“Sulla mia pelle” e Stefano Cucchi: la storia di un nuovo santo laico?

di Luca Fumagalli

 

Da qualche tempo la domanda che più ricorre nelle mie giornate è: «Hai visto Sulla mia pelle?» Il film, per la regia di Alessio Cremonini, con Alessandro Borghi nei panni del protagonista, narra la nota vicenda della morte di Stefano Cucchi, trentenne romano arrestato per spaccio e detenzione di stupefacenti, misteriosamente morto quando era in custodia della polizia (pare a causa delle complicazioni seguite a un pestaggio da parte degli stessi agenti). Vari processi si sono succeduti ma, per il momento, la vicenda si è chiusa con un nulla di fatto: non ci sono colpevoli accertati e le dinamiche dell’evento rimangono poco chiare. Nel frattempo la sorella Ilaria, che ha fondato un’associazione che porta il nome del fratello, insieme ai famigliari continua a fare di tutto per tenere viva l’attenzione mediatica su quanto è accaduto a Stefano. D’altronde il clamoroso successo che sta ottenendo Sulla mia pelle – ancora in sala – testimonia un interesse sorprendente per il caso Cucchi, ancora più straordinario se si pensa come alle proiezioni cinematografiche siano seguite, in qualche città, proiezioni “clandestine” del film, organizzate da giovani e gruppi studenteschi.

Dal mero punto di vista cinematografico il lavoro di Cremonini è più che buono. Con scarse risorse, location limitate e un pungo di attori, il regista riesce a imbastire una storia convincente, mai noiosa, che percorre gli ultimi sette giorni della vita di Stefano, dall’arresto fino alla morte. Tutto è minimale, dalle musiche alle scenografie, per non distogliere l’attenzione dello spettatore dai personaggi e del dramma in atto. Se Sulla mia pelle correva il serio rischio di tradursi in una melensa agiografia dello sfortunato protagonista, il pericolo è stato brillantemente scongiurato: i lividi che Stefano porta sul volto alludono a una brutalità da parte dei poliziotti che non viene mai mostrata; d’altro canto, non si tace nulla della vita tutt’altro che esemplare del giovane romano, caratterizzata dai problemi con la droga. Struggente anche la rappresentazione del dolore dei genitori, che seguono con apprensione, costretti alla lontananza, il declino psico-fisico del figlio. Un plauso speciale va all’ottima interpretazione di Borghi che, tra l’altro, per entrare meglio nella parte di Cucchi ha dovuto perdere parecchi chili (ricordo, infatti, che Stefano era scheletrico, palesemente sottopeso).

Di Sulla mia pelle quello che più mi preoccupa è l’ermeneutica dell’opera che si sta diffondendo, soprattutto presso i giovani spettatori. Insegno in una scuola superiore e uno dei motivi che mi ha spinto a vedere il film di Cremonini è stata l’insistenza da parte di alcuni miei alunni, tutti (o quasi) ammaliati dalla pellicola. Parlando con loro ho scoperto che del film si è voluto trattenere solo l’aspra denuncia contro la “violenza di stato”, come si suole definirla. Certamente quello dell’abuso di potere, in qualsiasi campo, è un problema che merita di essere preso in considerazione e affrontato. Il caso Cucchi, però, per essere compreso adeguatamente, deve essere valutato tenendo conto almeno di altri due fattori, per nulla secondari.

Innanzitutto, come già evidenziato, di quello che è accaduto quella terribile notte del 2009 poco si sa. Sarà pure colpa delle istituzioni omertose – cosa ovviamente grave, se fosse provata –, ma il dato di fatto è che l’intera vicenda è ancora costellata di punti interrogativi: c’è stato davvero un pestaggio? Chi ha ridotto Stefano in quello stato? Quali sono le reali cause della sua morte? Al momento dell’arresto qual era il suo stato di salute? E così via. Dunque il film offre una versione dei fatti, forse la più vicina alla verità, ma per il momento non si può affermare quasi nulla con certezza. Si tratta di un’ipotesi, che, per quanto possa affascinare qualcuno, rimane pur sempre solo un’ipotesi.

Inoltre non bisogna dimenticare chi era Stefano Cucchi. Il film ci ricorda che il ragazzo, oltre a essere stato in un centro di recupero per tossicodipendenti e aver causato più di un problema ai propri genitori, continuava a usare droghe e a spacciare (rovinando, oltre alla sua, la vita di altre persone). Questo, naturalmente, non giustifica in nessun modo eventuali pestaggi o violenze da parte delle forze dell’ordine, ma il povero Stefano non era certo un angelo. Scrivo questo perché, come dicevo, confrontandomi nei giorni scorsi con i miei alunni, ho avuto la netta percezione che ai loro occhi Cucchi fosse diventato una sorta di nuovo santo laico, un martire postmoderno (e non si sa bene, poi, per quale causa).

Sulla mia pelle merita dunque di essere visto, anche solo perché è una delle poche pellicole italiane ben fatte, pensate con cura e girate con amore. Non ci si deve dimenticare, però, che il film non si limita a denunciare un unico male, ma ne individua almeno due: l’abuso di potere in tutte le sue forme e il problema della droga, che distrugge rapporti ed esistenze.

2 Commenti a "“Sulla mia pelle” e Stefano Cucchi: la storia di un nuovo santo laico?"

  1. #Enrico B.   28 settembre 2018 at 9:37 am

    Premessa doverosa, non sono per chi si droga ne spaccia. Lavoro nell’ambito sicurezza. Però se si vuole averei un’ idea precisa, invito ad ascoltare le tante ore di registrazioni del processo Cucchi bis, dal sito di radio radicale sezione processi. Utile più del film, che ho trovato per niente esasperato, che rispecchia abbastanza la realtà giudiziaria emersa fino ad ora. Occorre sgombrare la mente per un attimo da pregiudizi politici o di parte, solo così ed io mi sono sforzato di comprendere davvero, alla fine forse raggiungi una personale convinzione. Non ci sono santi, ma qualche distorsione della verità oggettiva, quella si e non occorre essere Poliziotti, Giudici o estremisti per comprenderlo.

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  2. #Riccardo   29 settembre 2018 at 7:58 pm

    Io non metto in dubbio la validità tecnica e artistica del film. Il problema sta nella chiave di lettura. E’ il solito film politicamente corretto che difende i detenuti. I buonisti in Italia hanno già fatto abbastanza danni. Il film non merita di essere visto.

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