[CINESPADA] “L’uomo che uccise Don Chisciotte”: la nostalgia e l’amore nell’ultimo film di Terry Gilliam

di Luca Fumagalli

Partiamo da un fatto acclarato: è impossibile che Terry Gilliam faccia un brutto film. Il pluripremiato cineasta americano, tra i personaggi più noti e carismatici del jet set cinematografico, ha avuto una carriera costellata di successi, opere intramontabili quali Brazil (1985), La leggenda del re pescatore (1991) e L’esercito delle 12 scimmie (1995), ma anche i suoi film “minori”, per quanto non riuscitissimi, portano con sé ogni volta la traccia visionaria del maestro. In una centrifuga felliniana di grottesche caricature e strampalati ircocervi, Gilliam è sempre riuscito a confezionare prodotti credibili, soprattutto sul piano scenografico. Quando le cose non sono andate bene, si è trattato, il più delle volte, di falli a livello di sceneggiatura; anche L’uomo che uccise Don Chisciotte, appena uscito nelle sale cinematografiche, in questo senso risente di qualche limite.

La storia, liberamente ispirata al classico di Cervantes, racconta di un vecchio che, impazzito, si convince di essere Don Chisciotte e scambia il giovane regista Toby per il suo fedele scudiero Sancho Panza. Toby, ormai annoiato da un professione che non gli regala più alcun brivido, sogna l’entusiasmo degli esordi, quando aveva girato in Spagna un lungometraggio proprio su Don Chisciotte. I due si imbarcano quindi in un viaggio bizzarro e allucinato, sospeso tra il presente e un magico XVI secolo. Tuttavia, come già accaduto al vecchio, anche Toby inizia a venire gradualmente consumato dalle illusioni che si crea, rischiando di non saper più distinguere le fantasie dalla realtà.

Terry Gilliam, dopo svariati anni di tentativi fallimentari (raccontati nel bellissimo documentario Lost in La Mancha), riesce finalmente a portare sul grande schermo il suo personalissimo Don Chisciotte. Il risultato è una fantasmagoria di luci e colori, in cui i piani si confondono e i destini dei personaggi si intrecciano in un folle scambio dei ruoli, dove tutto è il contrario di tutto. Se la storia decolla sin dalle prime battute, catturando l’attenzione dello spettatore, alla lunga si ha però la fastidiosa sensazione che qualcosa, a livello di intreccio, si blocchi. Nella parte centrale, infatti, il film si avviluppa su se stesso e stenta a proseguire. Il finale, al contrario, è singolarmente riuscito, così come ottime sono le prove d’attore di Adam Driver, Jonathan Pryce e Stellan Skarsgård.

Al netto dei limiti, L’uomo che uccise Don Chisciotte è un bellissimo omaggio al cinema e, soprattutto, alla passione che caratterizza gli esordienti. La pazzia del “cavaliere dalla triste figura” diviene, nell’universo di Gilliam, la nostalgia di un amore giovanile, di un passato che non potrà più tornare. Il cinico Toby incarna l’aridità di un artista asservito alla logica del mercato, tutto ciò, in altre parole, che il regista americano ha sempre detestato e combattuto. Per questo la pellicola merita di essere vista. I difetti di scrittura non tolgono nulla alla bellezza del comparto visivo e alla profondità di una storia che, mai come questa volta, incarna Gilliam dall’inizio alla fine.

Viaggiare accanto a Don Chisciotte significa dunque ritornare ad aprire gli occhi, ad assaporare una vita che è eccezionale, ma che noi colpevolmente riduciamo troppo spesso a un grigio avvicendarsi di giorni dati per scontato.

Un commento a "[CINESPADA] “L’uomo che uccise Don Chisciotte”: la nostalgia e l’amore nell’ultimo film di Terry Gilliam"

  1. #Nicòla   5 ottobre 2018 at 3:18 pm

    La leggenda del re pescatore (1991) mi è sembrata un insieme di cretinerie e volgarità, prossime alla bestemmia.

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