Un giorno di felicità

Questo breve racconto è stato scritto nel 2005 ed è stato pubblicato nella raccolta “Sedici nella penna“, a conclusione del corso di alta formazione in scrittura creativa organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ai corsisti veniva comunicato il titolo da cui poi ricavare il racconto. Con piacere lo condividiamo con voi, ringraziando l’Autrice. Buona lettura! [RS]

 

di Isabella Spanò

 

<<…and, at the New York airport…>>: il cronista lo apostrofò dallo schermo, all’improvviso illuminatosi, della TV LCD trentadue pollici sulla parete della camera da letto.
John Forsyte jr. fece uscire un braccio, poi l’altro da sotto le lenzuola e si stirò, sbadigliando con una specie di grugnito. Terribile fu la tentazione di girarsi ancora su un fianco. Ma si trattenne.
Lentamente ruotò su se stesso puntando il gomito sinistro sul materasso, e mise i piedi a terra. Premette il pulsante d’apertura delle serrande automatiche. Il brillio del sole gli ferì le pupille.
“Proprio una bella giornata. Sarà una bellissima giornata”, affermò tra sé e sé con convinzione.
Rapido, fece la doccia e si vestì. Uscì sull’ampia terrazza, carica di fiori di cui un giardiniere brevettato aveva appena iniziato a prendersi cura quotidiana. Contemplò Manhattan che si stendeva ai suoi piedi. Non soltanto Manhattan: il mondo intero sembrava appartenergli, da lassù –
cinquantesimo piano del Sunset Building, da poco edificato nel cuore della città.
“Mi sento proprio felice, oggi”, continuò a pensare John Forsyte, mentre assaporava il gusto del recente possesso di uno dei più ambiti appartamenti della Fifth Avenue.
Poi, agguantata la ventiquattrore, varcò la soglia di casa pronto ad un’ottima colazione presso il locale più “in” dell’isolato.

Nel recarsi in ufficio, situato al novantasettesimo piano d’un altro grattacielo, a trecentocinquanta metri da terra – circa ad un chilometro, in linea d’aria, dalla sua nuova abitazione -, volle costeggiare Central Park e respirare un po’ la brezza di quella che avrebbe proprio dovuto essere, senza alcun dubbio, una splendida mattina.
Aveva un grosso difetto, John Forsyte: tendeva sempre a mettersi in testa un’illusione di felicità, prontamente smentita dalla vita reale. Tutto ciò che, infatti, pensava potesse procurargliela – potere, beni, cibo, donne, viaggi – gli dava qualche istante di piacere, ma subito dopo gli veniva a noia.

Quella mattina, appunto, senza soffermarsi sulla bellezza dei prati di fine estate, stava arrivando sul lavoro concentrato nella considerazione dell’ultimo successo professionale, che gli aveva consentito la sperata promozione a top manager. Già tali riflessioni, però, cominciavano a stancarlo: era trascorsa ben una settimana.
<<Buongiorno, Agnes. C’è qualche novità?>>. Consueta domanda alla segretaria, nell’entrare. Meno consueta la risposta: <<Sì, signore. Mr. Rodriguez la sta aspettando da dieci minuti>>. <<Rodriguez…? Chi è?>>, chiese stupito Forsyte. <<È il lavascale, signore>>, rispose, con deferenza, Agnes, provocando all’uomo ancora maggior stupore.
Forsyte entrò nel suo ufficio e richiuse la porta alle spalle con fare dubitativo. “Che cosa vorrà mai…? Un lavascale…?”, pensò, e già insofferenza ed irritazione stavano prendendo il posto di quella risicata contentezza che l’aveva accompagnato lungo il tragitto.
<<Lo faccia venire>>, ordinò Forsyte dal cordless alla segretaria.

Né timido, né sfrontato, Mr. Pedro Felipe Rodriguez s’introdusse nella stanza.
<<Buongiorno, signore>>: Pedro Rodriguez pronunciò queste parole illuminandosi di un largo sorriso, che spiccava sulla pelle ambrata del viso dai caratteri messicani.
<<Si metta pure a sedere. Che cosa vuole da me?>>, chiese Forsyte.
<<Avrei bisogno di un giorno intero di permesso, signore, ma il responsabile del personale non vuole darmelo.
<<E io che cosa c’entro? E poi, sa che ore sono? Le sette e tre quarti>>, replicò il manager, trattenendo la stizza.
<<Pensavo che lei potesse metterci una buona parola>>, rispose Rodriguez senza scomporsi.
<<Ma perché le serve un giorno intero di permesso, così su due piedi?>>, chiese ancora Forsyte, alzandosi, voltando le spalle al disturbatore e chinando lo sguardo al di là della vetrata in direzione della sommità dell’Empire State.
<<Signore, ho appena saputo dalla mi hermana che mia moglie Juanita ha cominciato ad avere le doglie. Sto per diventare padre per la quarta volta, e vorrei andare a casa ad aspettare insieme alla mia famiglia>>. Di nuovo la bocca del messicano si aprì in un sorriso sincero e disarmante, mentre prelevava dalla tasca della giacca un telefono cellulare visibilmente di seconda mano, per mostrarlo all’interlocutore, che nel frattempo si era rimesso a guardarlo.
<<Non è proprio possibile>>, dichiarò asciutto Forsyte. <<Abbiamo scelto d’avere come personale dipendente persino voi che pulite uffici, corridoi e scale dei nostri nove piani, per tenere tutto perfettamente sotto controllo e per contribuire così a massimizzare il profitto nel modo più efficace. Mi dispiace. Oggi da questo palazzo non si esce fino alla fine dell’orario di servizio>>.
<<La prego, signore. Se non si può tutto il giorno, almeno qualche ora>>.

Non per pietà, ma per non essere ulteriormente importunato da quell’uomo, Forsyte la finì dicendo: <<Okay, facciamo in questo modo: telefona a tua sorella e dille di chiamarti soltanto quando sia chiaro che il momento del parto è proprio imminente. Potrai
assentarti un’ora e mezza, non di più.
<<Gracias, seňor! Mi basta. Avviso subito>>; e Rodriguez uscì quasi di corsa, sprizzando felicità.
Forsyte ristette pochi attimi; poi, per scuotersi di dosso il fastidio provato, prese il palmare, dove aveva memorizzato nomi, indirizzi, telefoni e
caratteristiche, somatiche più che psicologiche, delle tante sue prede femminili. Si mise a studiare con impegno con chi sarebbe stato meglio uscire quella sera.
Ma nessuna dava più l’impressione d’essere sufficientemente allettante. Ancora una volta, uno strano tedio aveva finito con l’abbatterlo.

Quando poco dopo la sorella di Rodriguez lo chiamò, all’uomo la discesa verso la terraferma con uno di quegli enormi ascensori parve lunga come mai. Arrivato nell’atrio e passate le porte girevoli, uscì nella piazza ormai pullulante di gente.
Per tutta la strada, l’espressione beata non sparì dal suo viso.
Non vedeva l’ora di abbracciare non più tre, ma quattro piccoli chicanos. Chissà che baruffe, tutti quanti – si disse – a giocare alla guerra con i cuscini vecchi. E che gioia.
Perché Pedro Rodriguez era proprio un uomo felice: tutta la vita, felice; non solo oggi, non solo il giorno in cui aveva sposato Juanita, né solo quello della nascita del primo, o del secondo, o del terzo bambino. Felice anche nella sofferenza; persino quando aveva perso il lavoro – e ne aveva persi tanti, da quando si era avventurato in territorio statunitense per approdare infine nella Grande Mela. Ma poi ne aveva trovati altri, ed era sempre riuscito a tirare avanti la sua numerosa famiglia. <<Gracias a Dios>> precisava a moglie e figli.
Dopo vari chilometri di percorso tra metropolitana e bus, quel giorno Pedro giunse a casa appena in tempo.

Alle otto e trentanove a. m., infatti, venne alla luce Dieguito. Fu subito registrato all’anagrafe newyorchese come Diego Juan Rodriguez, figlio di Pedro Felipe e di Juanita Maria León, nato l’11 settembre 2001.

 

 

 

Un commento a "Un giorno di felicità"

  1. #lister   11 settembre 2018 at 9:44 am

    Ma che bello! E che stile!
    Complimenti all’Autrice.

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