I cattolici britannici e il fascismo italiano: storie di convergenze parallele

di Luca Fumagalli

Hilaire Belloc e G. K. Chesterton

Dopo la stipulazione dei Patti Lateranensi del 1929, molti cattolici inglesi presero a considerare il regime di Benito Mussolini come un possibile modello di riuscita sintesi tra politica e religione. Il fascismo attirava soprattutto le simpatie delle frange più conservatrici del mondo “papista” britannico. Per esempio Hilaire Belloc (1870-1953), il grande saggista amico di G. K. Chesterton (1874-1936), a partire dagli anni Venti dimostrò un’ammirazione per il Duce che rimase sostanzialmente inalterata per tutta la vita (Chesterton, al contrario, fu più cauto nelle sue aperture di credito). Del resto non va dimenticato che, in generale, non erano pochi i politici e gli intellettuali dell’Impero che valutavano positivamente l’operato del dittatore italiano (così come quello di Franco e di Salazar). Nel 1932 Oswald Mosley arrivò addirittura a fondare il British Union of Fascists (BUF), un partito che, a partire dal nome, era fortemente indebitato nei confronti del pensiero mussoliniano.

Uno dei primi scrittori cattolici che reputò il “fascismo mediterraneo” un modello per la politica britannica fu James Strachey Barnes (1890-1955) il quale, dopo il primo conflitto mondiale, si stabilì in Italia, un paese che, a suo dire, rappresentava simbolicamente i valori universali e la fede nella Chiesa. Divenuto membro del PNF e amico di Mussolini, Barnes scrisse un saggio sull’ideologia fascista, The Universal Aspects of Fascism, che fu pubblicato nel 1928. Tre anni più tardi venne dato alle stampe Fascism, un piccolo volumetto preparato per la Home University Library. I due libri ottennero un vasto successo di pubblico e furono ristampati più volte. Barnes – fiorentino d’adozione – firmò inoltre numerosi articoli favorevoli al regime che apparvero su diverse testate internazionali.

James Strachey Barnes

La sua opera si inseriva perfettamente nel solco tracciato dal distributismo di Belloc e Chesterton. Al netto delle differenze, pure Barnes predicava una più vasta distribuzione della ricchezza, ambiva alla pace sociale e si augurava la disgregazione dei grandi monopoli capitalistici. Il fascismo, per lui, significava ritornare a quel Medioevo cristiano che, purtroppo, era stato spazzato via dalla corruzione morale del Rinascimento. Il regime di Mussolini era riuscito a riportare l’ordine in un paese caotico, donando agli italiani una rinnovata forza morale: anche l’Inghilterra doveva imboccare una simile strada.

Dai primi anni Trenta molti altri politici e scrittori cattolici si attestarono sulle posizioni di Barnes. I più importanti furono quelli che gravitarono intorno allo storico Sir Charles Petrie (1895-1977) e alla rivista «English Review», diretta all’epoca da Douglas Francis Jerrold (1893-1964).

Douglas Francis Jerrold

Petrie era un baronetto irlandese che nel 1931 aveva scritto un volume intitolato Mussolini, pubblicato da Jerrold per la casa editrice Eyre and Spottiswoode. La sua ammirazione per il Duce, «la più grande figura del presente, e forse una delle più significative di tutti i tempi», durò ben oltre la guerra. Secondo lo storico, infatti, il fascismo aveva raggiunto due importanti obiettivi: la creazione di uno stato corporativo e la soluzione dell’annosa “questione romana” (Petrie, tutt’altro che sprovveduto, non ignorava i tornaconti egoistici che avevano portato il fascismo a siglare l’importante accordo).

Jerrold, invece, incarnava lo spirito anti-capitalista di un certo conservatorismo britannico. Era convinto che l’unico serio attacco a tale sistema, marcio e corrotto fino al midollo, fosse stato portato dalle destre europee e dai più accorti cattolici che, in Inghilterra, avevano avuto il coraggio di far sentire la propria voce. Tra questi spiccavano i nomi di Bernard Wall (1908-1974), Robert McNair Wilson (1882-1963), Douglas Woodruff (1897-1978), del conte Michael de la Bédoyère (1900-1973) e di Christopher Hollis (1902-1977), autore di un libro, Italy in Africa, che giustificava la “missione civilizzatrice” del fascismo nel continente nero (con toni generalmente più enfatici rispetto a quelli impiegati da Evelyn Waugh nell’analogo In Abissinia). Jerrold era un entusiasta del sistema corporativista, che «combinava democrazia ed efficienza», e il suo romanzo Storm Over Europe (1930), ambientato nel fittizio stato di Cisalpania, era un concentrato di propaganda filo-mussoliniana.

Douglas Woodruff

Pochi cattolici si iscrissero al BUF di Mosley, ma altri gruppi europei, come il movimento rexista in Belgio o l’Action Française, seppero suscitare un maggior entusiasmo.

Una condotta diametralmente opposta venne invece adottata nei confronti del nazismo, che ricevette condanne da ogni parte a causa dei suoi metodi brutali, dell’anti-semitismo di stampo biologico e di un ostentato neo-paganesimo. Chesterton scrisse a proposito pagine illuminanti, mentre Belloc, da parte sua, non smise mai di deplorare l’accordo di Monaco del 1938 e l’alleanza tra Mussolini e Hitler. Solo il «Catholic Herald» di la Bédoyère, seppur timidamente, tentò di giustificare in qualche modo il regime tedesco presentandolo al pubblico dei lettori come l’unico baluardo contro il pericolo bolscevico.

Cristopher Hollis

Mussolini e il fascismo italiano, come visto, suscitarono dunque più di una simpatia tra i britannici fedeli alla Chiesa di Roma. Molti intellettuali spesero parole d’elogio per una dittatura che, almeno prima dell’introduzione delle leggi razziali e della Seconda guerra mondiale, sembrava avere tutte le carte in regola per costituire un esempio per quanti, in Europa, sognavano il ritorno a un ordine cristiano. Nessuno poteva però immaginare che una manciata di anni più tardi di quell’ideale sarebbero rimaste solo rovine fumanti.

Un commento a "I cattolici britannici e il fascismo italiano: storie di convergenze parallele"

  1. #lister   18 settembre 2018 at 5:36 pm

    “Il Mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle idee” Benito Mussolini.

    Sì continua ad affibbiargli l’appellativo di “dittatore”… Un dittatore, la notte del 25 luglio 1943, avrebbe fatto arrestare Grandi e tutti i suoi accoliti.

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