Nota di Radio Spada: pubblichiamo con vivo piacere quest’articolo del nostro collaboratore Pacificus che si inserisce, pur con una prospettiva differente ma anche con una spiritualità certamente più profonda, nella scia della rubrica RS “Ai piedi del trono vuoto”, tenuta da Luca Fumagalli e da me. A prestissimo per i nuovi appuntamenti. Tenete gli occhi aperti! (Piergiorgio Seveso)

 

J. Steen, L’argomento in un gioco di carte, 1650 ca, olio su tela, Staatliche Museen, Berlino

di Pacificus

Da quando San Pio X ha sdoganato con la Notre Charge Apostolique la parola “tradizionalisti”, la si può usare – intesa in senso cattolico – come accezione positiva. In particolare dopo il Concilio Vaticano II.

A condirla di negatività ci hanno pensato i rappresentanti stessi del carrozzone (neo)tradizionalista, di cui peraltro fa parte la stessa Radio Spada, con tutti i suoi umanissimi limiti e pregi.

Evitiamo di soffermarci sullo sguardo interno: i velleitarismi che si fan gioco della realtà, le allucinazioni di una restaurazione che parta da forze umane, lo stare contro gli altri perché si vuole fare l’opposto o perché gli altri han già fatto quello che noi vorremmo fare o più semplicemente perché si vuol far niente, e ancora: le liti, le urgenze di bottega di questa o quella parte, i dissapori condominiali per cui si fa gara a chi butta più briciole sul balcone del vicino, perché sì il più detestato del palazzo è sempre il vicino, mai il lontano inquilino della scala opposta che nemmeno si conosce. Resta pur sempre l’immagine esterna che si dà, ed è inquietante, tale da far scappare chiunque abbia un frammento di buona volontà, come del resto scappò Pietro in quella nerissima notte.

Però si badi: per quanto si possa essere tentati, non si può buttar tutto in un unico calderone. I “tradizionalisti” hanno ragione sulla crisi nella Chiesa e hanno spesso torto nel loro comportamento. Anche Giuda, come Pietro, fuggì in quelle tragiche ore, ma quanto son diverse quelle due fughe: entrambe colpevoli, entrambe pericolose ma in ogni caso inconciliabili. La fuga di Giuda è quella dell’apostasia finale, modernista ante litteram, e non va confusa con quella della “pietra su cui è edificata la Chiesa”.

L’autoironica rubrica radiospadista “Ai piedi del trono vuoto” offre diversi spunti relativi a questo discorso: guardiamoci da fuori, che vediamo? Ve lo dico: vediamo il disastro.

Vediamo gente che discetta per ore sulla via unitiva salvo sputare veleno sul proprio prossimo, grandi esperti di esercizi spirituali che a mezza bocca – quasi mai col coraggio vero di una calunnia frontale – sussurrano dei vizi innominabili (e quindi furbescamente innominati) di questo o di quello, persone che sapendo tutto del tal santo credono forse di essergli simili, per il fatto di conoscere si crede di essere, che è un po’ come ritenere di aver la forma di un triangolo rettangolo per aver studiato il teorema di Pitagora.

Per amare bisogna conoscere, ma conoscere non basta per amare: Lucifero conosceva benissimo Dio, si può dire che lo conoscesse meglio di chiunque altro, la sua visione era così netta che forse gli pareva di possederLo pienamente e di poter divenire “simile a Lui”. Si sbagliava. Non si salvò per aver conosciuto ma si dannò per non aver amato.

Si dice che il postconcilio sia il Sabato Santo della Chiesa. Cara gente, facciamo attenzione a questa espressione perché è un’ammonizione per tutti noi. Se nel Venerdì Santo ai piedi della Croce erano rimasti solo Giovanni e Maria, di cui il primo più per compassione che per Fede, nel Sabato Santo l’Unica a conservare la Fede nel Figlio fu la Vergine Madre. Teniamolo a mente: non c’era un Apostolo, gli uomini erano tutti confusi. Come lo siamo oggi.

Si noti: questo non toglie una virgola al fatto che quella dei vari Pietro, Giacomo, Andrea, ecc fosse stata la vera e la sola esperienza di Fede, che Quello da loro conosciuto fosse davvero il Redentore, che di lì a breve sarebbe stato il Risorto. Ma attenzione: conoscere la verità non basta, se poi si scappa di fronte alle sue conseguenze. Questo avvertimento valga in primis per chi scrive. A che serve conoscere i grandi misteri se poi non si è capaci di vivere da cristiani? Che ce ne facciamo del più, se non sappiamo gestire il meno?

Attenti dunque, tradizionalisti: meno spettacolo e più fedeltà alle cose semplici, che a forza di fare i dottori si finisce come i farisei, a forza di conoscere senza amare si finisce in fuga, più come Giuda che come Pietro, e a credere di essere perché si conosce, si finisce come Lucifero.

Non siamo necessari, siamo contingenti. Teniamolo sempre presente. E i gomiti posiamoli – fermi – sui banchi degli inginocchiatoi, non in movimento verso le costole del prossimo. E la lingua usiamola per accusare i nostri peccati, prima che quelli degli altri.

“L’uomo, per sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non si ha il timor di Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore è più apprezzabile di un sapiente che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli è veramente, vada studiando i movimenti del cielo. Colui che si conosce a fondo sente di valere ben poco in se stesso e non cerca l’approvazione degli uomini. Dinanzi a Dio, il quale mi giudicherà per le mie azioni, che mi gioverebbe se io anche possedessi tutta la scienza del mondo, ma non avessi l’amore? Datti pace da una smania eccessiva di sapere: in essa, infatti, non troverai che sviamento grande ed inganno. Coloro che sanno desiderano apparire ed essere chiamati sapienti. Ma vi sono molte cose, la cui conoscenza giova ben poco, o non giova affatto, all’anima. Ed è tutt’altro che sapiente colui che attende a cose diverse da quelle che servono alla sua salvezza. I molti discorsi non appagano l’anima; invece una vita buona rinfresca la mente e una coscienza pura dà grande fiducia in Dio. Quanto più grande e profonda è la tua scienza, tanto più severamente sarai giudicato, proprio partendo da essa; a meno che ancor più grande non sia stata la santità della tua vita” (Imitazione di Cristo, Libro I, Capitolo II)