’anima deplorevoli effetti.

a ) Cagionano gradatamente indebolimento e assesto nel sistema nervoso: i timori, le continue angoscie hanno influsso deprimente sulla sanità del corpo; possono diventare una vera ossessione e finire in una specie di idea fissa, che è vicina alla follia.

b) Acciecano la mente e falsano il giudizio: si perde a poco a poco la facoltà di discernere ciò che è peccato da ciò che non è, ciò che è grave da ciò che è leggero, e l’anima diventa nave senza timone.

c) La perdita d’ogni devozione ne è spesso la conseguenza: quel continuo vivere nell’agitazione e nel turbamento rende lo scrupoloso terribilmente egoista, cosicchè diffida di tutti, perfino di Dio che stima troppo severo; si lagna che Dio lo lasci in quell’infelice stato e lo accusa ingiustamente; e allora è chiaro che la vera devozione non è più possibile.

d) Finalmente vengono le mancanze e la cadute.

1) Lo scrupoloso logora le forze nel fare sforzi inutili in cose da poco, cosicchè non glie ne rimangono più abbastanza per lottare in cose di grande importanza, non potendo l’attenzione volgersi con intensità su tutti i punti.

Quindi sorprese, mancanze, e talvolta colpe gravi.

2) E poi in tali casi si cerca istintivamente un sollievo alle proprie pene, e, non trovandolo nella pietà, si va a cercarlo altrove, in letture, in amicizie pericolose, onde nascono talora occasioni di colpe deplorevoli, che gettano in profondo scoraggiamento.

943. 2° Ma chi sappia accettare gli scrupoli come prova e a poco a poco con l’aiuto d’un savio direttore correggersene, ne avrà preziosi vantaggi.

a) Servono a purificare l’anima: uno infatti si studia di schivare i minimi peccati, le minime imperfezioni volontarie, onde acquista grande purità di cuore.

b) Ci aiutano a praticare l’umiltà e l’obbedienza, obbligandoci a sottoporre con tutta semplicità i dubbi al direttore e seguirne i consigli con piena docilità non solo di volontà ma anche di giudizio.

c) Contribuiscono a darci maggiore purità d’intenzione, distaccandoci dalle consolazioni spirituali per affezionarci unicamente a Dio, che tanto più amiamo quanto più ci prova.

IV. Rimedi dello scrupolo.

944. Bisogna combattere lo scrupolo subito da principio, prima che si sia profondamente radicato nell’anima.

Ora il grande, anzi, a dir vero, l’unico rimedio è la piena e assoluta obbedienza a un savio direttore: oscuratasi la luce della coscienza, bisogna ricorrere ad altra luce; lo scrupoloso è come una nave senza timone e senza bussola: bisogna rimorchiarlo.

Il direttore quindi deve guadagnarsi la confidenza dello scrupoloso, e sapere esercitare la sua autorità su lui per guarirlo.

945. 1° Bisogna prima di tutto guadagnarsene la confidenza; perchè non si obbedisce facilmente se non a chi si ha confidenza.

Il che però non è sempre cosa facile: è vero che gli scrupolosi sentono istintivamente bisogno di guida, ma alcuni non osano abbandonarsele intieramente; la consultano volentieri, ma vogliono anche discuterne le ragioni.

Ora con lo scrupoloso, non si deve discutere ma parlare con autorità, dicendogli nettamente quel che deve fare.

Per ispirare questa confidenza, il direttore deve meritarla per competenza e premura.

a) Lascierà prima parlare il penitente, intercalando solo qualche osservazione per mostrare che ha capito bene; poi gli farà qualche interrogazione, a cui lo scrupoloso dovrà solo rispondere sì o no, dirigendone così l’esame metodico della coscienza.

Poi aggiungerà: capisco bene il caso vostro, voi soffrite così e così.

E già grande sollievo per il penitente il vedersi ben compreso e talvolta basta questo perchè dia intiera la sua confidenza.

b) Alla competenza bisogna aggiungere la premura.

Il direttore quindi si mostrerà paziente, ascoltando tranquillo le lunghe spiegazioni dello scrupoloso, almeno a principio; buono, interessandosi di quell’anima e palesando il desiderio e la speranza di guarirla; dolce, non parlando con tono severo ed aspro, ma con bontà, anche quando è obbligato ad usare linguaggio fermo ed imperativo.

Nulla guadagna meglio la confidenza quanto questo misto di fermezza e di bontà.

946. 2° Guadagnata la confidenza, bisogna esercitare l’autorità ed esigere obbedienza, dicendo allo scrupoloso: se volete guarire, dovete ubbidire ciecamente: obbedendo, siete pienamente al sicuro, quand’anche il direttore sbagli, perchè Dio in questo momento a voi non chiede altro che di obbedire.

La cosa è talmente così, che se voi non vi sentiste di obbedirmi, bisogna che vi cerchiate un altro direttore: la sola ubbidienza cieca vi potrà guarire e vi guarirà certamente.

a) Dando gli ordini, il confessore deve parlare franco, con chiarezza e precisione, schivando ogni ambiguità; in modo categorico e non condizionato, come, per esempio, se questo vi disturba non lo fate; ma in modo assoluto: fate questo, lasciate quello, disprezzate quella tentazione.

b) Per lo più non bisogna dar ragione degli ordini dati specialmente a principio; più tardi, quando lo scrupoloso potrà comprenderne e sentirne la forza, gli si darà brevemente la ragione, per formargli a poco a poco la coscienza.

Ma soprattutto nessuna discussione sulla sostanza della risoluzione; se per il momento vi fosse qualche ostacolo ad eseguirla, se ne tiene conto; ma la risoluzione deve rimanere.

c) Non bisogna quindi mai disdirsi: prima di risolvere, si riflette bene, e non si danno ordini che non si possano poi mantenere; ma dato che sia, l’ordine non si deve più revocare, finchè un fatto nuovo non richieda un cambiamento.

d) Per assicurarsi che l’ordine sia stato capito bene, gli si fa ripetere; dopo non resta che farlo eseguire.

È cosa difficile, perchè lo scrupoloso talora indietreggia davanti all’esecuzione come il condannato davanti al supplizio.

Ma gli si dice chiaro che dovrà renderne conto; se non ha seguito il consiglio, non gli si darà ascolto finchè non l’abbia eseguito.

Può darsi quindi che si debba ripetere più volte la stessa prescrizione finchè non sia eseguita bene; e si fa senza impazienza ma con crescente fermezza e lo scrupoloso finisce con obbedire.

947. 3° Venuto il tempo, il direttore inculca il principio generale, che darà modo allo scrupoloso di disprezzare tutti i dubbi; occorrendo, lo può anche dettare in questa o altra simile forma: “Per me, in fatto di obbligo di coscienza, non c’è che l’evidenza che conta, ossia certezza tale che escluda ogni dubbio, certezza calma e piena, chiara come due e due fanno quattro; io quindi non posso commettere peccato mortale o veniale se non quando ho certezza assoluta che l’azione che sto per fare è per me proibita sotto pena di peccato mortale o veniale, e che, pur sapendo questo, io voglia farla a qualunque costo.

Non presterò dunque attenzione alle tentazioni per forti che siano, e non mi crederò legato che dall’evidenza chiara e certa; fuori di questo caso, per me nessun peccato”.

Quando lo scrupoloso si presenterà affermando di aver commesso un peccato veniale o mortale, il confessore gli dirà: Potete giurare di aver chiaramente visto, prima di operare, che quell’azione era peccato e che, avendolo chiaramente visto, pure ci avete dato pieno consenso?

Questa interrogazione chiarirà la regola e la farà capire meglio.

948. 4° Bisogna infine applicare questo principio generale alle difficoltà particolari che si presentano.

a) Riguardo alle confessioni generali, lasciatene fare una, non si permetterà più di ritornarvi sopra se non sono evidenti questi due punti:

1) un peccato mortale certamente commesso; e

2) certezza che tal peccato non fu mai accusato in alcuna confessione valida.

Del resto dopo qualche tempo, il confessore dirà che non bisogna più assolutamente ritornare sul passato, e che se qualche peccato fosse stato omesso, resta perdonato con gli altri.

b) Quanto ai peccati interni di pensieri e di desideri, si darà questa regola: durante la crisi, stornare l’attenzione pensando ad altro; dopo la crisi, non esaminarsi per vedere se si è peccato ( il che richiamerebbe la tentazione ) ma tirare avanti occupandosi dei doveri del proprio stato, e comunicarsi finchè non si abbia evidenza d’aver pieno consenso (n. 909).

949. c) La comunione è spesso una tortura per gli scrupolosi: temono di non trovarsi in istato di grazia o di non esser digiuni.

Ora

1) la paura di non trovarsi in stato di grazia mostra che non ne sono certi; devono quindi comunicarsi e la comunione li metterà in istato di grazia caso mai che non vi fossero;

2) il digiuno eucaristico non deve impedire agli scrupolosi di comunicarsi se non quando siano assolutamente certi di averlo rotto.

d) La confessione è per loro anche maggior tortura, onde conviene semplificarla.

Quindi si dirà loro:

1) voi non siete obbligato che ad accusare i peccati certamente mortali;

2) dei peccati veniali dite solo quelli che vi verranno in mente dopo cinque minuti di esame;

3) quanto alla contrizione, consacrerete sette minuti a domandarla a Dio e ad eccitarvici e l’avrete; ma io non la sento punto: non è necessario, perchè la contrizione è atto della volontà che non cade sotto la sensibilità.

Anzi in certi casi, quando lo scrupolo è molto intenso, si prescriverà ai penitenti di contentarsi di questa accusa generica: mi accuso di tutti i peccati commessi dall’ultima confessione e di tutti quelli della vita passata.

950. 5° Risposta alle difficoltà.

Può essere che il penitente dica al confessore: lei mi tratta da scrupoloso, ma io non lo sono.

Gli si risponderà: non sta a voi il giudicarne, sta a me.

Ma siete poi ben sicuro di non essere scrupoloso?

Dopo la confessione siete, come tutti gli altri, calmo e tranquillo?

Non avete invece dubbi e angustie che gli altri in generale non hanno?

Non siete dunque in istato normale: c’è in voi un certo squilibro sotto l’aspetto fisico e morale; avete quindi bisogno di trattamento speciale; obbedite dunque senza discutere e guarirete; altrimenti il vostro stato non farà che aggravarsi.

Solo con questi e altri simili mezzi si riesce, con la grazia di Dio, a guarire questa desolante malattia dello scrupolo.

Appendice sul discernimento degli spiriti.

951. Dei diversi spiriti che operano in noi.

Nel corso delle pagine precedenti, abbiamo più volte parlato dei vari moti che ci spingono al bene o al male.

È quindi cosa molto importante il conoscere quale sia la fonte di questi moti.

In teoria possono venire da sei diversi principii:

a) da noi stessi, dallo spirito che ci spinge verso il bene, o dalla carne che ci spinge verso il male;

b) dal mondo, in quanto opera, per mezzo dei sensi, sulle nostre facoltà interne per trarle al male, n. 212;

c) dagli angeli buoni, che eccitano in noi buoni pensieri;

d) dai demoni, che operano invece sui nostri sensi esterni o interni per spingerci al male;

e) da Dio, che solo può penetrare fin nel più intimo dell’anima e che non ci porta mai se non al bene.

952. In pratica però, basta sapere se questi moti vengono dal buono o dal cattivo principio; dal buon principio: da Dio, dagli angeli buoni o dall’anima aiutata dalla grazia; dal cattivo principio: dal demonio, dal mondo o dalla carne.

Le regole che ci aiutano a descernerli l’uno dall’altro si dicono regole sul discernimento degli spiriti.

Già S. Paolo ne aveva posto il fondamento, distinguendo nell’uomo la carne e lo spirito e, fuori di lui, lo Spirito di Dio che ci porta al bene e gli angeli decaduti che ci sollecitano al male.

Da allora gli autori spirituali, come Cassiano, S. Bernardo, S. Tommaso, l’autore dell’Imitazione (l. III, c. 54-55), S. Ignazio, stesero regole per discernere gli opposti moti della natura e della grazia.

953. Regole di S. Ignazio che convengono specialmente agl’incipienti.

Le due prime regole riguardano la condotta diversa che lo spirito buono e il maligno tengono verso i peccatori e verso le persone fervorose.

Prima regola.

Ai peccatori, che non mettono freno alcuno alle passioni, il demonio propone piaceri apparenti e voluttà per ritenerli e tuffarli sempre più nel vizio; lo spirito buono invece eccita nella loro coscienza turbamenti e rimorsi per farli uscire dal tristo loro stato.

Seconda regola.

Quando si tratta di persone sinceramente convertite, il demonio eccita in loro tristezza e tormenti di coscienza e ostacoli di ogni sorta per disanimarle e arrestarne i progressi.

Lo spirito buono invece dà loro coraggio, forze, buone ispirazioni, per farle avanzare nella virtù.

Si giudicherà quindi l’albero dai frutti: tutto ciò che ostacola il progresso viene dal demonio, tutto ciò che lo asseconda viene da Dio.

954. 2° La terza regola riguarda le consolazioni spirituali.

Provengono dallo spirito buono:

1) quando producono interni moti di fervore: prima una scintilla, poi una fiamma, infine un braciere ardente d’amor divino;

2) quando fanno versare lagrime che sono veramente espressione dell’interna compunzione o dell’amore di Nostro Signore;

3) quando aumentano la fede, la speranza, la carità, o quietano e tranquillano l’anima.

955. 3° Le regole seguenti (4ª-9ª) riguardano le desolazioni spirituali:

1) le desolazioni consistono in tenebre nello spirito o inclinazioni della volontà a cose basse e terrestri che rendono l’anima triste, tiepida e accidiosa;

2) non bisogna allora cambiare nulla delle risoluzioni prese prima, come suggerirebbe lo spirito maligno, ma restare saldi nelle precedenti risoluzioni;

3) bisogna anche approfittarne per diventare più fervorosi, per dare maggiore tempo alla preghiera, all’esame di coscienza, alla penitenza:

4) confidare nell’aiuto divino, il quale, benchè non sentito, ci è veramente dato per aiutare le nostre facoltà naturali a fare il bene;

5) aver pazienza e sperare che la consolazione ritornerà; pensare che la desolazione può essere castigo della nostra tiepidezza; prova, volendo Dio farci toccare con mano quello che possiamo quando siamo privi di consolazioni; lezione, volendo Dio mostrarci che siamo incapaci a procurarci consolazioni e guarirci così dall’orgoglio.

956. 4° La regola undecima ritorna sulle consolazioni per avvertirci che bisogna allora far provvista di coraggio, onde comportarsi poi bene nel tempo della desolazione; e per dirci che dobbiamo umiliarci vedendo quanto poco possiamo se veniamo privati della consolazione sensibile, e che possiamo invece molto nel tempo della desolazione se ci appoggiamo a Dio.

957. 5° Le tre ultime regole 12ª-14ª espongono, a fine di svelarle, le astuzie usate dal demonio per sedurci:

a) opera come la mala donna, che è debole quando le si resiste, ma ardente e crudele quando le si cede; onde bisogna vigorosamente resistere al demonio;

b) si regola come un seduttore che vuole il segreto dalla persona da lui sollecitata al male; quindi il migliore mezzo di vincerlo è di svelare tutto al direttore;

c) imita un capitano che, per conquistare una piazza, la assale dal lato più debole; onde è necessario vigilare su questo punto debole nell’esame di coscienza.

Sintesi di questo primo libro.

Il fine inteso dagl’incipienti è la purificazione dell’anima, onde, liberi dagli avanzi e dalle occasioni del peccato, potersi unire a Dio.

958. Per ottenere questo fine ricorrono alla preghiera; porgendo a Dio i doveri religiosi, lo inclinano a perdonare loro tutte le colpe passate; invocandolo con fiducia, in unione col Verbo Incarnato, ottengono grazie di contrizione e di fermo proponimento che ne purificano vie più l’anima e li preservano da future ricadute.

Questo buon risultato si ottiene in modo anche più sicuro con la meditazione: le incrollabili convinzioni che vi si acquistano con lunghe e serie riflessioni, gli esami di coscienza che meglio ci mostrano le nostre miserie e la nostra povertà, le preghiere ardenti che sgorgano allora dal fondo di questo povero cuore, le risoluzioni che vi si prendono e che si cerca di praticare, sono tutte cose che purificano l’anima, le ispirano orrore al peccato e alle sue occasioni e la rendono più forte contro le tentazioni, più generosa nella pratica della penitenza.

959. Perchè, intendendo meglio la gravità dell’offesa fatta a Dio col peccato e lo stretto dovere di ripararla, l’anima entra coraggiosamente nelle vie della penitenza; in unione con Gesù, che volle essere penitente per noi, alimente in cuore sentimenti di confusione, di contrizione e d’umiliazione, e piange continuamente i suoi peccati.

Con questi sentimenti, si dà alle austerità della penitenza, accetta generosamente le croci provvidenziali che Dio le manda, s’impone privazioni, pratica elemosine e così ripara il passato.

Per schivare il peccato nell’avvenire, pratica la mortificazione, disciplinando i sensi esterni e gli interni, l’intelligenza e la volontà, insomma tutte le sue facoltà per assoggettarle a Dio e non far nulla che non sia conforme alla sua santa volontà.

È vero che vi sono in lei profonde tendenze cattive che si chiamano i sette peccati capitali; ma, appoggiandosi sulla divina grazia, pone mano a schiantarli o almeno a svigorirli; lotta valorosamente contro ognuno di loro in particolare, e viene il momento che li ha sufficientemente domati.

Nonostante tutto questo lavorìo, dai bassi fondi dell’anima sbucheranno fuori le tentazioni, talora terribili, eccitate dal mondo e dal demonio.

Ma, senza disanimarsi, appoggiata su Colui che ha vinto il mondo e la carne, l’anima lotterà subito e finchè sarà necessario contro gli assalti del nemico; e, con la grazia di Dio, il più delle volte questi assalti non saranno che occasione di vittoria; se sciaguratamente avvenisse una caduta, l’anima, umiliata ma confidente, si getterebbe subito nelle braccia della divina misericordia per implorarne il perdono.

Una caduta così riparata non sarebbe di ostacolo al suo avanzamento spirituale.

960. Dobbiamo tuttavia aggiungere che le purificazioni attive descritte in questo primo libro non bastano a rendere l’anima perfettamente pura.

Il lavoro di purificazione deve quindi continuare nel corso della via illuminativa con la pratica positiva delle virtù morali e teologali.

E non sarà compito se non quando verranno, nella via unitiva, quelle purificazioni passive, così bene descritte da S. Giovanni della Croce, che danno all’anima la perfetta purità di cuore, che è ordinariamente necessaria alla contemplazione.

Ne parleremo nel terzo libro.

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