Gesù e Tiberio. Da Tertulliano a Marta Sordi

Tiziano, Incoronazione di Spine, 1542-1543. Nell’architrave sotto il busto in alto a destra dello spettatore, la scritta TIBERIVS. La Passione di Cristo avvenne infatti sotto Tiberio, nell’anno 30

di Giuliano Zoroddu

Anno 788 dalla fondazione di Roma (35 dell’era Cristiana). Tiberio, imperatore dal 14 d.C. (767 di Roma), va in Senato per proporre la consecratio, ossia l’inserimento nel pantheon Romano, di una nuova divinità della Giudea, un tal Gesù Nazareno chiamato Cristo, sul quale recentemente ha ricevuto un dossier da parte di Ponzio Pilato, praefectus Iudaeae. Il Senato gli boccia la proposta – rivendicava infatti il suo diritto a svolgere un’inchiesta propria su questa nuova setta ebraica – ma l’imperatore, che gode della potestà tribunizia, pone il diritto di veto rispetto ad eventuali persecuzioni contro quella che ore è di fatto una superstitio illicita (un culto non riconosciuta dalla legge). Storia invero entusiasmante: sembra uscita da qualche raccolta di leggende cristiane. Tuttavia non è un romanziere o un agiografo ardito a trasmettercela, ma Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, l’avvocato di Cartagine convertitosi al Cristianesimo nel 195, il primo autore latino della Cristianità dopo papa Vittore (189-199). Lo zelante neofita, dando prova dell’ottima formazione retorica forense, nel suo secondo esamina dettagliatamente, passando dalla difesa all’attacco, le accuse e i provvedimenti imperiali – ingiusti ed irragionevoli – contro la religione Cristiana. Proponendosi poi di esporre l’origine di quel “Non è lecito che voi esistiate”(1) rivolto contro i Cristiani, riporta la notizia relativa ad un senatoconsulto di Tiberio.

«Tiberio, al cui tempo il nome cristiano apparve nel mondo, ricevute informazioni dalla Siria Palestina che rivelavano colà l’esistenza di questa divinità, portò la cosa al Senato dando per primo il suo voto favorevole. Il Senato, non avendo esso stesso appurato quei fatti, respinse (la richiesta imperiale). Cesare restò del suo parere, minacciando di pena quanti avessero accusato i Cristiani» (2).

La notizia è riportata in seguito da Eusebio di Cesarea nella Storia Ecclesiastica a da san Girolamo nel Chronicon. Questi ci fornisce anche l’anno: il 35 d.C., come abbiamo detto. Anche un frammento di Porfirio, filosofo anticristiano del III secolo, parla a proposito del Cristo, di un “senatoconsulto unanime” (3).
Inoltre san Giustino, il filosofo cristiano martirizzato al tempo di Marc’Aurelio, che non menziona invero le deliberazioni tiberiane, tuttavia, nella sua Apologia Prima rivolta ad Antonino Pio e al Senato romano, scriveva agli illustri destinatari che avrebbero potuto trovar conferma di quanto esposto – ossia le notizie relative a Gesù Cristo – «ἐκ τῶν ἐπὶ Ποντίου Πιλάτου γενομένων ἄκτων» (4), negli Atti di Pilato, in un vero e proprio dossier informativo (menzionato anche da Tertulliano) custodito negli archivi imperiali.

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Troppo frettolosamente certi studiosi confinano nell’ambito della pia leggenda queste fonti, soprattutto perché attorno a Pilato – effettivamente ben visto dai primi Cristiani – son fioriti vari “vangeli” apocrifi a tinte favolistiche. Altri le ascrivono alla apologetica: autori come Tacito e Suetonio non ne parlano; la datazione (il 35 d.C.) è troppo alta per postulare la conoscenza da parte dell’imperatore di Roma di una religione nata poco tempo prima e soprattutto da un falegname che era stato crocifisso per lesa maestà. Altri ancora invece, come per esempio Santo Mazzarino (1916-1987), attribuiscono la notizia tertullianea a una falsificazione degli Acta Tiberii operata al tempo di Domiziano da parte degli elementi cristianizzanti o cristiani presenti a corte come Flavio Clemente (martirizzato fra il 95 e il 96). Vi è infine una studiosa italiana, scomparsa nel 2009, che presta fede a Tertulliano, ritenendo storico il passo citato. Parliamo di Marta Sordi (in foto), per oltre trent’anni Ordinario di Storia Romana e Storia Greca alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Tratta della vicenda in vari suoi scritti, fra cui risalta il più volte edito “I Cristiani e l’Impero Romano”, in cui oltre all’analisi delle varie persecuzioni mosse dal Giudaismo prima e dalle autorità dell’impero (sull’onda del fanatismo pagano ed ebraico) poi, l’Autrice mostra come i Cristiani e la loro societas, la Chiesa (gerarchica fin dall’inizio), si siano integrati nella struttura sociale dell’Impero Romano, facendone proprie alcune caratteristiche organizzative, sapendo anche sfruttare alcuni dei suoi aspetti più lontani dalla Rivelazione vetero e neotestamentaria, come il sincretismo (5).

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La Sordi sfata anzitutto l’idea che la notizia vada ascritta ad un intento apologetico. Tertulliano riporta la notizia – ricavata secondo la Sordi dagli Atti di Apollonio (Senatore martirizzato a Roma sotto Commodo) – non per elogiare Tiberio protettore dei Cristiani, ma per sferzare i pagani per i quali un dio è tale solo perché l’autorità lo ha decretato e non per la sua natura di Dio. L’apologia emerge nel paragrafo successivo, laddove si afferma chiaramente come la bontà dei princìpi cristiani può essere desunta dal fatto che il primo loro persecutore, fu Nerone (6), il disprezzo della cui memoria era proprio non solo degli autori Cristiani ma anche di quelli pagani. Non sarebbe stato neppure tanto utile ricordare la condanna espressa dal Senato a coloro che perseguitavo i Cristiani in virtù della autorità della legge (giusta o ingiusta che fosse).
Tra l’altro, osserva la Nostra, è «inesistente» l’argumentum e silentio: Tacito non parla del senatoconsulto perché per il 35 sceglie di non trattare di politica estera e l’iniziativa di Tiberio e le conseguenti deliberazioni riguardavano non Roma, ma la provincia Iudaea.
Fondamentale è però l’inquadramento storico della vicenda che confermerebbe la veridicità di quanto riporta l’apologeta di Cartagine. La Sordi infatti mette a confronto la deposizione del Sommo Sacerdote Anano nel 62 d.C. a causa dell’assassinio dell’Apostolo Giacomo Minore e la deposizione di Caifa nel 36/37 d.C. ad opera del legato di Siria Vitellio. Secondo la studiosa, quest’ultima sarebbe stata la punizione romana rispetto a un abuso commesso dal Sinedrio, vale a dire la lapidazione del diacono Stefano, la quale avrebbe portato Pilato a scrivere una relazione a Tiberio.
Il prefetto che «non aveva sentito la necessità di informare il suo imperatore del processo di Cristo, terminato con un’esecuzione legale anche se ingiusta, dovette informarlo quando, con la diffusione in tutta la provincia della nuova fede, si trovò davanti all’esasperata intransigenza del sinedrio e a processi ed ad esecuzioni abusive che rischiavano di coinvolgere un gran numero di persone nella Giudea e nelle regioni vicine» (7). Ecco gli “atti di Ponzio Pilato” di Giustino e le “informazioni dalla Siria Palestina” (8) di Tertulliano.
Lucio Vitellio quindi, inviato in Oriente come Legato della provincia di Siria per risolvere la crisi armena e per riordinare l’intera zona (9), nel 36, entrato a Gerusalemme, depose Pilato (10) e Caifa (11): un intervento «documentato», come riconosce un altro eminente accademico come Giovanni Brizzi, «volto a garantire la tranquillità ai Cristiani persino nei luoghi d’origine, mettendo fine a persecuzioni come quella che era costata la vita al primo martire Stefano» (12). Tutto ciò trova corrispondenza negli Atti degli Apostoli. San Luca infatti, commentando la situazione della fine degli anni Trenta, dopo la persecuzione della Sinagoga, riferisce che la Chiesa era «in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria» (13), cosa che desumiamo anche da alcune lettere Paoline.

La decisione di Tiberio fu quindi una decisione squisitamente politica, non mossa da alcuna conversione, magari provocata da una guarigione ottenuta grazie alla Tunica del Signore portatagli da santa Veronica, come vorrebbero certe tradizioni.
«La notizia di una nuova “setta” giudaica, osteggiata dalle autorità ufficiali, ma accolta da una parte del popolo, la cui diffusione eliminava nel messianismo ogni violenza politica e antiromana e ne accentuava il carattere religioso e morale, non poteva che interessare Tiberio la cui principale ambizione era quella – lo sappiamo da Tacito (Ann. VI, 32, 1) e proprio nel racconto relativo al 35 – di risolvere le controversie esterne consiliis et astu, con l’astuzia e l’abilità diplomatica, piuttosto che con le armi e la repressione» (14). Lo aveva fatto coi Samaritani e intese farlo coi Cristiani, anche se vi riuscì solo nella pratica attraverso il suo Legato.
Sarà solo con Nerone, conclusosi il quinquennio felice, verso il 62 (dato anche l’influsso della giudaizzante Poppea), che inizierà la grande serie delle persecuzioni: quel bagno di sangue che non avrebbe portato alla estinzione del nomen Christianum, bensì, dopo la vittoria di Costantino del 28 ottobre 312, alla progressiva identificazione della Romanitas con la Christianitas. Onde san Leone Magno trionfalmente poteva esclamare, rivolto a Roma: «Sebbene resa potente da molte vittorie, avessi steso il diritto del tuo impero e su terre e su mari, tuttavia quello che ti assoggettarono le fatiche della guerra è assai meno di quello che ti ha sottomesso la pace cristiana» (15).

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NOTE

(1) TERTULL., Apol., IV, 3.
(2) Ivi, V, 2.
(3) Il filosofo «si riferisce all’età tiberiana … afferma che Gesù, se fosse risorto, non sarebbe dovuto apparire a persone oscure (critica già presente in Celso), ma a personaggi autorevoli contemporanei all’evento, a Pilato, o Erode, al sommo sacerdote “o a molti uomini contemporanei e degni di fede, e soprattutto al Senato e al popolo di Roma, onde essi, stupiti dei suoi prodigi non potessero, con un senatoconsulto unanime, emettere sentenza di morte, sotto accusa di empietà, contro quanti gli erano obbedienti …”» (I. Ramelli, I Cristiani e l’impero romano, Genova-Milano, 2011, p. 38. Rimandiamo anche a Eadem, Il Senatoconsulto del 35 contro i Cristiani in un frammento porfiriano, Aevum, 78 [2004])
(4) IUSTIN., Prima Apol, XXXV, 9; XLVIII, 3.
(5) Di questo argomento già parlammo nell’articolo: Il Cristianesimo e il Sol invictus
(6) TERTULL., Apol., V, 3.
(7) M. SORDI, I Cristiani e l’impero romano. Nuova edizione aggiornata e riveduta, Milano, 2011, p. 25.
(8) “Siria Palestina” era il nome che dal 135, fine della Terza Guerra Giudaica, aveva assunto la Giudea.
(9) Cfr. TAC., Annales, VI, 32.
(10) Cfr. JOS. FLAV., Ant. Iud., XVIII, 85-89.
(11) Cfr. Ivi, 95.
(12) G. BRIZZI, 70 D.C. La conquista di Gerusalemme, Bari, 2015, p. 348. Il Brizzi comunque ritiene inverosimile la notizia tertullianea.
(13) Act. Ap. IX, 31.
(14) M. SORDI, op. cit., 25-26.
(15) LEO M., In natali App. Petri et Pauli

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