La strategia dello spostamento di popolazioni

Trascriviamo di seguito la seconda parte dell’intervento di A. Giacobazzi al 26° Convegno di Studi Cattolici di Rimini (La geopolitica dell’anticristo – Conflitti reali e controllo virtuale nello scacchiere abbandonato dal katéchon, 26-28 ottobre 2018, organizzato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X e da La Tradizione Cattolica), sul tema (Im)migrazioni tra storia, senso comune e Tradizione Cattolica. [RS]

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La strategia dello spostamento di popolazioni

L’idea in base alla quale lo spostamento di popolazioni sia un fatto socio-politicamente pressoché irrilevante e necessariamente pacifico è ormai radicata: nel villaggio globale in cui «il mondo è di tutti», «siamo tutti cittadini del mondo» e dove la «libera circolazione di uomini e merci» è un valore assoluto, le migrazioni di massa diventano un corollario inevitabile della globalizzazione.

La realtà è ovviamente diversa ed è il senso comune a descriverla: i trasferimenti di popolazione spesso hanno mostrato una relazione evidente con criticità gravi se non, addirittura, con operazioni militari, premettendole o accompagnandole. Si può dire che in molti casi siano stati parte inseparabile di questa strategia. A prescindere dunque da eventuali volontà belliche, il trasferimento di popolazione deve essere trattato, proprio in funzione della sua rilevanza socio-politica, come un fatto degno di speciali attenzioni, tenendo a dovuta distanza semplificazioni ideologiche di stampo irenista. Si badi: la guerra non è solo quella fatta con assordanti colpi di cannone così come la pace non è semplicemente l’assenza di bombardamenti. La visione pacifista e banalizzante che definisce guerra riducendola allo scontro tra truppe è semplicemente falsa e spesso favorita da chi la guerra la vuole fare davvero. Si tratta mutatis mutandis di quel principio folle pronto a sacrificare tutto per la riduzione degli armamenti più sofisticati tralasciando il fatto che per quasi tutta la storia si è combattuto senza armi «sofisticate»: in Ruanda ancora nella prima metà degli anni ’90 centinaia di migliaia di persone furono massacrate con l’uso del machete e dei bastoni chiodati.

Per cogliere dunque il nesso tra trasferimento di popolazione e guerra possono essere utili alcune citazioni del von Clausewitz:

1) La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi.

2) La guerra non è mai un atto isolato.

3) La guerra non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l’opera di un istante.

Non risulta necessario affannarsi a riscontrare attribuzioni a questo o a quell’imam di minacciose frasi inerenti la conquista dell’Europa per mezzo dell’aumento della popolazione islamica, di tenere scrupolosamente il conto degli episodi da guerra civile che avvengono nelle banlieu francesi o di impensierirsi scoprendo che la Grande Moschea di Roma fu finanziata dalla famiglia reale saudita: per allarmarsi è sufficiente seguire la storia alla luce del senso comune. Alcuni esempi saranno utili a porre la questione sotto una luce più chiara.

Il peso delle appartenenze etniche come elemento di stabilizzazione o destabilizzazione di un determinato territorio è un fatto noto. Nel XIX secolo, tra moti nazionalistici e insurrezioni, l’Italia rappresentava un teatro di primo interesse. Con delibera del 12 novembre 1866 del consiglio dei ministri austro-ungarico si avviò una politica volta a «opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Kronlander e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati politici ed insegnanti, nonché attraverso l’influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale adriatico»[1], favorendo di fatto le componenti etniche reputati più malleabili. Questa strategia politica rispetto «all’elemento italiano» non a caso seguì le cosiddette «guerre di indipendenza» (la terza finì il 12 agosto 1866 con l’annessione del Veneto, esattamente tre mesi prima del provvedimento citato) e anticipò di qualche decennio la Prima Guerra Mondiale, in cui culminò l’intensità dell’irredentismo italiano. A Vienna avevano ben chiaro che le minoranze non sono mai irrilevanti e talvolta possono fungere da quinta colonna.

Alcune etnie dell’Impero

Anche lo scrittore ebreo-polacco Marek Halter visse sulla sua pelle gli sconvolgimenti politici figli del crollo degli imperi centrali e della nuova guerra che seguì. La sua famiglia fuggì dal ghetto di Varsavia nel 1940 per andare in Unione Sovietica. Una volta divenuto adulto viaggiò in quella che fu, per qualche tempo, la sede di un fallimentare progetto stalinista, l’Oblast’ autonoma ebraica in Estremo Oriente, una sorta di Sion dei Soviet. Del resto, racconta Halter, Stalin iniziò «a trovare i suoi amici ebrei troppo vistosi. E troppo irrequieti. Il presidente del Soviet supremo, il vecchio Michail Kalinin, ebbe un’idea. Perché non regalare agli ebrei una repubblica, una regione autonoma come tutti gli altri popoli dell’Unione Sovietica? In questo modo i loro diritti sarebbero stati garantiti e le autorità, senza essere tacciate di antisemitismo, avrebbero avuto la possibilità di rimuoverli dai numerosi posti di responsabilità che occupavano nelle varie repubbliche. Gli ebrei si rallegrarono del progetto. Speravano nel Caucaso e invece ricevettero un pezzo di Siberia, una regione alla frontiera con la Cina, sul fiume Amur, che si chiamava Birobidzhan. Le autorità ci spedirono migliaia di famiglie ebree: Stalin prevedeva centomila persone. Molti partirono volontariamente. Uno Stato ebraico, e per di più socialista! Mancavano ancora quindici anni alla proclamazione dello Stato di Israele. Per opporsi all’ ebraico raccomandato dai sionisti, che i comunisti all’ epoca consideravano la lingua della sinagoga, il governo dichiarò lo yiddish, la lingua del proletariato ebraico, idioma ufficiale del Birobidzhan»[2].

Una sorta di sionismo sovietico con tanto di trasferimento volontario di popolazione parve la soluzione più utile e stabile per Mosca. L’area di destinazione degli ebrei in uno sperduto territorio dell’estrema Siberia orientale, caratterizzato da condizioni climatiche non facili e privo di accesso al mare fu, come detto, oggetto di un flop: secondo un censimento del 1989 gli israeliti non supervano il 4,2% della popolazione a fronte di un 7,4% di ucraini e di un 83,2% di russi, per un totale di circa 200.000 abitanti[3]. La Gerusalemme sovietica – che si contrapponeva al sionismo «nazionalismo borghese» – non poteva prendere piede.

La ridente Birobidzhan

Nei primi decenni del ‘900 il sionismo, del resto, era tutt’altro che maggioritario in seno alle comunità israelitiche e l’idea che alcuni ebrei volessero costituire una loro Patria attorno al Monte Sion era considerata dall’URSS come reazionaria, sciovinista, sostanzialmente antisocialista. Giusto per inquadrare il clima politico si tenga presente che quando nel 1941 il dirigente sionista Epstein si intrattenne con l’ambasciatore di Mosca in Turchia Vinogradov, il diplomatico gli chiese: «Ma davvero in Palestina gli ebrei lavorano?»[4].

L’Unione sovietica, in ogni caso, era guidata da un grande pragmatico che, anche alla luce delle mutate situazioni politiche, di lì a pochi anni trovò interessante un nuovo trasferimento di popolazione: quello che era alla base dello stato ebraico in Palestina.

Abba Eban, diplomatico e ministro degli esteri israeliano, ricordando il suo lavoro nel comitato speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, scrisse nella sua autobiografia: «L’Urss era la sola potenza mondiale che sosteneva la nostra causa»[5]. Effettivamente nel periodo immediatamente precedente l’indipendenza, inglesi e statunitensi erano tiepidi se non contrari alla nascita di uno Stato ebraico sicuramente inviso a quei Paesi arabi ricchi di petrolio con cui le potenze occidentali volevano mantenere buone relazioni politiche ed economiche. Inoltre, dato non secondario, Israele sarebbe probabilmente stata una repubblica di «sinistra» in mezzo a Stati non ostili agli anglo-americani. Il Dipartimento di Stato si manteneva abbastanza freddo verso i sionisti e raccomandò al presidente Truman che si evitasse di favorire la nascita di un loro Stato perché «nell’arco di tre anni questo si sarebbe trasformato in una marionetta comunista»[6].

In effetti è possibile che Stalin pensasse che uno Stato israeliano, popolato in buona parte da ebrei provenienti da Paesi slavi, con un governo quasi certamente filosocialista, avrebbe potuto essere un’utile pedina nello scacchiere del Vicino Oriente e una spina nel fianco per le Potenze che di lì a poco avrebbero costituito il Patto Atlantico. L’appoggio dato ai sionisti in questa fase non fu comunque dettato da simpatie ebraiche, anzi si può dire che questo fatto fu accompagnato e seguito da un inasprimento dell’atteggiamento sovietico verso le comunità israelitiche sotto la giurisdizione di Mosca: si trattava semplicemente di una strategia che, facendo leva sul trasferimento di popolazione e la conseguente nascita di un nuovo stato in una regione sensibile, avrebbe avuto implicazioni politiche rilevanti e, si credeva, allineate con i desiderata di Mosca.

Nel 1947, arrivati al voto sulla risoluzione ONU per spartizione della Palestina (indispensabile per la nascita di Israele), la posizione sovietica fu decisiva: insieme all’URSS votarono Bielorussia, Cecoslovacchia, Polonia e Ucraina.

Mentre la Gran Bretagna (che in quanto Potenza mandataria era stata duramente colpita dal terrorismo sionista in Palestina) riforniva di armi gli arabi, le operazioni sovietiche di supporto ai sionisti videro un ruolo centrale della Cecoslovacchia. Un ponte aereo fece giungere in Palestina il materiale bellico al punto che il governo statunitense protestò ufficialmente con quello cecoslovacco e informò le Nazioni Unite delle forniture clandestine di armi[7]. Golda Meir[8] avrebbe commentato anni dopo: «Non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le loro armi»[9]. Dello stesso parere era Yitzhak Rabin[10]. Qualche tempo dopo[11] Yaakon Arié Hazan, dirigente del partito della sinistra israeliana Mapam, sostenne: «il sionismo ha potuto raggiungere il suo scopo solo grazie alla Rivoluzione russa»[12].

In sintesi il ruolo sovietico fu essenziale in ordine alla nascita di Israele, in particolare in tre fasi: l’approvazione della proposta di spartizione del 1947[13], il riconoscimento dopo la fondazione del nuovo Stato e l’aiuto militare determinate dato durante la prima guerra arabo-israeliana. Il trasferimento di popolazione e la guerra d’indipendenza erano due facce inseparabili della stessa «medaglia sionista», una medaglia, in quel momento, appezzata anche al Cremlino. Ovviamente, non passò molto tempo e questo clima svanì, del resto i dirigenti israeliani erano ben lontani dal volersi consacrare al comunismo sovietico[14].  

A maggior conferma: ancora dopo decenni, e con situazioni politiche totalmente mutate, il rapporto tra nazione d’origine e politica israeliana non appare irrilevante. Basti pensare ai rapporti (e all’ammirazione) di uno dei dirigenti della destra israeliana, Avigdor Lieberman, per Putin: il suo partito nazionalista israeliano conta su una base elettorale di immigrati orientali russofoni provenienti dall’ex Unione Sovietica[15].

Pochi esempi storici possono essere più calzanti di quello sionista per quanto concerne il rapporto tra immigrazione (trasferimento di popolazione in Palestina) ed equilibri politici. Del resto, ancor prima che Stalin prendesse iniziative, la migrazione degli ebrei parve interessare non poco anche ad esponenti di altre tendenze politiche.

Il simbolo dei laburisti israeliani del partito Mapai, da www.palestineposterproject.org

[continua…]

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[1] a cura di Paolo Bonetti, Il diritto al nome nella propria madrelingua dei membri delle minoranze linguistiche: estratto da L’uso della lingua negli atti e nella comunicazione dei poteri pubblici italiani, Giappichelli Editore, 2017, p. 53

[2] M. Halter, A Birobidzhan! A Birobidzhan!, La Repubblica, 4 marzo 2012

[3] R. W. Orttung, D. N. Lussier, A. Paretskaya, The Republics and Regions of the Russian Federation: A Guide to Politics, Policies, and Leaders, M.E. Sharpe, 2000, pag. 153.

[4] L. Mlečin, Perchè Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 64.

[5] Prefazione di L. Canfora, in: L. Mlečin, Pechè Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 12.

[6] L. Mlečin, Perchè Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 61.

[7] Ivi, pag. 133.

[8] Che tra l’altro fu il primo rappresentante diplomatico israeliano a Mosca.

[9] M. C. Desch, Power and Military Effectiveness: The Fallacy of Democratic Triumphalism, JHU Press, 2008, pag. 122.

[10] Ibidem

[11] Nel 1951, quando i rapporti israelo-sovietici erano già sostanzialmente cambiati.

[12] L. Mlečin, Perchè Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 165.

[13] A. Gromyko, Rappresentante Permanente dell’Unione sovietica all’ONU argomentò in questa occasione in favore del diritto degli ebrei a costruire il loro Stato in Palestina: “I rappresentanti dei paesi arabi sostengono che la spartizione della Palestina costituirebbe un’ingiustizia storica, ma questa opinione non è condivisibile, perché in realtà il popolo ebraico ha mantenuto il suo legame con la Palestina dai tempi più antichi. Inoltre, non possiamo non tener conto della situazione in cui esso si è venuto a trovare dopo l’ultima guerra scatenata dalla Germania nazista, che gli ha recato più sofferenze che a qualsiasi altro popolo. Sapete bene che nessun stato capitalista Europeo ha saputo difenderlo dall’arbitrio e dalla violenza hitleriana” [La Palestina della Convivenza, Storia dei palestinesi 1880-1848, pag. 18].

[14] Cfr.: A. Giacobazzi, Ebrei, comunismo, Unione Sovietica e sionismo: una panoramica, Rinascita, 25 ottobre 2012. Riportato in: Anche se non sembra, Edizioni Radio Spada, 2014.

[15] David Remnick, Netanyahu’s Dark Choice, The New Yorker, 28 ottobre 2012, https://www.newyorker.com/news/news-desk/netanyahus-dark-choice

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