[CINESPADA] “The Wicker Man”: il neopaganesimo amorale del ‘68

di Luca Fumagalli

 

Film britannico scritto da Anthony Shaffer e diretto da Robin Hardy, The Wicker Man (1973) è diventato, col tempo, un vero e proprio cult, specialmente tra gli appassionati del cosiddetto mistery horror. Anche se all’epoca d’uscita gli incassi furono tutt’altro che incoraggianti – complici le decurtazioni di minutaggio imposte dalla censura –, la pellicola fu tuttavia oggetto dell’apprezzamento della critica, soprattutto di quella specializzata.

La storia, che trae ispirazione dal romanzo Ritual di David Pinner, racconta l’oscura vicenda del sergente Howie (Edward Woodward), il quale, a seguito di una lettera anonima, approda nella sperduta isola scozzese di Summerisle per indagare sulla sparizione di una giovane donna. L’uomo, un devoto cristiano, si accorge quasi subito che qualcosa non va: gli autoctoni, infatti, oltre a partecipare a strani riti celtici, non hanno alcuna intenzione di collaborare alle indagini, anzi, negano persino che la ragazza sia mai esistita. La situazione diventa ancor più inquietante quando Howie incontra il capo della comunità, Lord Summerisle (interpretato da un grandissimo Christopher Lee), un possidente terriero che incoraggia l’adorazione degli antichi dei. Con l’avanzare delle ricerche e l’avvicinarsi della festa di calendimaggio, Howie scoprirà poco a poco di essere capitato nel bel mezzo di in un vero e proprio incubo.

La storia di The Wicker Man, raffinata e spiazzante, si dipana secondo certi stilemi cari ad Hitchcock; grazie alle sapienti inquadrature di Hardy, lo spettatore è sempre un passo avanti al protagonista, ha per le mani qualche indizio in più, e ogni volta sa in anticipo in quale guaio sta per cacciarsi il povero sergente. Il risultato è una tensione crescente, che incolla lo spettatore allo schermo. Niente violenza gratuita, niente salti improvvisi sulla sedia: il film deve tutta la sua magnifica atmosfera ai paesaggi naturali dell’isola, ai costumi e alla simbologia equivoca presente in ogni angolo (non ultimo l’enorme uomo di vimini che dà il titolo all’opera). La colonna sonora, tra folk e tradizione, accompagna perfettamente gli snodi principali della vicenda, contribuendo a immergere ancora di più i personaggi in clima ancestrale di revival pagano.

The Wicker Man, uscito in sala a pochi anni dagli sconvolgimenti culturali del ’68, offre un raccapricciante ritratto di un microcosmo post-cristiano, dove vige la libertà sessuale e ogni forma di inibizione è scomparsa. La cortesia degli abitanti è solo apparente: nel loro cuore, in verità, si nascondono un odio profondo e un innaturale desiderio di sangue. Il film, in questo, si è rivelato profetico, anticipando nei suoi esiti dissolutori l’edonismo del tempo presente, che erode rapporti e vincola a un’esistenza monodimensionale.

Purtroppo The Wicker Man – di cui nel 2011 è stato girato un seguito ideale, The Wicker Tree – non è mai approdato nel nostro Paese. Oltre all’edizione inglese del film, è comunque possibile recuperarne online una versione sottotitolata in italiano. Nel 2006 è uscito invece l’omonimo remake americano (in Italia intitolato Il prescelto), con Nicolas Cage nei panni del poliziotto investigatore. Da quest’ultima pellicola meglio stare alla larga.

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