La liretta dell’Italietta

di Claudio Barnabé

C’era una volta una nazione insignificante, dimenticata dal dio Mercato, che per i propri commerci era costretta a servirsi di una moneta priva di valore in quanto lo “statoladro” (oramai si scrive tutto attaccato) stampava denaro a profusione per fare fronte alla crescente corruzione, ai clientelismi e alle mirabolanti promesse elettorali fatte alle spalle dei lavoratori. Sì, perché secondo questa narrazione, come ci ricorda l’onorevole Bersani, le vere vittime di questo dissennato modo di operare sarebbero stati proprio i lavoratori che si trovavano in tasca della carta straccia e si vedevano erodere il proprio potere d’acquisto.

Quel Paese negletto, triste ed isolato dal mondo, si chiamava l’Italia e quella “carta straccia” si chiamava lira: la Liretta dell’Italietta.
Per uno strano caso del destino, quello stesso Paese, che veniva dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, ebbe per oltre un trentennio dei tassi di crescita pazzeschi, un autentico “miracolo economico”: il 16 maggio 1991, infatti, il Corriere della Sera titolava in prima pagina a cinque colonne: “L’Italia quarta potenza”.

Due anni dopo, a seguito dell’uscita dell’Italia dallo SME (Sistema Monetario Europeo), lo stesso Corriere della Sera titolava: “Made in Italy mai così bene”, mentre la Germania, col suo marco che non godeva più dei benefici offerti dall’aggancio valutario, non era mai andata “così in basso”.

Il 14 febbraio 1996, sempre sul Corriere della Sera, Danilo Taino commentava entusiasta: Lira magicaunica vera colonna dell’Italia. Se non fosse sottovalutata staremmo tutti un po’ peggio”.

Tutto questo, però, avveniva a causa della svalutazione “competitiva”. E’ vero: in quegli anni, quando la lira non era agganciata in maniera più o meno efficace con altre valute, tendeva a perdere valore.

Tassi di cambio certo per incerto

Per apprezzare meglio quanto svalutava la nostra moneta rispetto alle altre, o in maniera del tutto equivalente, quanto rivalutavano le altre monete rispetto alla nostra, pongo il tutto in scala logaritmica:

Tassi di cambio incerto per certo – scala logaritmica

Quella che ha rivalutato maggiormente è, come era facile prevedere, il marco tedesco (linea nera), mentre dollaro americano (linea gialla) e franco francese (linea rossa) hanno avuto andamenti più moderati e sostanzialmente analoghi.
Ma perché noi svalutavamo? La teoria più basilare sulla modalità di determinazione dei tassi di cambio nominali si chiama “parità dei poteri di acquisto” (in inglese Purchasing Power Parity, sintetizzato in PPP). Tale teoria si basa sulla legge del prezzo unico che afferma che, se i costi di trasporto sono relativamente trascurabili, il prezzo di un bene economico scambiato a livello internazionale deve essere uguale in ogni luogo. Se così non fosse, tutti comprerebbero dove costa meno, facendone aumentare il prezzo del bene fino al ristabilimento dell’equilibrio. Secondo questa teoria, quindi, il tasso di cambio nominale tra il Paese A ed il Paese B sarebbe diretta conseguenza del livello dei prezzi dei due Paesi, pertanto la variazione del tasso di cambio (la svalutazione o la rivalutazione) deriverebbe dalla variazione relativa del livello dei prezzi (ovvero dalla differenza relativa tra i tassi di inflazione). Tradotto per la casalinga di Voghera: svaluta chi ha l’inflazione più alta.
Infatti, come si vede nella figura sottostante, l’Italia (linea viola) ha avuto un tasso d’inflazione mediamente superiore alle altre nazioni e quindi la lira si è svalutata nei confronti delle altre valute. Di converso, la Germania (linea nera) è il Paese che ha avuto l’inflazione più bassa ed in effetti ha rivalutato rispetto a tutti gli altri.

Indice dei prezzi al consumo (%)

Da notare che, ad eccezione della Germania, nel periodo intercorrente tra la prima crisi petrolifera (1973) e i primi anni ’80, tutti i Paesi hanno avuto un tasso d’inflazione in doppia cifra.
La domanda da porsi è allora: perché l’Italia aveva un tasso d’inflazione (leggermente) superiore agli altri Paesi? Detto in altri termini: perché l’Italia aveva una competitività di prezzo (leggermente) inferiore alle altre nazioni e pertanto svalutava? È intuitivo che una nazione risulta essere tanto più competitiva quanto più riesce ad abbassare il prezzo delle merci che offre al resto del mondo, conseguentemente per ottenere una maggiore competitività occorre imporre un aumento della produttività e/o una riduzione di qualche reddito interno: si riesce ad essere competitivi se qualcuno all’interno del Paese “stringe la cinghia”. Chi, nella nazione, debba accettare una riduzione del proprio reddito reale, è una questione politica: se noi perdevamo competitività rispetto agli altri Paesi, tanto da dovere svalutare, voleva dire che la nostra produttività era nettamente inferiore alle altre oppure i nostri politici non volevano che qualcuno stringesse la cinghia.
Vediamo la produttività:

Produttività per ora lavorata (USD, prezzi costanti, 2010 PPP)

La nostra produttività (linea viola) era perfettamente in linea con le altre. E quindi? Stai a vedere che la maggiore inflazione italiana derivava dal fatto che i nostri salari reali, a differenza di quanto dice la narrazione “ufficiale”, non perdevano valore ma, anzi, crescevano?!? Stai vedere che Marco Bentivogli, segretario generale della Federazione Italiana Metalmeccanici (FIM CISL), ha detto una vergognosa bugia quando ha affermato che l’industria di quel tempo “invece di innovare chiedeva ai governi di svalutare lira, impoverendo con l’inflazione i lavoratori?

Per verificarlo basta prendere il valore delle retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente, tratte dal sito dell’ISTAT, e “deflazionarle” per l’indice generale dei prezzi al consumo. Si ottiene la seguente figura:

Salari reali italiani

I salari reali crescevano… e anche tanto! Negli anni ‘70 crescevano mediamente del 5% all’anno, mentre dal 1999 ad oggi, con l’eurone che “proteggere” il potere d’acquisto, sono cresciuti mediamente solo dello 0,3%. Ripeto: nell’era dell’inflazione a doppia cifra i salari reali crescevano del 5% all’anno, mentre nell’era dell’eurone, che protegge i lavoratori dalla temibile tassa occulta costituita dall’inflazione, i salari reali sono fermi. Fermi!

Tasso di variazione dei salari reali italiani (%)

Questo era il risultato di un forte potere contrattuale da parte dei lavoratori che si rifletteva nella quota salari. La quota salari è importante perché ci dice in quale modo viene spartita la “torta” dei redditi prodotti: se fino al 1981 la ricchezza prodotta veniva equamente spartita tra lavoratori dipendenti ed imprenditori (rispettivamente il 49% ai dipendenti ed il 51% agli imprenditori), da metà degli anni ’90 la fetta preponderante della ricchezza è andata al capitale (circa il 59%) ed i lavoratori si sono dovuti accontentare delle briciole (indicativamente il 41%).

Quota salari

Non è per caso che, chi favoleggia di inesistenti impoverimenti indotti dall’inflazione, di una fantomatica Italietta della liretta, lo faccia proprio perché vuole che la componente lavoro resti schiacciata a favore del capitale?

Non è per caso che mentano proprio perché vogliono distruggere il tessuto produttivo della nostra nazione a favore del grande capitale internazionale?

 

Fonte

Un commento a "La liretta dell’Italietta"

  1. #Erio Cacini   12 novembre 2018 at 4:22 am

    Ottimo articolo. Non mi stupisce che un sito cristiano si renda conto dell’immensa truffa dell’euro/austerità. Solo chi gli atei/laicisti che, al posto del vero Dio, adorano l’idolo “europa” possono credere che tutto ciò che è successo in Italia negli ultimi decenni sia stato fatto per il “nostro bene” e per “correggere gli errori ed eccessi del passato”

    Rispondi

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.