L’accordo di trasferimento, gli indiani d’America e casa nostra

Trascriviamo di seguito la terza parte dell’intervento di A. Giacobazzi al 26° Convegno di Studi Cattolici di Rimini (La geopolitica dell’anticristo – Conflitti reali e controllo virtuale nello scacchiere abbandonato dal katéchon, 26-28 ottobre 2018, organizzato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X e da La Tradizione Cattolica), sul tema (Im)migrazioni tra storia, senso comune e Tradizione Cattolica. [RS]

[…]

La parola Haavara, pressoché ignota al grande pubblico, significa non per nulla «trasferimento». Nel caso specifico si tratta del trasferimento degli ebrei e dei capitali ebraici dalla Germania di Hitler alle colonie sioniste in Palestina: Haavara è il nome con il quale si identifica l’accordo siglato nell’agosto del 1933 tra la federazione sionista tedesca, l’Anglo-Palestine Bank e il nuovo governo nazionalsocialista, insediato da pochi mesi.

Tra l’altro, il 21 giugno 1933 i sionisti tedeschi avevano inviato un inequivocabile memorandum al «Nuovo Governo» in cui, prendendo le distanze dal processo di assimilazione ebraica, si dicevano pronti a collaborare[1]. Se ebrei e tedeschi appartenevano a distinte nazionalità (o addirittura razze), l’emigrazione degli israeliti verso una loro «Patria» poteva essere desiderabile per entrambi.

Ma in cosa consisteva specificamente l’Haavara? L’ebreo tedesco che avesse voluto trasferirsi in Palestina, avrebbe potuto farlo portando con se’ una parte dei suoi capitali depositando il denaro in un conto speciale in Germania. Questi soldi sarebbero stati utilizzati per acquistare materiali da costruzione, attrezzi agricoli, fertilizzanti ed altri beni di produzione tedesca che venivano esportati in Palestina e venduti attraverso questo sistema dall’Haavara Ltd. Il ricavato di queste vendite veniva consegnato all’emigrante ebreo una volta arrivato in Palestina per un ammontare corrispondente al deposito fatto in Germania. I beni tedeschi immessi nel mercato palestinese erano utili per l’insediamento dei nuovi immigrati ebrei nelle colonie sioniste e per il consolidamento e lo sviluppo del progetto nazionale.

Mentre in tutto il mondo si avviavano campagne di contestazione e boicottaggio – per la verità inefficaci o controproducenti come tutte le campagne di questo tipo – ai danni del governo nazionalsocialista, entrava in vigore questa intesa logistico-commerciale: nel giugno 1937 la Germania divenne il primo tra i paesi esportatori in Palestina. L’Haavara fu attiva fino alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, decine di migliaia di ebrei tedeschi in quegli anni si insediarono in Palestina. Questo accordo rappresentò un formidabile strumento nelle mani dei sionisti per sviluppare il loro progetto statale in Palestina, lo storico Edwin Black sostiene che questa intesa «determinò un’esplosione economica nella Palestina ebraica» e rappresentò «un elemento indispensabile nella creazione dello Stato d’Israele»[2]. Per supportare l’emigrazione prosperò in Germania – con l’approvazione degli organi di potere – un’ampia rete di campi di riaddestramento (Umschulungsläger) volti a promuovere le capacità agricole e artigianali degli ebrei destinati ad abbandonare il Reich. La separazione tra israeliti e tedeschi fu favorita tra l’altro con provvedimenti volti a consolidare l’identità ebraica[3].

«C’è stato un tale in Germania, un certo Hitler», commentò un giorno con sarcasmo Ben Gurion, «è comparso Hitler e gli ebrei hanno cominciato  ad arrivare»[4].

Si noti: l’Haavara, con l’immigrazione portò sviluppo economico ai territori di destinazione. Non solo: era rivestita di un ruolo quasi umanitario, dato che offriva agli ebrei tedeschi un’alternativa alla vita nel Reich[5]. La rilevanza socio-politica di questo trasferimento in relazione alla fondazione dello Stato ebraico è chiara. Anche in questo caso, e ancor più per quanto già visto in relazione all’appoggio di Stalin, risulta difficile non notare come il progressivo trasferimento di popolazione ebraica in Palestina abbia premesso e accompagnato le operazioni militari (e terroristiche, anche da parte sionista). Se questo è valso già prima della «nascita di Israele», va detto che le quattro guerre fondamentali che hanno visto protagonista lo Stato ebraico (1948: indipendenza; 1956: crisi di Suez; 1967: Guerra dei sei giorni; 1973: Guerra dello Yom Kippur) hanno avuto luogo nei 25 anni in cui la popolazione del nuovo Stato è sostanzialmente triplicata, con un apporto fondamentale dell’immigrazione proveniente dall’Europa Occidentale, dall’URSS e dai Paesi arabi.

Risulta anche curioso notare come molti ebrei trasferitisi in Palestina abbiano favorito il consolidamento del progetto sionista a prescindere dalle loro idee politiche e religiose: una parte rilevante di residenti che nel corso dei decenni è «tornato nella Terra d’Israele» non era sionista o addirittura era antisionista. Persone che temevano o avevano patito pogrom, rifugiati a vario titolo, religiosi che – pur disprezzando l’ideologia nazionalista di Herzl – si trovano a vivere attorno a Gerusalemme (pensiamo a certi gruppi Haredi).

Alcuni aspetti comuni con la fondazione dello Stato ebraico, del resto, si possono riscontrare nel consolidamento degli Stati Uniti d’America nel corso del XIX secolo: anche grazie a una potente immigrazione che sostenne lo sviluppo sociale ed economico, si vide cambiare totalmente volto all’ampio territorio esteso dall’Altantico al Pacifico, passando per le Montagne Rocciose.

Se l’indipendenza fu ottenuta dalle «Tredici Colonie» nel 1776, già

«nel 1820 gli Stati erano 23; fra il 1820 e il 1860 diventarono 33 e la popolazione salì a 31 milioni. L’incremento demografico alimentò la conquista dell’Ovest, sostenuta con forza dal presidente A. Jackson (1829-1837), che trasformò i  repubblicani in democratici. Gli USA entrarono in conflitto con il Messico e nella guerra del 1845-48 gli strapparono alcuni territori. Mentre l’introduzione della schiavitù nel Texas alimentava la politica antischiavista degli Abolizionisti, la «corsa all’oro» della California rafforzava la colonizzazione dell’Ovest, come i democratici auspicavano da sempre; essi hanno anche aperto le porte degli USA agli immigrati europei (4 milioni fra il 1830 e il 1860)»[6].

Nel cuore del periodo indicato, il 28 maggio 1830, il presidente Andrew Jackson firmò l’Indian Removal Act, con lo scopo di «trasferire» gli indiani. Le guerre indiane non a caso raggiunsero il loro apice nel corso del XIX secolo, proseguendo fino alla «cattura del capo degli apache Geronimo nel 1886 […], anche se l’ultimo episodio cruento fu l’eccidio di circa 300 Sioux a Wounded Knee nel 1890». Va parallelamente notato come grazie al forte flusso immigratorio successivo al 1819, la popolazione USA nel 1900 raggiungesse «circa 48 milioni di persone, di cui 36 milioni immigrati dall’Europa»[7].

A questi esempi se ne potrebbero aggiungere molti altri: basti pensare a ciò che si potrebbe dire circa i plurisecolari movimenti di popolazione nei Balcani e il ricorrente stato di guerra che ha coinvolto quella regione o, volendosi riferire al Vicino Oriente, al ruolo che ha avuto il trasferimento di profughi palestinesi in Giordania, con i fatti del celebre Settembre Nero 1970[8], o nei campi libanesi con le varie tappe della guerra civile di quel Paese[9].

In ogni caso, in base a quanto visto, risulta possibile affermare che:

  1. Il trasferimento di popolazione in un dato territorio, anche quando latore di sviluppo economico, ha sempre una rilevanza socio-politica non raramente associata a criticità e, spesso, ad una destabilizzazione delle popolazioni autoctone che ricevono la migrazione.
  2. Il trasferimento di popolazione, destabilizzando le popolazioni autoctone, non raramente si pone in relazione con episodi bellici che premette o accompagna.

La migrazione, per evitare rischi gravi, dovrebbe essere condotta valutando con la massima scrupolosità il bene comune della società ricevente, così come le criticità del Paese di partenza, il quale – in ogni caso – si trova di fronte a una riduzione della sua stessa popolazione. Se è vero che sul nostro pianeta esistono ampi spazi ancora inutilizzati, potenzialmente sviluppabili con un’opera di saggia colonizzazione e se è vero che si ha uno squilibrio marcato tra zone molto popolate e zone scarsamente abitate, va sempre tenuto presente che gli ostacoli di cui è spesso costellato un trasferimento di popolazione non sono di semplice soluzione: si pensi, ad esempio, all’epopea boera in Sud Africa, partita con l’insediamento in terre semiabbandonate e con i più ampi spazi di sviluppo. Risulta dunque evidente come il diritto naturale a fuggire da una carestia o a cercare un approdo quando esuli non possa andare esente da un certa regolamentazione, ovvero da un ordine, basato sì sull’accoglienza del bisognoso, non sull’anarchia di una globalizzazione senza freni.

Excursus: il trasferimento di popoli dopo la Seconda Guerra Mondiale

Nel breve affresco che si è tentato di dipingere, si può aggiungere un elemento conclusivo, integrando con una conferma a posteriori. Il trasferimento non solo può premettere o accompagnare ma anche – frequentemente – seguire gli eventi bellici. Il caso a noi più prossimo ed evidente è certamente quello della Seconda Guerra Mondiale, in cui ebbe luogo uno spostamento ad ovest di popolazioni sospinte dall’avanzata militare e politica sovietica. Seguendo i carri dell’Armata Rossa oltre due milioni di russi si insediarono nella fascia più occidentale dell’URSS, tra cui il territorio delle ex repubbliche baltiche che videro partire centinaia di migliaia di loro abitanti. Anche 5 milioni di polacchi si «ricollocarono» più ad ovest, per non parlare dei 10 milioni di tedeschi che dovettero defluire in massa da territori dell’Europa Orientale abitati da lunghissimo tempo. Centinaia di migliaia furono gli italiani che – con modalità ormai note – furono costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia, terre di antica cultura veneziana, arrivando, come esuli, nelle metropoli della Penisola, per non parlare di quelli che fecero ritorno dalle ex colonie. Una mappa della rivista Limes dipinge in modo chiaro questi spostamenti, figli del riassetto militare europeo.

http://www.limesonline.com/trasferimenti-di-popoli/7594

[continua…]

***

[1] Trad. in italiano dall’inglese: L. Brenner, 51 documents: Zionist collaboration with the Nazis, Barricade Books, 2002, pagg. 42-46, cfr: “The Zionist Federation of Germany Addresses the new German State”, In Zwei Welten, Tel Aviv, 1962. . Nel testo si può leggere, tra l’altro: «Sulla fondazione del nuovo Stato, che ha proclamato il principio della razza, noi vogliamo adattare la nostra comunità alla struttura complessiva in modo che anche per noi, nel settore a noi assegnato, possa realizzarsi una feconda attività per la Patria. […]. La nostra nozione di nazionalità ebraica contempla una chiara e sincera relazione con il popolo tedesco e le sue realtà nazionali e razziali. Proprio perché non vogliamo falsificare questi fondamenti, perché anche noi, siamo contro il matrimonio misto e per il mantenimento della purezza del gruppo degli ebrei […]».

[2] E. Black, The Transfer Agreement: The Dramatic Story of the Pact Between the Third Reich and Jewish Palestine, New York, Macmillan, 1984, pagg. 373, 379, 382. Citato in M. Weber, Il sionismo e il Terzo Reich, The Journal for Historical Review, luglio-agosto 1993 – Vol. 13, n. 4, p. 29.

[3] Per qualche tempo, come ricorda Herbert Strauss, “ai gruppi giovanili ed ai boy scouts sionisti fu permesso di indossare uniformi proprie (cosa negata ad esempio ai gruppi giovanili cattolici, nonostante il Concordato). Alla polizia segreta e al servizio di sicurezza (SD) (incaricati controllare le “attività nemiche” come quelle degli ebrei) fu ordinato di promuovere l’emigrazione in Palestina e di non mettere restrizioni alle organizzazioni sioniste” . Lo stesso Strauss, in un altro volume memorialistico sulla sua giovinezza nella comunità ebraica tedesca, riporta:  “Doveva essere stata qualcosa di più di una semplice rissa, quando i miei compagni di classe cattolici mi parlarono degli attacchi subiti nel momento in cui la Gioventù Hitleriana nel 1935 o nel 1936 lì aggredì durante una processione pubblica del Corpus Christi cercando di strappare loro le uniformi da boy scouts cattolici. Per converso ai boy scouts sionisti era permesso da un’ordinanza di polizia di indossare le loro uniformi, almeno a porte chiuse” . Non solo: una delle due Leggi di Norimberga, quella sulla “Protezione del Sangue e dell’Onore Tedeschi”, aveva proibito “agli ebrei di issare la bandiera con la svastica, ma nondimeno, li autorizzava a mostrare i “colori ebraici”  (Cfr: H. A. Strauss, Essays on the history, persecution, and emigration of German Jews, K.G. Saur, 1987, p. 203; H. A. Strauss, In the Eye of the Storm: Growing Up Jewish in Germany, 1918-194 : A Memoir, Fordham Univ Press, 1999, p. 47; E. Ben Elissar , La Diplomatie du IIIe Reich et les Juifs, 1933-1939, Juillard, Paris 1969, p. 187, in: F. YAHIA, Relazioni Pericolose, La Città del Sole, Napoli 2009, p. 50)

[4] Ibidem, p. 32.

 

[5] A. Giacobazzi, Haavara. Cenni sull’accordo tra Governo nazionalsocialista e federazione sionista per il trasferimento in Palestina, Rinascita, 6 luglio 2012. Riportato in: Anche se non sembra, Edizioni Radio Spada, 2014.

[6] Brigitte Basdevant-Gaudemet, Storia dell’Europa moderna: secoli XVI-XIX, Editoriale Jaca Book, 1993, p. 273.

[7] Lucia De Martis, Tutto sociologia, De Agostini, 2010, p. 260.

[8] Che fu qualcosa di molto simile ai prodromi di una guerra civile vera e propria.

[9] Per una lettura di stampo divulgativo sulla materia è possibile leggere la scheda-Paese dell’Agenzia NENA (Near East News Agency, http://nena-news.it/scheda-libano/ ), in cui tra l’altro, si riporta: « [Nel 1948] il Libano […] si ritrovò ad accogliere circa 100 mila profughi palestinesi cacciati o fuggiti dalla Palestina, il primo nucleo di quella che con il tempo sarebbe diventata una minoranza rilevante nel paese. […] L’arrivo di migliaia di palestinesi in Libano è stato uno dei fattori che avrebbero portato alla prima guerra civile libanese nel 1958 e, più tardi, di quella del 1975. […] Nel 1975 il Libano fu scosso dall’inizio di una complicata guerra civile, che portò alla morte di oltre 150 mila persone e alla scomparsa di altre 17 mila, guerra scatenata dalle profonde rivalità interne, nello specifico tra i cristiani maroniti riuniti attorno ai falangisti di Pierre Gemayel, formazione nazionalista di ispirazione fascista, contro i libanesi sunniti, sciiti e drusi alleati delle fazioni palestinesi. La resistenza armata condotta dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat contro Israele, infatti,  si era sistemata in Libano dopo essere stata soffocata da re Hussein di Giordania nel settembre del 1970, evento conosciuto con il nome di “Settembre nero”. Dal Paese dei Cedri i gruppi armati palestinesi lanciavano attacchi contro Tel Aviv e il sud del Libano era diventato teatro di sanguinose rappresaglie israeliane. I miliziani maroniti, che vedevano la guerriglia palestinese come una manifestazione di prepotenza dei loro “ospiti temporanei”, cominciarono a scontrarsi con i gruppi legati all’OLP. Nell’aprile del 1975 le scaramucce esplosero in una guerra che sarebbe durata 15 anni.».

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