Cosa insegna a noi europei la Ryder Cup

di Luca Fumagalli

Non poteva esistere sceneggiatura migliore per questa edizione 2018 della Ryder Cup, ospitata dal bellissimo Golf National di Parigi. La gara, che vede affrontarsi i dodici migliori golfisti europei contro i dodici migliori golfisti americani, vanta una lunghissima tradizione ed è forse il torneo golfistico più amato e seguito nel mondo. I pronostici erano tutti (o quasi) contro gli europei: la compagine americana, infatti, poteva schierare top player di grande esperienza, mentre quella europea era più eterogenea, composta anche da qualche giocatore proveniente delle retrovie del world ranking.

Eppure, ancora una volta, l’imprevisto ci ha messo lo zampino. La vittoria europea è stata nettissima, grazie anche allo straordinario apporto di Francesco “Chicco” Molinari, unico italiano in gara, che in questa edizione, oltre alla coppa, ha portato a casa parecchi record. Come uno schiacciasassi si è imposto sugli avversari, prima in coppia con l’inglese Fleetwood, e poi nel singolo, contro un Phil Mickelson in pessima forma. Quando l’americano ha spedito la palla in acqua alla buca sedici, il match si è concluso con una stretta di mano, permettendo così a Molinari di portare a casa il punto decisivo per la vittoria europea. E’ stato l’inizio di una festa che, a quanto pare, si è protratta fino alle prime luci dell’alba.

Al di là del risultato sportivo, c’è più di una lezione che questa Ryder Cup ci insegna. Lo sport, si sa, è metafora della vita, e la vittoria europea, in qualche modo, costituisce un invitante spunto di riflessione.

Ci ricorda una cosa che noi, purtroppo, a volte sottovalutiamo, o peggio, non consideriamo minimamente; cioè che l’Europa, ieri come oggi, è un fascio di energie, di potenzialità incredibili, ma che il più delle volte vengono dissipate, disperse, inghiottite dalle pastoie dell’indifferenza, della superficialità e del cosmopolitismo d’accatto. L’indebolimento dell’identità europea ha origini antiche, ed è andato di pari passo alla crescente irreligiosità (Hilaire Belloc, il grande scrittore inglese, sosteneva che l’Europa è il cristianesimo, e il cristianesimo è l’Europa). Impossibile, in questa sede, percorrere le tappe di questo sfascio progressivo; qui ci basti solamente qualche accenno attuale, e ricordare come oggi l’UE, più che un rimedio, costituisca, al contrario, uno dei più drammatici fattori di disgregazione. Fredda, lontana, intinta nella burocrazia, l’UE è un covo d’inciviltà e inefficacia, che allontana, più che avvicinare, il cosiddetto “sogno europeo”. Il riemergere dei nazionalismi non è il frutto dell’egoismo dei popoli, incapaci di guardare oltre la punta del loro naso, ma è il tentativo di ritrovare una coesione identitaria che non è minimamente cercata dai vertici europei. Questi ultimi, preoccupati solamente di far quadrare i conti e di godere masochisticamente del loro asservimento politico agli Stati Uniti, stanno drenando dal buon vecchio continente tutte le forze migliori, svendendo un glorioso passato in cambio di qualche hamburger del MacDonald e dell’accoglienza indiscriminata (e criminale) degli immigrati africani.

Al contrario, quelle che si è visto ieri sui verdi fairway del Golf National, è stato un sussulto d’orgoglio che mancava da tempo, la consapevolezza che, a partire dalla sport, l’Europa può e deve essere di nuovo una realtà con un suo peso specifico nello scacchiere internazionale. Questo significa essere veri europeisti. I problemi e le questioni da affrontare per rimettere in sesto il continente sono molteplici, che spaziano dall’economia alla politica, fino ad arrivare addirittura alla teologia. Non è assolutamente facile, ma da qualche parte bisogna pure iniziare. Forse è davvero venuto il tempo di rimboccarsi le maniche.

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