“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. E-H)

Nota di Rodio Spada : Continuiamo la pubblicazione dell’importante saggio “Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” del Professore Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, una delle voci più eminenti nell’ambito della Tradizione Cattolica, da poco spentasi. L’autore mette in luce l’allontanamento delle idee che soggiaciono al nuovo rito montiano dalle definizioni tridentine, soprattutto a riguardo del Sacrificio propiziatorio e del Sacerdozio, verso una “concezione egualitaria ed orizzontale della Chiesa”. Buona lettura!

FONTE: Inter multiplices Una Vox, NOVUS ORDO MISSÆ. Studio critico di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira

PUNTATE PRECEDENTI:
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira. Introduzione
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. A-D)

E) Il presidente dell’assemblea
Secondo la definizione del concilio di Trento, il sacerdozio “è stato istituito dal Salvatore, che con esso ha dato ai suoi Apostoli e ai loro successori il potere di consacrare, di offrire e di amministrare il suo Corpo ed il suo Sangue, così come di perdonare e di ritenere i peccati” (49).
È per questo che il potere di consacrare appartiene al sacerdote e non al popolo. Se le Scritture e la teologia cattolica parlano di “sacerdozio” dei fedeli, lo fanno in senso lato, per indicare semplicemente la consacrazione di tutti i battezzati all’opera divina, in unione con Nostro Signore, sommo ed eterno sacerdote (50).
Confondere il sacerdozio del popolo con quello del prete, significa ancora una volta adottare un principio protestante; in effetti, secondo gli pseudo-riformatori del XVI secolo, il celebrante è sacerdote allo stesso titolo del popolo, egli si limita a presiedere l’assemblea eucaristica in quanto delegato da quelli che assistono.
Anche su questo punto, l’”Institutio” conserva alcune espressioni della dottrina tradizionale, ma aggiungendovi delle nozioni e dei principii che insinuano o contengono le tesi protestanti.
Così, al n° 10, si può leggere che il sacerdote “presiede l’assemblea, rappresentando Cristo (personam Christi gerens)”; e al n° 60, che “il sacerdote […] presiede l’assemblea riunita, operando al posto di Cristo (in persona Christi praeest)” (51). Il n° 48 afferma che il sacerdote “rappresenta Cristo (Christum Dominum repraesentans)”.
Come si può notare, queste espressioni hanno ancora un’”impronta” del tutto tradizionale; esse sono i termini tecnici che designano il modo in cui il celebrante agisce al posto di Nostro Signore.
Nondimeno, tali espressioni figurano qui in un contesto che provoca una certa perplessità. Da un lato, non si dice cosa significhi esattamente “prendere il posto di Cristo” o “rappresentarlo”; dall’altro, l’Institutio contiene numerosi passi che insinuano che il celebrante è un semplice presidente dell’assemblea, e che la sua principale funzione nel corso della messa consista nel rappresentare i fedeli ivi riuniti.
Tutto ciò apre la strada ad una interpretazione in senso lato della “rappresentazione” di Cristo (per esempio che ogni cristiano sia un altro Cristo), e non in senso stretto e preciso di un sacerdozio gerarchico e visibile, in funzione del quale il sacerdote presta le sue labbra e la sua voce a Nostro Signore nel momento della consacrazione.
È quello che vedremo nell’analisi seguente:
1° – Abbiamo già precisato che, al n° 7 della prima edizione dell’Institutio, il sacerdote è semplicemente qualificato come presidente dell’”assemblea del popolo di Dio” (52). Ora, questo articolo è della massima importanza poiché, anche se non lo si considera come una definizione della messa, esso è destinato indubbiamente ad orientare i fedeli verso una migliore comprensione della messa (53).
2° – Nel n° 10, immediatamente dopo l’affermazione secondo cui il sacerdote presiede l’assemblea rappresentando Cristo, l’Institutio dichiara che la preghiera eucaristica costituisce una preghiera “presidenziale”; e lo stesso articolo definisce “preghiere presidenziali” quelle “che sono indirizzate a Dio A NOME DI TUTTO IL POPOLO SANTO E DI TUTTI COLORO CHE SONO PRESENTI” (54). Ogni lettore, in base a questo passo, sarà portato a pensare che nella consacrazione il sacerdote parli principalmente a nome del popolo.
Non v’è dubbio che alcune parti della preghiera eucaristica sono indirizzate a Dio a nome del popolo, ma la parte principale, la consacrazione, è pronunciata dal sacerdote esclusivamente a nome di Nostro Signore. Per un cattolico è impossibile ammettere una qualche ambiguità su questo punto. Così che il n° 10 dell’Institutio è uno dei più inaccettabili di tutto il documento (55).
3° – Il principio che troviamo enunciato al n° 12 è particolarmente strano:
“La NATURA delle parti “presidenziali” esige che esse siano pronunciate a voce alta e intelligibile, e ascoltate da tutti con attenzione. Per questo motivo, quando il sacerdote le pronuncia, è bene che non si dicano altre preghiere o inni, e che l’organo o ogni altro strumento musicale taccia” (56).
Dunque, se le parole della consacrazione devono essere pronunciate anch’esse in queste condizioni, si insinua ancora una volta che in quel momento il sacerdote agisca specificamente in qualità di delegato del popolo.
Inoltre, questo articolo dell’Institutio contiene in tutta evidenza un’importante contraddizione con la rubrica dell’Ordo tradizionale, secondo cui il canone non viene pronunciato “a voce alta e intelligibile”. Questo fatto merita un’attenzione del tutto particolare, visto l’anàtema lanciato dal concilio di Trento:
“Se qualcuno dice che il rito della Chiesa romana secondo cui una parte del canone e le parole della consacrazione sono pronunciate a bassa voce dev’essere condannato […], sia anàtema” (57).
Dichiarando che è la natura delle parti “presidenziali” (dunque della preghiera eucaristica e delle parole della consacrazione) ad esigere che esse siano pronunciate a voce alta e intelligibile, l’Institutio pone un principio valido per tutti i tempi, e afferma quindi implicitamente che il concilio di Trento su questo punto si è sbagliato (58).
4° – Il n° 271 formula una nuova critica alla messa tradizionale, basata anch’essa sulla falsa nozione di funzione “presidenziale” del celebrante:
“La sede del sacerdote celebrante deve mostrare la sua funzione di presidente dell’assemblea e di guida alla preghiera. Perciò la sua migliore posizione è di fronte al popolo, in mezzo e in fondo del presbiterio […]”.
Secondo l’Ordo romano, il sacerdote sta normalmente di fronte all’altare, poiché egli è soprattutto il sacrificatore che, al posto del Verbo Incarnato, si presenta davanti all’Eterno Padre (59). La modifica introdotta deriva dunque dalla nozione di “presidenza” dell’”assemblea”, in opposizione alla dottrina tradizionale.

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Nel commento della B.A.C., incontriamo un’importante conferma del fatto che l’Ordo del 1969 ha introdotto una nuova nozione, che non può che richiamare l’idea protestante di “presidenza” dell’”assemblea” esercitata dal celebrante (60):
“[…], è il popolo di Dio e non propriamente il ministro che celebra […]” (61).
“L’assemblea è l’opera di tutti. Tutti sono battezzati e partecipano all’unico sacerdozio di Cristo. Tutti sono ripieni di Spirito Santo” (62).
“Tutto questo ritmo armonico e strutturale dà al mistero la possibilità di essere celebrato da tutta l’assemblea, e non solo dai chierici o da una parte del popolo. Nel testo di numerosi articoli dell’Institutio, percepiamo un soffio artistico ed un tono della celebrazione che ingloba tutto il popolo celebrante” (63).
“Quando coloro che sono battezzati si riuniscono, esercitano tutti il loro sacerdozio battesimale. Dopo secoli, durante i quali nel corso della celebrazione è apparsa la sola azione dei ministri, possiamo rimettere le cose nella loro giusta collocazione. Il popolo di Dio è – tutt’intero – un popolo sacerdotale […]. Dal popolo di Dio sorgono generalmente i ministri: seguono i vescovi, i sacerdoti e i diaconi, ordinati per questo tramite un sacramento, fino agli accoliti, ai musicanti, agli uscieri, ecc… […], tutti devono collaborare per un migliore esercizio del sacerdozio comune” (64).

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Come si è visto, l’Institutio insinua questa errata nozione sul sacerdozio dei fedeli, e la prestigiosa collezione della B.A.C. pubblica un commento dell’Institutio nel quale questa nozione viene espressamente affermata come la nozione dello stesso documento. L’impunità con cui circola quest’opera, porta il fedele a credere che essa interpreti e sviluppi correttamente il testo dell’Institutio. L’ampia diffusione di questo commento – che attualmente è alla sua ottava edizione – mostra come tale erronea concezione del sacerdozio si radichi nel popolo.

F) Gesù Cristo, il principale sacerdote (sacerdos)
Secondo la definizione del concilio di Trento, nella Santa Messa Gesù Cristo “s’immola egli stesso per la Chiesa mediante le mani del sacerdote” (65). Per tale motivo, si dice che Nostro Signore è il principale sacerdos di tutte le messe, mentre il prete è un sacerdos secondario, ministeriale o strumentale. D’altra parte, il sacerdozio del celebrante è – come abbiamo già osservato (66) – essenzialmente diverso da quello del popolo, così che il popolo non partecipa alla messa alla stessa maniera del sacerdote. Negare anche una di queste verità, significa cadere nell’errore protestante.
In questa materia, l’Institutio non è esplicita, poiché se da un lato essa contiene alcune espressioni che si possono prendere come affermazioni della dottrina tradizionale (67), dall’altro occorre notare che, nel suo insieme, essa lascia il campo libero a certe interpretazioni che sono semplicemente sbagliate. In effetti, non una volta il documento afferma che Nostro Signore è il principale sacerdos e che il celebrante esercita un sacerdozio secondario e ministeriale, essenzialmente differente da quello del popolo (68).

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Commentando i già citati nn. 1 e 4, gli autori della B.A.C. approfittano ancora una volta delle imprecisioni e dei silenzi dell’Institutio per esporre una teoria del sacerdozio (di Cristo, del prete e del popolo) che si allontana fondamentalmente dalla dottrina della Chiesa. A proposito del principio secondo cui l’Eucaristia è un’”azione di Cristo”, nel commento della B.A.C. si legge:
“Cristo agisce personalmente in ogni celebrazione; egli è l’unico sacerdos del popolo cristiano […], al punto tale che la rivelazione cristiana ha deliberatamente evitato di dare il nome di sacerdos a coloro che presiedono le riunioni liturgiche dei cristiani, chiamandoli col nome di vescovi o presbiteri (anziani), o semplicemente ministri (strumenti, servitori) di Cristo (69) […]. Ecco cosa significa la prima affermazione dell’Institutio – così profonda sul piano teologico -: l’Eucaristia è un’azione di Cristo […]” (70).
Continuando ad esporre l’asserzione secondo cui l’Eucaristia è un’”azione del popolo di Dio gerarchicamente organizzato”, i commentatori della B.A.C. scrivono:
“Parlando dell’Eucaristia […], non si dice che questa sia l’azione del sacerdote alla quale il popolo si unisce, (come è stata frequentemente presentata la messa fino a poco tempo fa), ma più esattamente si dice che essa è l’azione di questo popolo, servito dai ministri che, proprio per mezzo del loro ministero, danno al popolo la presenza sacramentale del loro Signore. Si può ripetere qui ciò che fu detto al concilio al momento del rigetto dello schema proposto per la Costituzione della Chiesa. In effetti, si sa che nel progetto di questa Costituzione […], la Chiesa era presentata sotto forma di una “piramide”, che partiva dal papa e dai vescovi per scendere fino all’ultimo fedele, e si sa anche che questo schema, che corrispondeva alla teologia classica degli ultimi secoli (71), fu rigettato perché poneva ciò che è relativo e di servizio (la gerarchia) al di sopra della realtà ontologica assoluta (il popolo di Dio).
“Allo stesso modo, e certamente già come una conseguenza di questa nuova e più giusta visione della Chiesa, l’Eucaristia non viene presentata come un’azione del celebrante, alla quale il popolo si unisce, ma come un’azione del popolo di Dio. È importante allora che la direzione pastorale metta in rilievo questa affermazione, per non correre il rischio di presentare la partecipazione dei fedeli alla messa come meno importante di quella del ministro. Certo, la partecipazione del popolo non è allo stesso livello di quella del celebrante. Il fatto è che si tratta di due differenti realtà: la partecipazione del popolo è una cosa che gli appartiene perché la Chiesa tutt’intera è il corpo di Cristo che si unisce al suo capo per la celebrazione; il ministero del celebrante, per quanto questi sia distinto dai fedeli, non ha che una funzione ministeriale: attraverso questo ministero i fedeli sono uniti a Cristo ed è con Cristo che celebrano l’Eucaristia. È per questo che si afferma che l’Eucaristia è un’azione di Cristo e un’azione del popolo di Dio (72).
“A questo proposito, è ugualmente interessante porre l’accento sulla menzione esplicita del modo in cui il popolo di Dio celebra l’Eucaristia: in effetti, esso la celebra come un’assemblea gerarchicamente organizzata. In questa frase, non si tratta assolutamente d’identificare tra i membri del popolo di Dio quelli che sono più o meno degni; non bisogna parlare di diversità di dignità, ma piuttosto di interscambio di servizi tra i discepoli di Colui che ha voluto che il più grande fosse il servitore degli altri”(73).
I cattolici non possono accettare questa concezione egualitaria ed “orizzontale” della Chiesa.

G) La tendenza a rendere equivalenti la “Liturgia della parola” e la “Liturgia eucaristica”
Le eresie tendono sempre a sopravvalutare l’importanza della Scrittura, a detrimento delle formule liturgiche d’origine ecclesiastica e della celebrazione eucaristica propriamente detta. In questo modo, esse tentano di ridurre al silenzio la tradizione e di diffondere i loro falsi dogmi dicendo che questi poggiano sulla rivelazione (74).
L’Institutio, indubbiamente, contiene dei passi che sembrano affermare il primato della “liturgia eucaristica” sulle letture bibliche. È il caso del n° 54, che colloca “l’apice ed il centro di tutta la celebrazione” nella preghiera eucaristica.
Tuttavia, altri passi dell’Institutio, che non sono stati del tutto modificati nella nuova edizione, sembrano sopravvalutare l’importanza delle Scritture, al punto da provocare in alcuni momenti, nel lettore, l’impressione che esse abbiano la stessa importanza del culto di Nostro Signore.
Nel n° 8, per esempio, leggiamo:
“La messa è in qualche modo costituita da due parti: la liturgia della parola e la liturgia eucaristica, così intimamente unite da costituire un solo atto di adorazione. In effetti, nella messa, la tavola della parola di Dio esattamente come quella del Corpo di Cristo, per istruire e nutrire i fedeli. Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che concludono la celebrazione”.
Secondo il n° 9, quando in chiesa si legge la sacra Scrittura, “Cristo, presente nella sua Parola, annuncia il Vangelo”; e le letture bibliche “apportano alla liturgia un elemento della più grande importanza” (maximi momenti).
Certamente, l’espressione “maximi momenti” può essere assunta come un superlativo relativo e non assoluto, vale a dire che essa non indica necessariamente che le letture bibliche costituiscano l’elemento più importante della messa. Tuttavia, tale interpretazione non è esclusa, fornendo così un’occasione per cadere nell’errore protestante: sopravvalutazione del valore delle Scritture in rapporto alla presenza reale nell’Eucaristia.
Aggiungiamo che più di una volta l’Institutio dichiara che “tramite la sua parola Cristo stesso diventa presente in mezzo ai fedeli” (75).

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Considerate nel loro insieme, le disposizioni dell’Institutio danno àdito ad un pericoloso equivoco circa la vera importanza delle letture bibliche della messa.
I commentatori della B.A.C., sempre pronti a cogliere le ambiguità dell’Institutio per spiegarle in senso neo-modernista e protestante, scrivono:
“[…] di solito, il contesto privilegiato per ascoltare la parola di Dio è l’assemblea [si legga: la messa]. Tutti devono recarvisi come quando si accostano alla comunione eucaristica: disposti a non perderne colpevolmente il più piccolo frammento, poiché Cristo è ugualmente presente in entrambi” (76).
In un altro passo, i commentatori della B.A.C. stabiliscono una nuova comparazione tra la “liturgia della parola” e l’Eucaristia, con termini che tendono a conferire loro un’eguale dignità:
“La Costituzione Sacrosanctum concilium (n° 7), insieme all’enciclica Mysterium Fidei, mettono in rilievo la PRESENZA REALE di Cristo nella sua Chiesa, NELL’ASSEMBLEA DI PREGHIERA, sia quando è letta o proclamata la SACRA SCRITTURA, sia quando è offerto o realizzato il SACRAMENTO DELL’EUCARISTIA” (77).
Come si vede: è difficile immaginare una teoria più radicale o più audace per mettere le letture bibliche e la Santa Eucaristia sullo stesso piano.

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Sempre a proposito delle letture della Bibbia durante la messa, l’Institutio, in questo stesso n° 9, dichiara:
“Quando in chiesa si legge la sacra Scrittura, DIO STESSO PARLA al suo popolo e Cristo, PRESENTE NELLA SUA PAROLA, annuncia il Vangelo.
“[…] Benché la parola divina inclusa nelle letture della sacra Scrittura sia indirizzata a tutti gli uomini di ogni epoca e sia INTELLIGIBILE A TUTTI, la sua efficacia viene accresciuta da una esposizione viva o omelia, che fa parte dell’azione liturgica” (78).
Si vede facilmente fino a che punto questo enunciato favorisca l’errore protestante secondo cui lo Spirito Santo illumina direttamente ogni fedele che legga la Bibbia, senza bisogno del magistero vivente della Chiesa, e ammettendo solo una spiegazione del ministro destinata ad “accrescere” i frutti della lettura.
Tirando le conseguenze di quest’articolo dell’Institutio, i commentatori della B.A.C. scrivono:
“Quando un credente la legge [la sacra Scrittura], soprattutto in un’atmosfera comunitaria – si potrebbe dire nel suo normale brodo di cultura [sic] – LO SPIRITO, con la sua grazia, FA SORGERE nel cuore dei fedeli UN’ATTITUDINE CHE PERMETTE ALLE ANTICHE PAROLE DI PRODURRE UNA NUOVA VITA. Come il Cristo storico continua ad essere compiuto nel Cristo mistico, in modo da prolungare l’incarnazione di Dio tra gli uomini, così LA SCRITTURA CONTINUA AD ESSERE COMPIUTA NELLE NOSTRE VITE FINO AL RITORNO DI CRISTO, E TUTTI NOI DIVENTIAMO LA PAROLA DI DIO FATTA CARNE, FATTA VITA UMANA, a sua immagine e somiglianza” (79).
Non c’è alcun bisogno di commentare queste espressioni degli autori della B.A.C.

H) Il memoriale della Resurrezione e dell’Ascensione
Uno dei mezzi impiegati dagli eretici dei nostri tempi per dissimulare il carattere sacrificale e propiziatorio della messa, consiste nell’accentuare eccessivamente il fatto (reale, ma subordinato) che la messa rievoca non solo la morte di Nostro Signore, ma anche la Resurrezione e l’Ascensione.
Noi diciamo che la messa ricorda la Resurrezione e l’Ascensione solo in maniera subordinata, poiché nella sua realtà sacrificale e propiziatoria e nei suoi elementi simbolici essenziali, la messa è innanzitutto e direttamente il rinnovamento del sacrificio della croce. È per questo che essa richiama alla mente soprattutto la morte di Nostro Signore. Tuttavia, come nel mistero del Calvario, che ha propriamente realizzata la nostra Redenzione, erano implicati anche tutti gli altri misteri e tutti gli altri avvenimenti della vita di Cristo, si può e si deve ritenere che la messa richiama anche, ma in maniera subordinata, la Resurrezione (80), l’Ascensione, il fatto che Nostro Signore si è assiso alla destra dell’eterno Padre, ecc.
L’Institutio, nell’edizione del 1969, sembra ignorare questa distinzione, provocando in tal modo una confusione dei concetti.
Così la messa, nel n° 2, è chiamata il “memoriale della Passione e Resurrezione” di Cristo; nel n° 48 si legge che nel corso dell’ultima cena “Cristo istituì il memoriale della sua morte e della sua resurrezione” (81); nel n° 55 si dice che immediatamente dopo la Consacrazione, “la Chiesa celebra il memoriale di Cristo, ricordando principalmente la sua santa Passione, la sua gloriosa Resurrezione e la sua ascensione al cielo”; nel n° 55d, si afferma che nell’ultima cena, Nostro Signore “istituì il sacramento della Passione e della Resurrezione” (82); il n° 335 definisce la messa “il sacrificio eucaristico della Pasqua di Cristo”, e i nn. 7 e 268 dichiarano che nella messa celebriamo il “memoriale del Signore”.
I commentatori della B.A.C. confermano i timori che abbiamo espressi prima. Essi manifestano un’avversione particolare per l’accento di santa e sacrificale tristezza che caratterizza la messa tradizionale, anche nei giorni di festa. Questa tendenza a ridurre l’Eucaristia ad una celebrazione gioiosa che esprimerebbe solo allegrezza, diventa evidente nel seguente paragrafo:
“Incoraggiare perché si dia al canto una grande importanza è più che opportuno (n° 19 dell’Institutio). Questo perché l’Eucaristia è il sacramento della Pasqua del Signore, l’attesa del suo glorioso ritorno e insieme una gioiosa celebrazione del trionfo di Cristo che è già stato realizzato e che tutta la Chiesa attende. Il canto è l’espressione naturale di questa gioia” (83).

NOTE
(49) Denz.-Sch. 1764.
(50) Su questo punto si consulti: Solà, De sacramentis…, pp. 587-588; così come i documenti del concilio di Trento, del catechismo romano, di Pio XII e di S. Agostino, citati da Solà.
(51) Per quanto riguarda la nuova versione di quest’articolo nell’Institutio del 1970, vedi pp. 121-122.
(52) Vedi pp. 20 e ss.
(53) Vedi le dichiarazioni di Mons. Bugnini a Medellin, citate alla nota 20.
(54) Le maiuscole sono nostre.
(55) Malgrado le gravi censure che merita, questo articolo 10 non è stato modificato nel testo del 1970 dell’Institutio.
(56) Le maiuscole sono nostre.
(57) Denz.-Sch. 1759.
(58) Neanche il n° 12 dell’Institutio è stato modificato nel 1970.
(59) Facciamo notare che, secondo la pratica tradizionale della Chiesa, non c’è esclusivismo in questa materia. In numerosi riti, per esempio, la messa è celebrata versus populum. Ciò che rende perplessi, è il fatto che il nuovo Ordo” vieta la messa che non è celebrata versus populum, come un mezzo meno proprio, che non esprime in modo appropriato la funzione “presidenziale” del sacerdote.
(60) Ci riferiamo all’opera citata, pp. 15-16.
(61) Nuevas normas…, p. 77.
(62) Nuevas normas…, p. 91.
(63) Nuevas normas…, p. 54.
(64) Nuevas normas…, pp. 142-143.
(65) Denz.- Sch. 1741.
(66) Vedi pp. 30 e ss.
(67) Oltre ai nn. 10, 48 e 60 dell’Institutio già citati a p. 31, vedi: il n. 1, secondo il quale la celebrazione della messa è un’”azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente organizzato”; e il n° 4, dove si legge che la celebrazione eucaristica è “un atto di Cristo e della Chiesa”.
(68) Sulle modifiche che sono state apportate a questo riguardo nell’Institutio del 1970, vedi le pp. 101 e ss.
(69) In questo passo, i commentatori della B.A.C. trascurano una delle condanne di Trento: “Se qualcuno dice che nel Nuovo Testamento non vi è sacerdozio visibile ed esteriore […], ma un semplice ministero della predicazione del Vangelo […], sia anàtema” (Denz.-Sch. 1771).
(70) Nuevas normas… pp. 68-70.
(71) I commentatori della B.A.C. si sbagliano se pensano che questa concezione sia semplicemente un’opinione della “teologia classica degli ultimi secoli”. In realtà, si tratta di un dogma della Santa Chiesa (vedi a questo riguardo: Concilio di Trento, Denz.-Sch. 1767, 1768, 1777, Denz.-Umb. 960, 967; Hervè, Man. Theol. Dogm., vol. I, pp. 290, 303, 307 e 321; Tanquerey, Syn. Theol. Dogm. tomo I, pp. 434 e 454; Salaverri, De Eccl. Christi, pp. 548 e 604; Iragui-Abàrzuza, Man. Theol. Dogm., vol. I, p. 278).
(72) La concezione della messa presentata qui dai commentatori della B.A.C. è assolutamente falsa. Il celebrante, prima di essere rappresentante e ministro del popolo, è rappresentante e ministro di Cristo. Per questo motivo egli è autenticamente sacerdos. Dire che la partecipazione dei fedeli alla messa non è inferiore a quella del ministro, significa negare il dogma del sacerdozio gerarchico e visibile istituito da Nostro Signore nella Chiesa (vedi Concilio di Trento, Denz.-Sch. 1764, 1767, 1771, 1777, Denz.-Umb. 957, 960,961,967).
(73) Nuevas normas…, pp. 70-71.
(74) Vedi dom Guéranger, Institut. Liturg., tomo I, pp. 415 e 416.
(75) Art. 33. Espressioni analoghe si trovano negli articoli 9 e 35.
(76) Nuevas normas…, p. 85.
(77) Nuevas normas…, pp. 31; le maiuscole sono nostre.
(78) Le maiuscole sono nostre.
(79) Nuevas normas…, pp.84-85; le maiuscole sono nostre.
(80) A questo proposito, vedi anche p. 121.
(81) Nell’edizione del 1970, il riferimento esplicito alla Resurrezione è stato soppresso: vedi p. 120.
(82) Anche questo paragrafo è stato modificato nel 1970, con la soppressione del riferimento alla Resurrezione: vedi pp. 120-121.
(83) Nuevas normas…, p. 95.

 

 

 

 

Un commento a "“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. E-H)"

  1. #bbruno   27 Ottobre 2018 at 9:28 pm

    guardando questa foto tristissima mi viene in mente l’operazione sacrilega intrapresa dalla riforma anglicana sulle chiese cattoliche, “The Stripping of the Altars”. Eccola ripetuta dalla nuova chiesa di Roma, con l’aggravante che la Civetta che qui campeggia te l’ha fatta passare come operazione di riforma cattolica! Alla buon’ora! oltretutto arrivare allo stesso punto con 5 secoli di ritardo! E la gente cattolica che se la beve, come intervento migliorativo! Con 500 anni di ritardo… geniale!

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