“I guerrieri della notte”: l’anabasi postmoderna nel romanzo di Sol Yurick

di Luca Fumagalli

Camicie scozzesi blu col colletto abbottonato, attillatissimi pantaloni neri e cappelli di paglia a tesa stretta con un distintivo: il marchio della Mercedes, la stella a tre punte, difficilissima a trovarsi, fissata con spille da balia nell’officina della scuola. Il drappello dei prescelti indossa pure una giacca, tutti tranne Bimbo, che ha con sé un impermeabile al cui interno sono assicurate due bottiglie di Seagram. Con lui, mentre avanzano lungo la strada, ci sono Arnold, Hector, Tonto, Hinton, Dewey e Junior. È il 4 luglio, una calda notte di festa, resa caotica dai petardi e dai fuochi d’artificio che illuminano il cielo. I ragazzi, plenipotenziari dei Dominatori di Coney Island, si stanno recando a un’assemblea segreta nel Bronx. Ismael Rivera, il leader della gang più importante di New York, ha infatti indetto un giorno di tregua per presentare a tutti i rappresentati delle bande giovanili il suo ambizioso progetto, quello cioè di creare una coalizione per prendere il potere in città. L’assemblea, però, degenera rapidamente: un battibecco si trasforma in una grande rissa che coinvolge i convenuti. Un colpo di pistola ferisce a morte Ismael e, a peggiorare ancora di più le cose, giunge a sirene spiegate la polizia. I Dominatori approfittano della confusione per dileguarsi; non resta che tornarsene a Coney Island, ma il lungo viaggio che li attende si prospetta tutt’altro che semplice.

I guerrieri della notte (The Warriors, 1965), romanzo di Sol Yurick – da cui è stato tratto, nel 1979, il film culto di Walter Hill –, si sviluppa sulla falsariga dell’Anabasi di Senofonte. Il ritorno a casa dei mercenari greci al servizio del persiano Ciro, nel libro di Yurick si trasforma in un grottesco nostos postmoderno, compiuto tra le sozzure di un mondo marcio, corrotto, in cui la vita degli esseri umani si trascina stancamente sotto il cielo buio di una distopia drammaticamente attuale. Tutto è opprimente, pervaso dal fetore della morte, e la penna dello scrittore americano, che non ha paura di indugiare sul linguaggio sboccato dei personaggi, dà corpo a una prosa asciutta, scorrevole, che tuttavia non manca di generare un certo malessere diffuso in chi legge; è un pugno allo stomaco, del tutto simile a quelli che i Dominatori distribuiscono ai nemici che si frappongono tra loro e la meta.

I guerrieri della notte, sia per la violenza perpetrata dai protagonisti che per il degrado dell’ambientazione, ricorda da vicino Arancia meccanica, un altro romanzo che, al pari di quello di Yurick, ha avuto la sfortuna di essere stato sommerso dal successo clamoroso ottenuto dal film che ha ispirato. Per quanto il libro di Burgess, datato 1962, presenti una dimensione teologica del tutto assente ne I guerrieri della notte, con quest’ultimo condivide una rappresentazione lucida e disincantata del disagio giovanile. I Dominatori, al pari di Alex e dei suoi drughi, sono antieroi affamati di stupri e omicidi che giocano a fare i grandi, sono il prodotto di una giungla metropolitana fatta di barboni, drogati, prostitute, omosessuali e viziosi di ogni sorta. Non vi è alcuna certezza, nessun Dio a cui aggrapparsi, ma solo ridicoli assistenti sociali e il lezzo delle case popolari in cui vivono le loro disastrate famiglie, composte da genitori, spesso separati, che convivono con altri e non si curano minimamente dei propri figli. Il mondo adulto non è dunque migliore di quello dei ragazzi; a questi ultimi, privi di un qualsiasi orizzonte valoriale, non resta che cercare casa altrove, nell’apparente sicurezza offerta dalle varie gang (non a caso il capo dei Dominatori è chiamato “Padre”) e dal loro codice morale che, seppur paradossale, è rigidissimo.

Rispetto al film, il romanzo di Yurick si sviluppa lentamente, al ritmo di capitoli intitolati semplicemente secondo la scansione oraria degli eventi raccontati, e all’azione è data poca enfasi. Tra le altre moltissime differenze, quella più evidente, oltre al finale, è costituita dal notevole approfondimento psicologico dei personaggi, che culmina in un epilogo agrodolce, per nulla consolatorio. Questa “gioventù bruciata”, come i cacciatori de Il Signore delle mosche, subisce nel corso del viaggio una trasformazione che ne segna il volto e l’anima. Il sudore che imperla il viso e le uniformi lacerate sono il correlativo oggettivo di un cuore contuso, che pulsa al ritmo di un desiderio di felicità che non trova soddisfazione.

L’anabasi dei Dominatori, in questo senso, è un sarcastico ritorno alla galera della monotonia quotidiana. A Hinton, come agli altri, ora che tutto è anarchia e dissoluzione non resta che abbandonarsi al ricordo di un’innocenza ormai perduta, unica illusione di serenità in un universo da incubo: «Scivolò su un fianco, la testa appoggiata sul cappello schiacciato, e restò rannicchiato, con gli occhi fissi, il pollice in bocca, e si addormentò».

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