Per il prof. Ratzinger la nascita di Gesù, Figlio di Dio e Redentore del mondo, è un mito come tanti

Altre volte abbiamo trattato le problematiche legate al pensiero dell’enigmatico, omericamente “polytropos” (multiforme), Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, passato dall’audace progressismo giovanile al conservatorismo (origine del mitico “tradizionalismo” dell’attuale Papa Emerito), senza pur tuttavia mutare di una virgola il modernismo di fondo. Tant’è che l’autore del Motu proprio “Summorum Pontificum” che liberalizza, seppur tra ambiguità dottrinali, la messa di sempre, è lo stesso che, tra un incontro ecumenico e un incontro interreligioso, tesseva il panegirico del Porco di Sassonia, in arte Martin Lutero, quale modello ai cristiani d’oggi contro la secolarizzazione. Proseguendo su questa strada, proponiamo ai lettori, riprendendolo dal blog Chiesa e post-concilio un brano del Professor Enrico Maria Radaelli, tratto dalla sua ultima opera Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo

Il giovane perito conciliare Joseph Ratzinger con il Cardinale Josef Frings, Arcivescovo di Colonia, nemico acerrimo e pubblico del Sant’Offizio.

Il discrimine tra dottrina cattolica e modernismo e tra verità e falsità è nella fondamentale risposta a questa domanda: è Dio che si rivela per primo all’uomo, o è l’uomo che “scopre” e conosce Dio? Nel testo che segue Enrico Maria Radaelli estrae, col bisturi di una sana teologia, le deformazioni in chiave modernista di uno dei fondamentali della nostra Fede: Il concepimento del Figlio di Dio fattosi uomo nel seno della Vergine Maria.
Comprendo che il linguaggio accademico e l’analisi rigorosa possa scoraggiare alcuni e scandalizzare altri che (come del resto anch’io) hanno vibrato a molte espressioni sapienti e avvincenti di Ratzinger/Benedetto XVI, il quale peraltro ci illudeva con l’ultima parvenza di ‘romanità’. E so quanto ‘costa’ doversi arrendere all’evidenza, anche da me colta in altre occasioni. Ma il problema sollevato da Radaelli in questo capitolo, come nel resto del libro, è reale. Chi legge e decifra la portata del discorso, non può non coglierne l’oggettività nonché constatare la gravità del ‘superamento’ di un dogma, la cui macroscopica devianza non può restare senza conseguenze. (Maria Concetta Guarini)
Questo è il testo dei §§ 71a-b-c, di Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, Aurea Domus, Milano 2017, nella nuova edizione aggiornata e integrata, disponibile nelle librerie Àncora (Milano e Roma), Coletti (Roma), Hoepli (Milano), Leoniana (Roma). Oppure si può richiedere qui.

71.  PARLIAMO ORA DELLA BEATA VERGINE. « MA PERCHÉ – CHIEDE IL PROF. RATZINGER – DEV’ESSERE VERGINE NON CE N’È MICA BISOGNO ».

71 (A). PER IL PROF. RATZINGER LA NASCITA DI GESÙ, FIGLIO DI DIO E REDENTORE DEL MONDO, È UN MITO COME TANTI CE NE SONO NELLA STORIA OCCIDENTALE ANCHE NELL’EPICA GRECO-ROMANA.

Proviamo ora a studiare più a fondo la Cristologia di Introduzione al Cristianesimo, e precisamente la terza pagina del capitolo intitolato Lo sviluppo della professione di fede in Cristo negli articoli di fede cristologici, primo paragrafo: « Fu concepito di Spirito Santo, e nacque da Maria Vergine » (p. 262).

E anche qui il fulmine arriva a ciel sereno. Di botto. Si fa per dire, perché noi, in realtà, si stava già procedendo da tempo con una certa circospezione, visti i precedenti, e comunque eravamo già sommersi fino alla cintola dall’acqua salmastra e limacciosa del mito, sospinta a piene mani e con tutti i mezzi dal Teologo di Tubinga. P. es., già a p. 264 si leggeva: « Il mito della nascita miracolosa del bimbo redentore è, in effetti, diffuso in tutto il mondo ».

La ss. Trinità non avrebbe dunque inventato niente: « in esso – scrive l’esimio Professore – si esprime una nostalgica aspirazione dell’umanità: il desiderio di innocenza e di purezza che la Vergine intatta incarna; la brama di un affetto veramente materno, protettivo, solido e buono, e infine la speranza, che continuamente rinasce ogni qualvolta vede la luce una creatura umana – quella speranza e quella gioia che ogni bambino significa ».

E, dopo aver preparato la giusta atmosfera, un po’ di storicismo: « È probabile che anche Israele abbia conosciuto miti di questo tipo; il testo di Is 7,14 (“Ecco, la vergine concepirà…”) si potrebbe spiegare come un richiamo a un’aspettativa del genere, anche se dal tenore di tale testo non si può certamente dedurre che qui si pensi a una vergine in senso stretto », e anche qui glissons sul fatto che il « qui si pensi » mette senza tante storie in soggetto indeterminativo l’Autore divino della grande profezia, Autore del tutto non considerato dal nostro fine Esegeta, perché il suo storicismo acuto riconosce solo la mano dell’agiografo umano, qui il povero Isaia, non mai il Motore divino che la muove: sicché, si desume, non è affatto sicuro che Dio stia sollecitando il Profeta di annunciare che il parto del Salvatore sarà di donna ‘vergine prima, durante e dopo il parto’, ma solo di una qualche giovinetta israelita che, come tutte le sposine di prime nozze, almeno a quei tempi, si presumeva essere, come si dice, semplicemente illibata.

Continua l’Alemanno: « Se il testo andasse compreso a partire da tali origini, significherebbe che il Nuovo Testamento avrebbe accolto, per questa via indiretta, le confuse speranze dell’umanità; tale motivo primordiale della storia umana non è di certo privo di importanza » (pp. 264-5). Il che significa che anche qui, come nei casi in cui si son viste le modalità con cui si sono formati la teologia trinitaria o il sacro nome di Dio (v. § 4, p. 30), la Sacra Scrittura si farebbe carico, udite udite! di ecumenicamente raccogliere l’atmosfera cultural-sentimentale dei popoli coevi e dell’ambienza spirituale condivisa, e quindi, ben ruminato quest’insieme informe e sfocato di aspettative, lo avrebbe oracolato poi nel topos identitario di una figura che quasi sorge e trasuda da questa sorta di identikit germinato dalle varie elucubrazioni, e ci congratuliamo del risultato.

È così? Ossia, ancora una volta, Monsignor Professore: si deve ritenere che è sempre l’uomo che fa, congettura, elabora, nei primi conati di quello che potremmo definire un “ecumenismo cultural-religioso ante litteram”?

Ma, pur se fosse, nella più benevola delle ipotesi, una gentile concessione di nostro Signore, che, come Lei dice, « avrebbe accolto … le confuse speranze dell’umanità »: avere finalmente incarnata davanti a sé la simbolica più rassicurante della Grande Madre, cosa c’entra mai tutto questo Mitologismo “umano troppo umano” con il picco di prodigiosa realtà di un vero, divino, santo miracolo, e non so se Lei mi coglie la differenza?

Tanto più che è per primo proprio il Professore bavarese a porre una decisa distinzione tra « i racconti extra-biblici di questo tipo » e il racconto evangelico della nascita di Gesù, ossia tra potenti e invasive falsità demoniache elaborate in odio a Dio e l’unicità prodigiosa del vero e unico Dio.

Ed è qui, improvviso, che arriva lo sprofondo: « la divergenza centrale – leggiamo infatti – sta nel fatto che, nei testi pagani, la divinità appare quasi sempre come una potenza fecondante, generatrice, ossia sotto un aspetto più o meno sessuale e quindi come ‘padre’ in senso fisico del bimbo redentore. Nulla di tutto ciò, come abbiamo visto, nel Nuovo Testamento » (p. 265).

Ripeto: « Nulla di tutto ciò … nel Nuovo Testamento ».

Il Teologo di Tubinga non coglie la sottile, infinita differenza tra i due percorsi: i pagani vedono i loro dèi, esistenti solo nelle loro fantasie malate, allacciare rapporti carnali con le proprie povere vergini, in tal modo sessualmente deflorate, cosificate, reificate in amplessi ributtanti e vomitevoli, mentre il sottile filo realistico, regale, e specialmente vero e santo di Dio discende dal più alto dei cieli per portare l’umile Re dei re della terra in una piccola stanza di Nazareth, coprendo di una pudica « ombra » (Lc 1,35) la Sua azione d’amore e di grazia sulla Vergine purissima, che vergine resterà in eterno: vergine illibata, non toccata, immacolata, il cui Dio sfiora con tocco prodigioso in modo che nel suo grembo incontaminato si inveri fisicamente e spiritualmente l’insediamento del Logos, del Figlio diletto del Padre. Punto. Questi i due percorsi. Questa la differenza. E ci si scusa se è poco.

Quasi presentendo l’ondata di Mitologismo acuto che avrebbe invaso la Chiesa con l’avvento del Modernismo, già Papa Innocenzo III, nel IV Concilio Lateranense (1215), si premurava di affermare: « Gesù Cristo, incarnatosi per l’opera di tutta la Trinità, concepito da Maria sempre vergine con la cooperazione dello Spirito Santo… » etc. (Definizione contro gli Albigesi e i Catari, Denz 801), così precisando che l’intervento di Dio, per generare nella natura umana il Figlio di Dio Gesù Cristo, è un intervento “in atto” proprio nel momento del suo concepimento nel seno della vergine Maria, causando lì un fatto preciso e inequivocabilmente biologico, se pur miracoloso, com’è ovvio, ossia causando un atto che avviene nel tempo, dunque una realtà che però è esattamente quella che rifiuta il Nuovo Teologo ultraidealista, che hegelianamente sostiene che la sua attuazione è avvenuta solo « nell’eternità di Dio ».

Papa Paolo IV, nella Cost. dogmatica Cum quorundam hominum, 7-8-1555 (Denz 1880), confermata da Papa san Pio V e da Papa Clemente VIII, definisce verità de fide ancora la stessa e medesima realtà definita da Innocenzo III: « [Volendo] ammonire, tutti e ciascuno individualmente, coloro che fino a oggi hanno affermato, insegnato o creduto che … nostro Signore … non è stato concepito nell’utero della beatissima e sempre Vergine Maria in virtù dello Spirito Santo, ma, come gli altri uomini, dal seme di Giuseppe, … Noi chiediamo ed esortiamo a nome di Dio Padre onnipotente, e del Figlio e dello Spirito Santo, in forza dell’apostolica autorità… », concludendo, con la formula di rito, di aderire toto corde all’asserzione dogmatica contraria.

Dunque è stabilito più volte dalla Chiesa essere eretico affermare quanto sostiene le Nouvel Théologien Allemand sulla verginità di Maria anche solo per ipotesi, e quattro Papi e un Concilio dogmatico ammoniscono che ogni affermazione in tal senso cade sotto l’anàtema della Chiesa, anche allorché contestualizzata in proposizione ipotetica(tempi verbali al condizionale, predicati dipendenti da atti in potenza), perché essa veicola una nozione di per sé eretica (ossia che la ss. Trinità non sia intervenuta, o avrebbe potuto non intervenire anche materialmente, come necessario, nel concepimento biologico dell’uomo-Dio Gesù Cristo, come uomo figlio di Maria di Nazareth e dello Spirito Santo).

Di tutto il paesaggio dottrinale che, un tassello dopo l’altro, compone l’enorme, mostruoso ircocervo ratzingeriano che darà vita alla Redenziuncola del nulla, configurato dal Bavarese nel suo Introduzione al cristianesimo, questo non è l’aspetto più grave, ma è di sicuro il più raccapricciante.

E lo è ancor di più, dico raccapricciante, nel momento che non se ne vede colta da nessuno delle migliaia di Pastori sparsi nella Chiesa in questi decenni di tenebre e che pur parrebbero per tanti versi santi e rigorosi, in realtà però, diciamolo con estrema franchezza e linguaggio secco, ricoperti da salami sugli occhi, cerume nelle orecchie, tappi nelle bocche, non se ne vede colta da nessuno, dicevo, la dirompente, atroce sgradevolezza, con ogni evidenza anche ben oltre i limiti della blasfemia.

Non so se salta agli occhi la macroscopica differenza tra i miti pagani e la veridicità cattolica: e posto che è bene avere seri dubbi che i teologi alla Tubinga afferrino la cosa, la si dirà più brutalmente: lo Spirito Santo ha coperto la sempre Vergine Maria della Sua ombra, non compiendo alcun atto carnale con la purissima Sua creatura, come invece lo debbono compiere, per la fecondazione, gli animali, compresa la specie razionale degli uomini, e dunque ne ha preservato in tutto l’integrità verginale, inducendo santamente in lei le disposizioni biologiche necessarie a mettere in atto il processo fecondativo che dallo zigote porterà alla formazione di un organismo umano, insufflandovi l’anima che ne sarà la forma e immettendovi infine contestualmente, secondo sante modalità a noi del tutto e anche molto splendidamente arcane, la natura divina del Logos.

71 (B). I QUATTRO POTENTI MOTIVI DI RAGIONE CHE SAN TOMMASO INDIVIDUA COME ARGOMENTI IRREFRAGABILI DELLA CONCEZIONE IN TUTTA NECESSITÀ VERGINALE DEL CRISTO.

Per tornare alla dottrina che si sta discutendo, pare non siano pochi coloro che opinerebbero che « il concepimento verginale [di Maria ss.] non fosse affatto “necessario” al fine dell’Incarnazione – nella sua onnipotenza Dio avrebbe potuto decidere di incarnarsi in qualche altro modo miracoloso, e sarebbe stato egualmente vero Dio e vero uomo – sebbene fosse per varie ragioni “conveniente”, come dice san Tommaso (S. Th., III, 28) »: non risponde ad alcuna dottrina cattolica, questa opinione, perché Dio non aveva dinanzi a Sé una gamma di possibilità più o meno miracolistiche tra cui scegliere la più conveniente: il concepimento verginale della Madre di Gesù era necessario, indispensabile, inevitabile, per quanto possa parere strano riguardo a un volere di Dio, ed è proprio l’Aquinate, tutt’al contrario di quanto suggerito dalle apparentemente veridiche indicazioni bibliografiche che taluni forniscono e da quanto sigillano oggi teologi, professori, monsignori, vescovi, cardinali e Papi con i loro pusillanimi e indecenti silenzi, a limpidamente, diffusamente e nettamente confermarlo, come si vedrà.

Infatti l’Angelico spiega: è necessario, innanzitutto, assicurare all’Incarnazione del Figlio di Dio la massima purezza e gloria già a partire dal concepimento dell’unica creatura necessaria a imprimere il sigillo della natura umana al « Figlio dell’uomo » (Mt 25,31), come si autodefinisce nostro Signore, ossia della madre, giacché il padre biologico, che vi immette il principio attivo, nel suo caso è miracolosamente proprio lo stesso Dio, al contrario di quanto ritiene il Professore di Bavaria, ma esattamente come asserisce il dogma, che nel Concilio di Trento stabilisce: « Come infatti gli uomini,… se non nascessero dalla discendenza del seme di Adamo, non nascerebbero ingiusti, proprio perché, a causa di questa discendenza, al momento di essere concepiti, contraggono da lui la propria ingiustizia… » (Decreto sulla giustificazione, Denz 1523).

E si noti: il Decreto specifica « di Adamo », non di Eva, perché la trasmissione dell’ingiustizia avviene attraverso il principio attivo, che risiede nel maschio, non nella femmina.

Sicché, come continua l’Aquinate, « la purificazione previa della Beata Vergine non era richiesta per scongiurare la trasmissione del peccato originale [che, come visto, il dogma dice che si trasmette per padre, non per madre, ndA]; ma perché era necessario [“oportebat”] che la Madre di Dio splendesse del massimo candore. Infatti nessun essere è degno ricettacolo di Dio, se non è puro, secondo il Salmista: “Alla tua casa, Signore, si conviene la santità (Sal 92,5) » (S. Th., I-II, 81, 5, ad 3).

Il Doctor Communis dice che « era necessario », cioè ‘indispensabile’, ossia era ‘ciò che non poteva essere altrimenti’, che è il contrario dell’essere ‘facoltativo’, ‘possibile’, ‘accidentale’; il che mette in chiaro che già a partire dalla concezione della Vergine il candore di Colei che era stata eletta madre del divino Bambino doveva risplendere come un diamante proprio a causa della sua futura divinamaternità. Se questa non fosse stata divina, sarebbe decaduta la necessità che rifulgesse il suo candore fin dal suo concepimento.

Dio, il Dio vero, il Dio uno e trino, non è un ente come quello falso e inesistente della nozione islamica, a cui se esistesse sarebbe permesso tutto e il contrario di tutto, basta sia miracoloso, ma compie solo ciò che è massimamente ragionevole, santo e conveniente per far risplendere sommamente la propria santità: questo è il fine sotteso dal predicato « era necessario [“oportebat”] » visto sopra.

Sicché san Tommaso poi osserva che « dobbiamo assolutamente credere che la Madre di Dio ha concepito in modo verginale », come spiega in S. Th. III, 28, 1, « perché la dottrina contraria è l’eresia degli Ebioniti e dei Cerinzi, che ritenevano Cristo un puro uomo, nato dall’unione dei due sessi », come nell’ipotesi del Teologo, per il quale il fatto increscioso non sarebbe stato in contrasto con la sua divinità.

« Del concepimento verginale di Cristo – continua il Santo domenicano a nostra istruzione – si possono addurre quattro ragioni di convenienza », che ritengo necessario riprodurre per intero a beneficio del chiarimento più assoluto di un punto cardinale della Redenzione, e, per converso, rilevare la pericolosa rozzezza di ogni congettura che non riconosca limpidamente come non sia possibile altra modalità del concepimento di Gesù Cristo che non sia proprio quella avvenuta. Eccole:

Primo, perché fosse salvata la dignità del Padre celeste che mandava suo Figlio nel mondo. Infatti, essendo Cristo vero e naturale Figlio di Dio, non era conveniente che avesse altro padre, e che una prerogativa propria di Dio fosse comunicata ad altri.

E con questa prima motivazione già viene annientata la ragione pretesa dal Modernista di Tubinga, che evidentemente non ha letto e non vuole leggere san Tommaso, e fa male, perché se l’avesse letto avrebbe dovuto, prima di tutto, adeguarsi alle sue argomentazioni. Oppure se, studiandole, non le avesse proprio ritenute ragionevoli, avrebbe dovuto come minimo – almeno per la pretesa scientificità, tutta da dimostrare, delle sue pagine –, citare e controbattere le asserzioni tomiste ritenute fallaci dimostrandone punto per punto l’errore, giacché, come si è sopra visto, l’illustre Bavarese sostiene che « la figliolanza divina di Gesù non poggia sul fatto che Gesù non abbia alcun padre terreno; … La figliolanza divina di cui parla la fede non è un fatto biologico, bensì ontologico; non è un processo avvenuto nel tempo, bensì nell’eternità di Dio: Dio è sempre Padre, Figlio e Spirito », confondendo ancora una volta, nel suo Introduzione al cristianesimoproprio come Spinoza, natura con sopranatura, realizzazione storica con ontologia divina, ambito fisico con ambito metafisico. Confusione però non casuale, ma con una sua precisa logica, scavata e denunciata in tutti i suoi crinali in queste mie pagine, e di cui qui ne emerge solo uno tra i più significativi (e inaccettabili).

Anzi, a proposito, chiedo venia per non aver messo in risalto come meritava l’invaghimento del Professore di Tubinga, riscontrabile nel suo Introduzione, per la teologia malata (anche) di spinozismo di Karl Rahner s.j., sulle cui distorte linee guida l’esimio Autore si felicita de soi-mêmed’aver steso interi capitoli del libro, come si legge a p. 89 del suo saggio.

Così avviene che, sempre a riguardo della confusionaria compenetrazione delle essenze di natura e sopranatura, ma stavolta a proposito della definitività della Rivelazione, der Professor cita il Gesuita sostenendo con lui che, riguardo a ciò che ci è stato donato da Dio  « nel Figlio dell’amore – nuova definizione di Cristo – Dio e il mondo sono diventati una cosa sola » (p. 254). Ma san Tommaso rileva come sia necessario ricordare che, persino nello status gloriæ, le due nature di Cristo sono distinte, e non possono considerarsi mai e in nessun caso « una cosa sola » (v. S. Th., III, 58, 3): niente ircocervi, nella fede cattolica, nemmeno “per modo di dire”.

Chiedo venia, dicevo, ma ciò fu dovuto alla necessità di far rilevare al massimo, in quello che è il primo saggio critico sulla teologia di Joseph Ratzinger, quanto essa fosse dipendente in primo luogo dall’incontro, piuttosto, con l’altro celebre gesuita errante e fuorviante di quegli anni malnati, il de Chardin, come appunto si è visto, ogni altra infatuazione del Teologo di Tubinga dipendendo dai contributi che potevano offrire le varie nouvelles théologies fluttuanti nel mondo all’epoca (e non solo nella Chiesa, v. lo spazio dato in quel suo lavoro, da der Professor, ai protestanti), per ben modellare il mostruoso ircocervo uscito da quel primo insano connubio, che abbiamo chiamato “Ratzinger-teilhardismo”, o “Redenzione asfaltizzata”.

Sta di fatto che il Professore bavarese utilizzò a piene mani gli sviamenti rahneriani, e non solo stendendo i mantelli teologici del Gesuita sopra i suoi come fossero un tutt’uno, ma dichiarandolo anche, e pure con gran gratitudine.

Torniamo ora alle « quattro ragioni di convenienza » portate da san Tommaso « al concepimento verginale di Cristo ». Ecco qui le tre seguenti (ricordo citate da S. Th. III, 28, 1):

Secondo, perché ciò conveniva alle proprietà personali del Figlio che è stato mandato nel mondo. Egli infatti è il Verbo di Dio. Ora, il verbo viene concepito senza alterazione o corruzione della mente, anzi, un’alterazione di tal genere impedirebbe la concezione del verbo mentalePoiché dunque la carne fu assunta per essere carne del Verbo di Dio, era conveniente che anch’essa fosse concepita senza corruzione della madre [che si sarebbe avuta con la perdita della verginitàndA].

Una terza ragione di convenienza è fornita dalla dignità della natura umana di Cristo, in cui non doveva esserci posto per il peccato, perché per mezzo di essa veniva tolto il peccato del mondo … Ma non era possibile che da una natura, corrotta da un atto coniugale, nascesse una carne immune dal peccato d’origine. Sant’Agostino infatti scrive che nel matrimonio di Maria e Giuseppe « mancò soltanto l’atto coniugale: perché non avrebbe potuto compiersi senza una certa concupiscenza carnale derivante dal peccato, e che volle esclusa nel proprio concepimento Colui che non avrebbe avuto alcun peccato » (1 De Nuptiis et Concupiscientia, 12).

La quarta ragione di convenienza è nel fine stesso della Incarnazione di Cristo, che era di far rinascere gli uomini a figli di Dio, « non da volontà di carne, né da volontà di uomo, ma da Dio » (Gv 1,13), cioè con la sola potenza di Dio. Ora, il modello di quest’opera doveva apparire nel concepimento stesso di Cristo. Ecco il motivo per cui sant’Agostino scrive: « Conveniva che per insigne miracolo il nostro capo nascesse secondo la carne da una vergine, a indicare che le sue membra sarebbero nate secondo lo spirito dalla vergine Chiesa » (De Sancta Virginitate, 6).

E con ciò anche l’eventuale affermazione che il sottoscritto sia l’unico a leggere nelle righe di Introduzione al cristianesimo una teologia sviante e fuorviante è dimostrata infondata, e anzi si dimostra il contrario: per duemila anni il flusso della Chiesa, con Papi, concili dogmatici e santi Dottori di prima grandezza, è stato sempre nella direzione seguita da chi qui scrive, e solo da cinquant’anni si deve registrare un’inversione di marcia, della quale però nessun Pastore ha reso conto, anzi è negata da tutti, compresi i Pastori più apparentemente santi e rigorosi, tranne, per ora, notoriamente, il professor Antonio Livi, che fin dall’uscita del mio La Chiesa ribaltata ha appoggiato toto corde quanto espostovi da chi scrive nei suoi lavori su Ratzinger. Teologi e accademici? Zero. Vescovi e cardinali? Zero. Prefetti e Papi? Zero su zero.

Ma dirò di più: se anche fosse, per ipotesi assurda, che storicamente la Chiesa avesse potuto perseguire da sempre un insegnamento anche erroneo, cosa possibile soltanto se non si fosse mai espressa al grado dogmatico, ossia se non avesse mai definito una verità a un livello che l’avrebbe costretta a chiamare Dio stesso a suffragare le proprie affermazioni o negazioni, a quel famoso Munus clavium che costringe Pietro a dire infallibilmente e soltanto la verità, ecco: anche se si fosse realizzata questa irrealizzabile assurdità, sarebbe valsa però, comunque, la Norma normans, la Legge sopra ogni legge, il Logos divino, che tutti costringe ad asservirle l’intelletto, come si è visto all’inizio, e che gli storicisti di tutta la terra e di tutti i secoli detestano come il peggiore dei nemici, che contro tutto e contro tutti dice sempre e solo, appunto infallibilmente, la verità, e a essa dunque, in ogni caso, ci si sarebbe dovuti adeguare.

E questo basta a rassicurare, sempre e comunque, tutti gli obbedienti. Gli obbedienti alle leggi della Chiesa, dico.

71 (C). MA IL PROFESSOR RATZINGER INSISTE: “PERCHÉ MAI LA MADRE DI DIO DOVREBBE ESSERE VERGINE? NON CE N’È MICA BISOGNO.”

Ignaro di tutto ciò, e non si capisce perché, visto che del miracolo dell’Incarnazione la Chiesa se ne occupa da sempre con tutti quei chiarimenti del dogma e condanne a chi non li osserva che, come visto, mettono al sicuro ogni difficoltà interpretativa, il concetto sopra esposto dopo poche righe è ribadito e confermato dal nostro teologo senza mezzi termini: « La figliolanza divina di Gesù, secondo la fede ecclesiale, non poggia sul fatto che Gesù non abbia alcun padre terreno; la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano » (p. 265).

E si noti anche qui l’inciso, al solito, del « secondo la fede ecclesiale », che pone uno stacco tra l’Autore e chi secondo lui sostiene la cosa terribile che lui gli fa dire e che conferisce a tale dichiarazione un carattere opinabile, soggettivo, ipotetico, dunque nient’affatto sicuro, obiettivo e fermo come dovrebbe essere.

E anche qui, sempre per chi credeva di non aver capito bene, il prof. Ratzinger, poi Papa Benedetto XVI, precisa: « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano. La figliolanza divina di cui parla la fede non è un fatto biologico, bensì ontologico; non è un processo avvenuto nel tempo, bensì nell’eternità di Dio: Dio è sempre Padre, Figlio e Spirito » (pp. 265-6). E anche qui tutti avranno notato l’analogo inciso di cui sopra, il “di cui parla la fede”, che distanzia l’Autore della terribilità dal terribile concetto proferito.

Qui si afferma perentoriamente che per determinare, realizzare, concretare in Palestina il Factumassolutamente prodigioso e unico nella storia dell’umanità: la figliolanza divina di Cristo, ossia quella gran cosa che in altri termini porta Dio – Dio – fisicamente, materialmente, biologicamente sulla Terra, non sarebbero affatto necessari, per dar forza di ragione alla dottrina dogmatica che poi si vedrà, e così circoscriverla nella logica aletica, quattro fattori che fino a oggi si credeva invece assolutamente tali, cioè assolutamente necessari. Eccoli.

Primo fattore: al Professore di Tubinga non pare affatto necessario che la donna che porterà a compimento la miracolosa gravidanza sia posta in tale santissimo stato da Dio stesso, pur in modalità a noi umani comunque non acquisibili in alcun modo, essendo ciò un arcano maggiore, quell’arcano che, espresso nel venerando « Et incarnatus est » del Credo, solo nel Rito celebrato dalle origini fino al Novus Ordo Missæ richiede a sacerdoti e fedeli la più adorante genuflessione, e non di rado, da parte della Cantoria, lo “stacco” di un’egualmente adorante melodia atta a significare, col repentino cambio di ritmo e voci che da una monofonia battente si sciolgono nella più sospesa e adorante polifonia, l’inconcepibile, l’ineffabile, il vertiginoso Factum dinanzi al Quale l’umano ammutolisce e adora.
Nel Novus Ordo, invece, nessuna genuflessione: si salta via la cosa come nulla fosse, così potendo anche qui sgradevolmente riconoscere il perfetto adeguamento della nuova liturgia, in evidente e spudorata minus Dei adoratio, alla teorica storicista che la sottende, quale la ratzingeriana che qui vediamo, teorica che, priva di sensibilità com’è, non sente alcuna necessità di postulare un concepimento miracoloso in cui Dio misteriosamente ma realmente interviene nella formazione corporea di Colui che poi non solo sarà detto, ma che a tutti gli effetti sarà realmente Figlio suo, e oscuramente ma realmente è lo Sposo della donna che a Lui si è data e che per tale totalizzante offerta ha voluto rimaner vergine, ottenendo da Lui la grazia di esserlo prima, durante e dopo il magno evento. Tutto consegue, tutto combacia: lex credendilex orandi, come sempre, ma anche similis cum similibus, sicché ognuno celebra la liturgia che si merita: il cattolico celebra la cattolica, il modernista la modernista;

– secondo: al Professore di Tubinga non pare affatto necessario che il peccato originale, da lui così poco considerato, non si trasmetta assolutamente al Figlio di Dio né per parte di madre né per parte di padre, cosa perseguibile solo seguendo il disegno ineffabile e più che ineffabile di Dio, sicché l’Immacolata Concezione permette di confinarne la trasmissione, per parte di madre, a sant’Anna, che darà alla luce una figlia miracolosamente immacolata del peccato che a ogni concepimento macchia l’anima del nuovo nato, e l’intervento dello Spirito Santo, escludendo, col suo apporto miracoloso ma reale, la necessità dell’amplesso a san Giuseppe, ne confina la trasmissione per parte di padre, così il santo parto è salvo, incontaminato come avesse dato alla luce il primo uomo (e infatti san Paolo, p. es. in Ef 4,24, chiama Gesù “Primo uomo” della Nuova creazione, che si estenderà a tutti i battezzati, della qual cosa però le Théologien Allemand non parla mai);

– terzo: al Professore di Tubinga non pare affatto necessario, poi, che sull’eccezionalità di tale concepimento operato da Dio stesso sia stesa l’ombra della pudicizia, ombra che impone che dinanzi a un intervento di tale portata, che in tutta la storia umana non ha eguale, sia universalmente evidente, oggettivo e pubblico il riconoscimento che la donna fatta oggetto di tale divina attenzione non vada in moglie ad alcuno, non abbia assolutamente alcun rapporto carnale con nessuno, ma resti purissima vergine nello spirito e nella carne, come infatti avvenne, v. Lc 2,5: « Cum Maria desponsata sibi uxore prægnante », “Con Maria, sua promessa sposa, che era incinta”: essa andò “promessa sposa” a Giuseppe, ossia – diremmo noi con termini aggiornati – fu promessa a Giuseppe, ma non divenne ‘moglie’ di Giuseppe, il che vuol dire che non fu mai consumato il matrimonio tra i due, però ne fu celebrato il vincolo, a sicurezza della Madre e del Figlio che dovevano poter vivere, adeguatamente protetti sotto tutti gli aspetti materiali e sociali, da una struttura famigliare solida, come poteva essere solo quella rappresentata da Giuseppe d’Alfeo, di stirpe davidica.
Il Bavarese sostiene che « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano », ma ciò non è vero, è una bestemmia, prima di tutto perché a chiunque abbia un minimo di consapevolezza di cosa possa voler dire “ricevere un figlio da Dio”, proprio da Lui, direttamente da Lui, dico, pur in un’arcana unione delle due del tutto “incompossibili” nature, e ho detto tutto, a costui, dico, verrebbe il voltastomaco solo al pensare che una donna, una vergine, una fanciulla, per imperscrutabile grazia raccolta nella nube di simili altissime, incandescenti e ineffabili attenzioni, possa aver avuto anche solo un fremito, o aver ricevuto un minimo di tocco di amore umano, fosse anche il più casto, come certo avrebbe potuto essere quello di Giuseppe, figuriamoci se poi avesse dovuto realizzarsi, questo tocco umano, in ciò che pur sarebbe stato necessario avvenisse affinché fosse concepito un essere umano, il Bambinello: inaccettabile è dir poco, e invoco san Bernardo di Chiaravalle, che ebbe un rapporto privilegiato con Maria ss., perché sappia far intravedere a chiunque legga queste righe il giusto fremito di raccapriccio da avere, cioè il conato più tellurico e vomitevole; in secondo luogo, proprio per quel che per primo sostiene lo stesso Tubinghese riferendo dei mille miti religiosi in cui parla di “figli di Dio”, sicché si rendeva necessario tracciare un chiaro spartiacque tra, da una parte, falsi miti, vane dicerie e più o meno turpi sogni, e, dall’altra, la decisa e forte realtà, e l’unico spartiacque realistico da tenere è non permettere in alcun modo che « un matrimonio umano » possa originare una discendenza divina. Come? Facendo svolgere i fatti come si sono svolti, e dandone prova come Dio ha voluto darne prova: gli uni e l’altra nel più perfetto dei modi; in terzo, perché lui per primo dovrebbe dimostrare che un qualsiasi tale, nato da matrimonio umano, è invece, ossia contro ogni evidenza, “figlio di Dio”. Se ci riesce, applausi;

– quarto: anche « la dottrina della figliolanza divina di Gesù », come qui ogni altra, e lo si è ben visto, nella visione storicistica del Professore di Tubinga perde le sue basi reali, che possono porsi solo nel riconoscimento della necessità metafisica che Gesù Cristo, in cui sono raccolte le due nature: l’umana e la divina, non può nascere altro che da un concepimento umano-divino, escludente per natura ogni purchessia concepimento mere umano. Perdita, questa, delle basi reali, come d’altronde c’era da aspettarsi in un percorso ultra-idealistico e per giunta marcatamente teilhardiano, in cui cioè i due fattori: primo), di inconsistenza di sostanza reale nel Principium e negli esiti, qui vista ai §§ 24-5; secondo), di persistenza del continuumdella linea di ascesa dal fango a Dio vista in specie al § 47, portano il loro Autore, cui si riconosce un’esemplare coerenza logica, ad annullare anche nel momento topico dell’Incarnazione il picco del “dràma” posto dall’intervento miracoloso sulla biologia della Vergine, preposta al naturale concepimento di un uomo nel comune decorso, riducendo la cosa a un mero intervento ex post dello Spirito Santo, a nascita avvenuta, che miracolosamente – per cui sempre con intervento arcano – a suo parere “divinizzerebbe” il Frutto dell’incontro consumato come previsto dalla natura umana tra i due coniugi. Dispendio di miracolo, se così fosse, del tutto inutile, fuorviante, e specialmente inconsistente.

Questi quattro fattori, non tenuti in alcun conto dal Teologo di Tubinga, permettono invece di circoscrivere le ragioni decisive per cui il già ricordato Papa san Martino I, nel concilio Lateranense I (a. D. 649-55) fulminò di anàtema chi avesse ritenuto superflua o anche solo messo in dubbio la verginità di Maria, Madre di Dio: « Se qualcuno non professa secondo i santi Padri in senso proprio e veracemente genitrice di Dio la santa sempre vergine intatta Maria, giacché ella in senso proprio e veracemente negli ultimi tempi ha concepito senza seme e dallo Spirito Santo e ha partorito colui che è generato da Dio Padre prima di tutti i secoli, Dio il Verbo, rimanendo inviolata [“incorruptibiliter”] anche dopo il parto la sua verginità, sia condannato [“condemnatus sit”] » (Condanna di errori circa la Trinità e Cristo, Can. 3, Denz 503).

Cade forse il Professore di Tubinga sotto la divina maledizione fulminata con l’anàtema da Papa Martino? C’è da chiederselo seriamente, perché le parole scritte a p. 265 del suo Introduzione, mai ritrattate, pongono a mio avviso certo un problema, tanto più che poi le Théologien d’avant-gardesi industria subito a chiarire il proprio pensiero, e in effetti lo chiarisce, aggravando però a ogni rigo di più in più la propria posizione, p. es. spiegando con il suo lessico quello che qui si è riportato sopra: « Infatti – lo rivediamo –, la figliolanza divina, di cui parla la fede, non è un fatto biologico, bensì ontologico ». Ma ciò dà luogo a qualcosa che è molto ma molto meno di quel che è in realtà Gesù, perché l’uomo-Dio è sia ‘figlio biologico di Dio’, nel concepimento umano cui ha partecipato lo Spirito Santo, che ‘figlio ontologico di Dio’ nella filiazione naturale del Logos Figlio di Dio Padre.

Questo è il punto come lo avrebbe dovuto recepire, approvare e poi esporre il Professore di Tubinga. E invece.

Invece der Professor, sempre nell’intento di volatilizzare protestanticamente nel nulla la verginità di Maria, chiarisce e aggrava il suo pensiero, così da giungere a dire che la figliolanza divina di Gesù « non è un processo avvenuto nel tempo, bensì nell’eternità di Dio », scambiando però qui in tal modo, ancora una volta, clamorosamente, quel che è il pensiero eterno di Dio con la sua realizzazione pratica, come se il concepimento avvenuto in Maria fosse unicamente « un processo avvenuto … nell’eternità di Dio »: ma un conto è la predestinazione, ossia il possesso che ha Dio di tutti i possibili come di tutti i reali nel proprio infinito pensiero; altro è la concretizzazione storica e attuativa di una parte di tal suo infinito pensiero, che avviene nella creazione e nel succedersi degli avvenimenti storici che ne seguono, per cui si ha che tutto è senz’altro pensato « nell’eternità di Dio », ma di questo ‘tutto’ le cose realizzate sono solo alcune, e una di queste, l’Incarnazione, è realizzata in certi tempi e in un certi modi, nei quali tempi e modi si incontrano alcuni fattori umani, p. es. la biologia del concepimento, con alcuni fattori divini, i quali però, per ora, restano coperti dall’ombra dello Spirito Santo.

Si è già visto al nostro § 19, p. 94, l’incapacità fondativa della dottrina ultra-idealista del Tubinghese di tener separate le due cose, ma tale grave, gravissima confusione di principio lo porta poi, come si vede, a sviare su tutto il resto.

Dunque di riga in riga il rinomato Theòlogus chiarisce e di riga in riga sempre più precipita, giungendo a identificare e anzi persino a far combaciare in un’unicità di essenza (naturalmente quella divina) le due nature (la divina e l’umana) che nella Persona di Cristo la dottrina cattolica insegna invece misteriosamente associarsi. Scrive infatti: « Dio è sempre Padre, Figlio e Spirito Santo; il concepimento di Gesù non significa che nasce un nuovo Dio-Figlio », e si vorrebbe anche vedere, « ma che Dio, in quanto Figlio nell’uomo-Gesù, attrae a sé la creatura uomo tanto da essere lui stesso uomo » (pp. 265-6).

« Attrae a sé la creatura uomo tanto da essere lui stesso uomo »?

Ma cos’è, Dio: una calamita?! Teilhardianamente parlando, forse sì. Questo è razionalismo puro, è voler spiegare il mistero della fede con la ragione umana, ovvero risolvere un elaborato congetturato dalla mente divina con argomentazioni cui può accedere l’uomo. Niente di meno cattolico.

Niente di meno cattolico, ma questi sono gli scherzi che gioca il fideismo, chiedere a Livi ragguagli (nel suo Dizionario storico della filosofia, voce Razionalismo).

Cosa vuol dire mai, infatti, « attrae a sé la creatura uomo »? Questo, se non è spiritismo, poco ci manca. Però è sicuramente “Mitologismo”, come lo chiama il magistero, ossia è voler proiettare una certa affermazione, fatta intorno a una certa realtà, nella vaghezza lontana e sfocata del mito, come il Pensatore farà giusto poche righe dopo, allorché, chiosando il fondamentale versetto evangelico con un « non si dice forse che il neonato sarà chiamato santo, Figlio di Dio” (Lc 1,35)? », con la solita tecnica della domanda retorica, ossia della finta domanda che nasconde la vera ma sviante affermazione, risponde: « La figliolanza divina e la nascita verginale non vengono forse qui associate, imboccando così la via del mito? » (p. 266).

Sì: è proprio “Mitologismo”, e Mitologismo acuto, proseguire per credere: « E per quanto concerne la teologia ecclesiale [ossia il dogma, se pur richiamato sotto falso nome], forse che essa non parla sistematicamente della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù, lasciando così trapelare il suo retroscena mitico? » (p. 266). Il ‘retroscena mitico’, ossia irrealistico, è credere che Gesù discenda ‘fisicamente’ da Dio. Risposta: « Non c’è dubbio: la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù è quanto mai infelice e ambigua ».

Al prossimo paragrafo ci dedicheremo a queste espressioni, che qualcuno, p. es. il sottoscritto, sostiene siano terrificanti, ma se non lo sostengono cardinali o vescovi non c’è da crederci: puro disfattismo antipapalino. Per ora basta chiedersi se Dio, ispiratore di “formule infelici e ambigue”, sia, in un colpo solo, inetto per le “infelici” e bugiardo per le “ambigue”.

Vorrei fosse ben chiaro a tutti quegli eventuali lettori della presente disamina chiamati a esser chierici, vescovi e cardinali, responsabili di seminari, istituti religiosi e conventi, che qui il loro tanto e da tanti decenni apprezzato Professore di teologia sta chiosando piuttosto negativamente, se pur con formule dottamente eleganti, ossia sta semplicemente disprezzando, cioè annientando, le inerranti e inannientabili Sacre Scritture.

Più ancora: sta esprimendo la sua personale convinzione che le Sacre Scritture, appunto, a suo parere non sono affatto inerranti: sono elaborati culturali, sono frutti di intrecci politico-sociali eccetera, dove Dio non c’entra niente.

E infatti, soffermandosi su quella che ha definito « la formula della filiazione ‘fisica’ di Gesù » espressa in Lc 1,35 (« sarà chiamato santo, Figlio di Dio »), der Professor conclude: « essa dimostra come la teologia, nell’arco di quasi duemila anni, non sia ancora riuscita a liberare il suo linguaggio concettuale dai gusci delle sue radici ellenistiche ». E meno male, verrebbe proprio da dire. Che non è proprio l’auspicio che si fa il Nostro. Vedremo fra poco cosa il Bavarese vuole nascondere (ma non troppo) col suo linguaggio implesso (ma non tanto).

Chissà, infatti, se i seguaci del cardinal Martini riusciranno a portare a termine l’arduo compito di liberare « dai gusci delle sue radici ellenistiche » il linguaggio dottrinale della Chiesa prima che qualcuno si accorga che ci sono alcuni suoi alti Pastori che andrebbero al più presto esaminati, soppesati, giudicati, magari redarguiti, magari anche censurati, e, Dio li scampi, alla fine pure, e con rigore, anatemizzati, loro e i loro esecrabili, sconci, inaccettabili e antiscientifici manufatti.

Perché non è che certi concetti, essendo stati scritti con penne di velluto misto seta su carta cachemire in colorazioni morbide e avvolgenti, sono meno devastanti che se fossero stati scritti con acido cloridrico su pietre al vetriolo misto aceto, visto che definire « infelice e ambigua » una qualche Sacra Scrittura vuol dire negare la sua inerranza. Ed è questo che va a sua volta invece negato, rigettato, confutato: la volontà di chi quei cattivi concetti elabora, subdola o meno che sia, di mettere in discussione le Sacre Scritture, o circuirle, o “dimenticare” le chiare esegesi fatte su di esse da due millenni dai Padri e Dottori della Chiesa, volontà che è appunto quella del Teologo di Tubinga, però senza darlo punto a vedere. E quel che preoccupa, non è solo che l’uomo nasconda questo modus operandi ai fruitori del suo cattivo insegnamento, ma che lo nasconda a se stesso, che è il primo ad andarci di mezzo.

71 (D). LA “FORMULA DELLA FILIAZIONE DIVINA ‘FISICA’ DI GESÙ – CI RICORDA LA CHIESA – È VANGELO. HO DETTO VANGELO. NO, DICE RATZINGER: È “UN DEBITO CULTURALE ELLENISTICO”.

Ma perché diciamo che quella formula che abbiamo incontrato è contro l’inerranza dei Vangeli? Sembra apparentemente una questione minore, rispetto a quella vista, tutta di contenuto, ma non dobbiamo lasciarci invischiare nella morbida e persuasiva trappola del nostro consumato Teologo, che tende in tutti i modi culturali e linguistici a mimetizzare con sabbia semantica (ripeto: anche a se stesso) le sue mine più dottrinalmente micidiali e devastanti, così da chiamare con termini dall’apparenza molto scientifica quei concetti chiave su cui si innervano i suoi neomodernistici e storicistici teologumeni, concetti che però, così massacrati, perdono il loro valore originario e reale: se si chiama “formula di filiazione ‘fisica’ ” un preciso passo del Vangelo, quel passo perde il suo valore soprannaturale, inerrante e inviolabile in fide et moribus, e, come ogni realtà umana, storica, linguistica o culturale, decade a mero oggetto di giudizio, il quale poi può essere anche negativo, e magari anche infamante, come in effetti è quello affibbiatogli dal Professore, che lo giudica essere una “formula” « infelice e ambigua ».

Stessa sorte è riservata al termine “teologia”, dietro cui il Teologo nasconde “magistero della Chiesa”, poi alla perifrasi “gusci di radici ellenistiche”, che sta per “lingua di Evangelisti e Apostoli” e così via, in studiato decadimento semantico elaborato attraverso sostituzioni circostanziate e ben mirate dei termini corretti, pertinenti, con perifrasi, voci e termini dall’apparenza scientifica, ma in realtà utilizzati solo per sfuggire dal comune sentire offerto dai termini giusti, smollarne il senso, e così confondere le acque; un’operazione davanti a cui il lettore si chiede: il raggiro è stato fatto ad arte per puro intellettualismo, o sotto sotto covava un Machiavelli in salsa bavarese?

Non sapremo mai, insomma, se le radici di questo falso ideologico elaborato dal mite Teologo affondino in un cuore puro o invece doppio: di certo l’intellettuale in questione ha potuto raggiungere comunque un obiettivo oggettivamente riscontrabile, che è quello, come si diceva, di aver potuto permettersi un giudizio di valore, e per di più di valore duramente negativo, su un versetto del Vangelo, e che versetto! senza essere censurato da nessuno, il che è davvero un bel risultato.

Non solo: perché in questo modo i suoi innovativi teologumeni sono entrati in tutta tranquillità nelle menti dei suoi milioni di lettori di ogni ordine e grado come fossero ovvie e molto scientifiche verità, e così lì esplodere: però senza rumore, senza che nessuno se ne accorgesse, come avvenuto. E la Chiesa si è ritrovata tutta felicemente “ratzingeriana”, anno dopo anno, esplosione dopo esplosione, senza colpo ferire, senza un suono, senza censure, nulla. Proprio come diceva Buonaiuti: « Non contro Roma, né senza Roma, ma con Roma e in Roma ». È così che si fa: il guscio è cattolico, ma la sostanza è modernista.

Torniamo a p. 266, dove, tra vari e più o meno velati suggerimenti a giudicare “mitiche” le nozioni espresse nei Vangeli e poi nei dogmi, gli uni derubricati a « racconto », gli altri a « teologie ecclesiali», l’Accademico fissa la definizione della « formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù»: …nel racconto di Luca, nel contesto della promessa del concepimento miracoloso, non si dice forse che il neonato « sarà chiamato santo, Figlio di Dio » (Lc 1, 35)? La figliolanza divina e la nascita verginale non vengono forse qui associate, imboccando così la via del mito? E per quanto concerne la teologia ecclesiale, forse che essa non parla sistematicamente della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù, lasciando così trapelare il suo retroscena mitico? Iniziamo da quest’ultima obiezione. Non c’è dubbio: la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù è quanto mai infelice e ambigua; essa dimostra come la teologia, nell’arco di quasi duemila anni, non sia ancora riuscita a liberare il suo linguaggio concettuale dai gusci delle sue origini ellenistiche.

Da queste righe di Introduzione risultano tre possibilità:

  1. che con l’espressione « la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù » il Professor Ratzinger si riferisca al « racconto di Luca », cioè al Vangelo, sicché « infelice e ambigua » sarebbe la Parola di Dio, e Dio stesso risulti dunque, come detto, inetto per “infelice” e bugiardo per “ambigua”;
  2. oppure che con tale espressione il Professor Ratzinger si riferisca alla « teologia ecclesiale », ossia al dogma, sicché « infelice e ambigua » sarebbe ancora la Parola di Dio, dunque Dio stesso, se pur mutuato stavolta dal Magistero della Chiesa, che ne raccoglie e illustra quello che è comunque l’indefettibile e vincolante insegnamento nel tempo; 
  3. oppure che il Professor Ratzinger si riferisca a entrambe le accezioni: Vangelo e successivo Magistero.

Il fatto che l’Autore, subito dopo essersi riferito alla « teologia ecclesiale », dica « iniziamo da quest’ultima obiezione », enunciando lì, per la prima volta, la « formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù », depone a favore dell’ipotesi n. 2), quella della « teologia ecclesiale », tanto più che il Teologo fa notare come a suo avviso sia proprio essa a « parlare sistematicamente » della “fisicità” della divina filiazione. Però…

Però c’è un però, anzi ce ne sono tre: il primo è che, quando parla di « teologia ecclesiale », il Bavarese non cita nessuna formula, nessun preciso pensiero, mentre – e qui siamo già al secondo “però” – quello che chiama « il racconto di Luca », che in effetti potrebbe essere raccolto come “formula” teologica, è citato, nell’arco delle pagine in cui der Professor si sofferma sull’argomento, ben due volte: una a p. 263 e una qui, p. 266.

Non solo: esso, oltre a essere citato due volte, è anche l’unico passo del Nuovo Testamento a esser citato dal nostro Teologo, e si capisce, perché è di certo anche l’unico a poter essere considerato una ‘formula’, come la chiama, stante che il suo lessico, così lontano dalla Scuola, è spesso incline al pittoresco.

Il terzo “però”, poi, lo vedremo fra non molto.

Intanto comunque si rivela inaspettatamente degna di esser presa in seria considerazione l’ipotesi che in effetti la « formula della filiazione divina » sia attribuibile ai Vangeli.

Per capire se allora riusciamo a dare certezza alla sua attribuzione a essi, magari anche solo in condivisione con una altrettanto possibile attribuzione alla « teologia ecclesiale », vediamo come continua il testo di Introduzione di p. 266: “L’aggettivo ‘fisico’ è qui inteso nel senso dell’antico concetto di physis, ossia di natura o, meglio, di essenza. Esso denota ciò che appartiene all’essenza. Pertanto, l’espressione ‘filiazione fisica’ significa che Gesù è da Dio secondo l’essere e non soltanto secondo la coscienza; la parola esprime allo stesso tempo l’opposizione all’idea della semplice adozione di Gesù da parte di Dio. Ovviamente, l’essere-da-Dio, che viene indicato col termine ‘fisico’, non è inteso in senso generativo-biologico, ma sul piano dell’essere divino e della sua eternità. Esso intende affermare che, in Gesù, ha assunto la natura umana colui che dall’eternità appartiene ‘fisicamente’ (realmente secondo l’essere) alla relazione uni-trina dell’amore divino.
Ma cosa dobbiamo dire, quando un emerito ricercatore come E. Schweizer si esprime, a proposito della nostra questione, nel modo seguente: « Luca non ha interesse per la questione biologica, e perciò non varca il limite che dà accesso a un modo di intendere metafisico »? In questa affermazione quasi tutto è falso”.

E qui vien fuori il terzo “però”: che importanza infatti può aver mai il peregrino parere di un protestante tra i tanti, di un eretico come uno Schweizer qualsiasi, per quello che dovrebbe essere solo un rigoroso Pastore cattolico, se non di rilevarne l’aspra opposizione su un punto teologico nodale, così da rendere ancor più palpabile, da parte del Pastore cattolico, il proprio punto di vista peregrino, che non solo non vuol essere ortodosso, consueto e aderente alla Norma normans cattolica, ma neppure a un punto di vista eretico come già è il protestante?

Il fatto è che qui la questione che sta tanto a cuore al Teologo, e che nella sua visione soteriologica è in effetti fondamentale, è diretta a Luca, ai Vangeli, e dunque la « formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù » è ancora da cercare lì, ed è ancora essa la « formula infelice e ambigua », proprio perché (si intende: per il Teologo di Tubinga e per la sua particolare concezione del dogma cattolico) essa è fondamentalmente e originariamente inadeguata. Perché inadeguata? Lo vediamo subito, proseguendo la lettura (siamo a p. 267): “Ciò che più sbalordisce è la tacita equiparazione, che qui viene istituita, fra biologia e metafisica. La figliolanza divina metafisica (ontologica), a quanto pare, viene qui fraintesa come discendenza biologica e quindi totalmente capovolta nel suo significato. Essa è invece, come abbiamo visto, proprio l’energico rifiuto di una concezione biologica dell’origine di Gesù da Dio. È certo possibile che si scontenti qualcuno dovendo dire espressamente che il piano della metafisica non è quello della biologia. La dottrina ecclesiale della figliolanza divina di Gesù non è il prolungamento del racconto della nascita verginale, bensì il prolungamento del dialogo Abbâ-Figlio”.

Questo testo ribadisce con forza l’inadeguatezza concettuale della « formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù » per esprimere l’idea che l’Autore di Introduzione al Cristianesimo si è fatto della cosa: egli ritiene che non si possa assolutamente parlare di “paternità biologica”, o “materiale”, di Dio, ma di “paternità fisica” sì, perché per “fisica” si deve intendere, dal suo calco greco, “essenziale”, cioè paternità ontologica, eterna, ossia quella per la quale la ss. Trinità, per quanto riguarda le Persone la cui processione è dovuta alla generazione, è costituita da un Padre generante e da un Figlio generato.

E tutto ciò perché il Teologo, contravvenendo alle precise e peraltro ineludibili direttive dogmatiche viste sopra, emanate dalla Chiesa nei secoli, esclude una paternità “storica”, materiale, biologica di Dio, riconoscendogli solo quella dovuta alla conformazione metafisica delle Tre Persone.

Si capisce allora che quella che l’Autore ritiene inadeguatezza sarebbe l’incapacità di san Luca, medico greco, e di chi poi elaborerà la « teologia ecclesiale », ossia il Magistero della Chiesa, di dire limpidamente come stanno le cose, tanto che sopra si è visto come le Théologien Allemand si lamenti che quella « formula », ossia il bellissimo greco con cui il colto Evangelista aveva steso la sua testimonianza, pardon: il suo racconto, riesca per duemila anni ad avere il sopravvento sul vero concetto che sarebbe da cogliere dalle sue parole, e che è ciò che finalmente proprio lui, il Modernista di Tubinga, Deo gratias, ha fatto.

E ora possiamo capire meglio da dove vengono, qual è l’origine che il loro Autore dà loro, le righe tanto discusse: « La formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù [= il Vangelo di san Luca, 1,35] è quanto mai infelice e ambigua [= è inadeguata al suo vero significato]; essa dimostra come nell’arco di quasi duemila anni [= in tutto il Magistero della Chiesa], non sia ancora riuscita a liberare il suo linguaggio concettuale [= non sia ancora riuscita a liberare il dogma] dai gusci delle sue origini ellenistiche [= dalle parole e dalla cultura specifiche che lo imprigionano culturalmente e linguisticamente] ».

Infatti l’espressione « origini ellenistiche » non è che un altro modo, sempre velato, dietro cui il Teologo nasconde il Vangelo di san Luca, perché certe cose bisogna dirle senza dirle, e il Vangelo lui lo vede imprigionato in infelici ambiguità che nemmeno il linguaggio bimillenario della « teologia ecclesiale » (altra dizione velata per dire senza dire un’altra cosa da suggerire senza esporsi, e cioè, come si disse, il magistero della Chiesa) è riuscito a « liberare », cioè a coglierne la verità ivi nascosta.

Detto altrimenti, il Professor Ratzinger ritiene che ci sia una sostanziale continuità tra san Luca e il successivo Magistero.

Però purtroppo, dice lui, è una continuità tutta a sfavore della verità profonda delle cose, le quali, sia in san Luca che nel Magistero, sono espresse comunque assolutamente inadeguatamente, e questa congenita inadeguatezza è “ellenistica”, è cioè solo un fattore linguistico, un portato storico-culturale, che come tutti i portati storico-culturali imprigiona la verità vera delle cose in carceri semantiche, da cui però une bonne et nouvelle herméneutique saprà ben liberarla.

Ed è come se il Bavarese dicesse: “Il Vangelo imprigiona il dogma nella falsità, e il dogma ne segue pedissequo le orme, ma noi, i Nuovi Teologi, i Teologi della libertà, libereremo entrambi, e faremo finalmente volare alta, nei cieli, la verità”.

Conclusione: delle tre ipotesi di attribuzione vale senz’altro la n. 3), la terza, per la quale possiamo dire che il Professor Ratzinger riferisce quella che egli chiama « la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù » sia al « racconto di Luca », sia alla « teologia ecclesiale », cioè sia al Vangelo che al Magistero che ne consegue nella santa Tradizione della Chiesa. Cvd.

Dunque si hanno tutte le ragioni per ritenere scandaloso, aberrante e persino stupefacente che in cinquant’anni nessun responsabile della Chiesa, nessun Pastore degno di tale nome, tra accademici, monsignori, vescovi, cardinali e Papi, abbia mai sentito il dovere di sollevare quantomeno una perplessità su tale avventato giudizio, di essere essa un’espressione « quanto mai infelice e ambigua » sia come Vangelo che come Magistero.

Nella prima stesura di questo saggio mi ero limitato a segnalare che il Professore attribuisce quelle parole di sicuro al Vangelo, dunque alla prima delle ipotesi fatte, ma ciò solo per la necessità che avevo, di fargli giungere al più presto la mia disamina. Che Joseph Ratzinger colpisca anche il dogma, oltre al Vangelo, vien da sé: il fatto che il Professore dia per scontato che le Sacre Scritture siano erranti costituisce il primo vulnus del dogma, perché colpisce il dogma che sta a fondamento di ogni altro dogma, e che è il dogma della loro inerranza, v. Papa Leone XIII, Enc. Providentissimus DeusDenz 3292-4.

Ritenere che poi il Vangelo non sia adeguato al messaggio divino di cui è latore (« la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù è quanto mai infelice ed ambigua »), significa non riconoscergli la perfezione veritativa che ha, e da ultimo dunque, se la logica ha un senso, essendo imperfetto, persino non essere esso, il Vangelo dico, ‘Parola di Dio’.

Ed è questo che vorrei far capire a chi mi legge: che a base di tutti i convincimenti del nostro Prof si trova la convinzione fondativa (= a fondamento di ogni altra sua convinzione) che per lui i Vangeli, e più in generale le Sacre Scritture, non hanno origine divina, ma umana: le formule che vi si trovano sono per lui meri frutti di arabeschi linguistici umani, di vicissitudini di popoli, di miti, di culture e di fantasie spirituali, religiose e sentimentali, come è stato da lui stesso ben illustrato nel suo libro princeps, e ben evidenziato in mille pagine del mio, p. es. i §§ 7-10. Sicché per il Teologo non è affatto indecente, scellerato, o almeno sconveniente sostenere che « la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù è quanto mai infelice ed ambigua », perché egli ritiene di riferirsi a un’elaborazione storica come un’altra, e ciò sostiene nella più convinta e diritta opinione di essere un uomo retto, razionalmente rigoroso, scientificamente corazzato, e per di più uomo di Chiesa, così come gli hanno insegnato all’università. Era ancora cattolica, quell’università?

71 (E). IMPORTANZA DELL’ORIZZONTE FILOSOFICO HEGELIANO NELLA CONCEZIONE ONTOLOGICA E IMMATERIALE DEL PARTO VERGINALE DI MARIA SS. SECONDO IL PROF. RATZINGER.

La concezione del Professore di Tubinga sulla reale nozione da tenere a riguardo della “figliolanza di Cristo” ha una parte primaria in quello svampito e grossolano ircocervo teologico che abbiamo chiamato “Ratzingerismo”, perché azzera anche ogni minimo ruolo della materia, della biologia, della creazione, persino in un momento topico come quello in cui Dio, il vero e unico Dio, si incarna, si fa uomo, si fa creatura. Il quale azzeramento è assurdo, essendo proprio quello il momento in cui materia, biologia e creazione non possono non avere un sicuro, decisivo e necessario ruolo, come logica vuole, di essere riconosciuti e celebrati deuteragonisti, applauditi e osannati comprimari, posto che il punto è che si tratta di dar luogo a una Persona composta da due nature, dalle due uniche nature presenti sulla scena universale, una delle quali è proprio quella materiale, biologica, dunque il cui ruolo è decisivo, stavolta, pariteticamente a quello della divina.

E questa, della partecipazione senza timidezze della creazione alla fattuale realizzazione dell’uomo-Dio, infatti, è, come visto, quella che è sempre stata la dottrina della Chiesa.

La concezione tutta idealistica, cioè sommamente irreale, del Professore di Tubinga, contribuisce come nessun’altra a svaporare e falsificare ulteriormente la sua visione della realtà, connotando in un senso ancor più idealistico-hegeliano la “Redenzione minimalista”, la “Redenziuncola” di cui si è detto all’inizio: se si toglie a Dio Padre il ruolo che in Cristo Egli ha anche in senso biologico, che è il ruolo attestato da san Luca e che gli riconosce la Chiesa con tutti i suoi Padri e Dottori, col riconoscimento della perfetta verginità di Maria prima, durante e dopo il santo parto, si de-sostanzia ulteriormente la realtà, che è la cardinale operazione che si propone d’attuare il Professor Ratzinger col suo saggio di riferimento, e poi, da Papa, con la sua teologia falsamente veridica di Spe salvi e Lumen Fidei, svaporata e inconsistente come la sua ideologia, come si è visto ai paragrafi che le concernono.

Di tutto ciò, i confutatori di superficie di questa mia analisi non se ne sono accorti punto. Chissà se se ne comincerà ad accorgere un giorno qualche cardinale, o vescovo, o prefetto, o Papa, o qualche sperduto frate domenicano, tra i tanti sedutisi da cinquant’anni anche su cattedre e Troni, e che ancora vi siederanno? E chissà che a quel punto, finalmente, non prendano anche i necessari provvedimenti magisteriali (e liturgici: specialmente liturgici!) per placare lo sdegno oggi più che mai motivato di Dio Padre, e rimettere la Chiesa sulla strada retta?

Poi, in una lunga nota a p. 270, quasi in chiusura al paragrafo, riscontriamo che effettivamente il Professore conoscerebbe bene le proclamazioni dogmatiche della Chiesa sull’argomento, e vorrei vedere, ma in che termini? « Contro le speculazioni con le quali P. Schoonemberg cerca di giustificare il riserbo del Catechismo Olandese sulla questione », e dice: « Fatale a questo proposito risulta soprattutto il fondamentale fraintendimento del concetto di dogma, sul quale poggia », che per il gesuita in questione, secondo il Tedesco, dovrebbe rivestire sempre la forma esplicita manifestata p. es. con la proclamazione del dogma dell’Immacolata concezione, o per quello dell’Assunta, facendo però così ereticamente concludere al povero Olandese che « contrariamente alle due citate affermazioni – appunto formalmente ed esplicitamente dogmatiche –, sull’argomento della nascita di Gesù dalla Vergine non esiste alcuna dottrina ecclesiale stabilita» (ma non è vero: si è visto sopra quanti Papi abbiano dogmatizzato e fulminato anàtemi sull’argomento). Giacché, dice invece il nostro Teologo: “La sua forma primordiale, quella in cui la chiesa [minuscolo, ndA] esprime impegnativamente la sua fede, è il Simbolo; la professione di fede nella nascita di Gesù dalla Vergine, chiara e inequivocabile nel suo significato, rientra stabilmente sin dai primordi in tutti quanti i Simboli, per cui è una componente essenziale del dogma ecclesiale originario. Sicché l’indagare sul carattere vincolante del Lateranense I o della Bolla di Paolo IV del 1555, come fa Schoonenberg, è tutta fatica inutile; e il tentativo di forzare anche i Simboli, attribuendo loro un’interpretazione meramente ‘spirituale’, non sarebbe, dal punto di vista della storia del dogma, che un diffondere cortine fumogene di nebbia”.

Il Bavarese conosce bene dunque dogmi e anàtemi della Chiesa in proposito, e non c’è da stupirsene, ovviamente. E si direbbe anche che li condivida pure, e pienamente, così da porre allora tutti davanti a una scoperta clamorosa: ma allora va tutto bene, il Teologo è a posto, segue perfettamente il dettato della Norma normans, e tutto quello che avevamo messo insieme su di lui è frutto di un grosso equivoco: bisogna rifare tutto, e siamo noi a correggerci!

E invece no. No, perché, se ci fate caso, il nostro pur finissimo Teologo non entra mai nel merito delle formule da lui adottate per riferirsi ai pronunciamenti evocati:

– quando scrive: « forma primordiale … in cui la Chiesa esprime impegnativamente la sua fede », non specifica in cosa consista tale “forma primordiale” (a parte il fatto che il termine ‘primordiale’ non è certo il più indicato a esprimere la nozione di ‘originario’, o ‘primitivo’, per indicare la terminologia elaborata dalla Chiesa per manifestare correttamente il dogma fin dagli inizi della sua epifania);

– quando scrive: « professione di fede nella nascita di Gesù dalla Vergine, chiara e inequivocabile nel suo significato », non dice minimamente in cosa si concretizzi il “chiaro e inequivocabile significato”, che così resta nel generico;

– quando scrive: « componente essenziale del dogma ecclesiale originario », non illustra neanche per un attimo in cosa consista il “dogma originario”;

e tutto ciò fa perché sottintende, con tutte queste formule generiche, stese come spessi letti di foglie sulle trappole che nascondono le voragini del suo pensiero, i cunicoli che portano negli abissi del deismo idealista “spirituale ed eterno”, falso e inconsistente tanto quanto convinto sognatore d’amore, tacciando di “Mitologismo”, nel contempo, proprio l’ortodossia cattolica, come in fondo dicono le stesse parole usate, rivelatrici dei retro pensieri del loro Autore: cos’è infatti la pericope « forme primordiali », se non un modo implesso di dire ‘miti’ senza dirlo (‘primordiale’ = ‘mito’)?

E così pure « dogma ecclesiale originario »: ‘originario’, ossia, nelle categorie mentali di Tubinga, ancora una volta ‘mitico’.

E anche quando der Professor pare contestare « l’interpretazione meramente ‘spirituale’ » dei Simboli, non si creda che rigetti quel Deismo cui invece è abbrancato saldamente come credenza in un vago “essere supremo”, nulla a che vedere col Teismo, credenza in un Dio personale, trascendente e creatore del mondo. Ma si creda solo che il Teologo rifiuta quella che non è la sua interpretazione, che non sarebbe « meramente ‘spirituale’ » solo perché è agganciata alla realtà storicistica e interpretativa da cui ovviamente i Simboli del Credo nascerebbero, come si è visto all’inizio del nostro paragrafo sulla questione.

Però la Chiesa condanna chi proietta in falsi mitologismi gli avvenimenti creati da Dio e da Lui miracolosamente realizzati: « Se qualcuno dice che i miracoli sono impossibili e che di conseguenza tutte le narrazioni che vi si riferiscono, anche quelle contenute nella Sacra Scrittura, devono essere annoverate tra le favole e i miti; o che i miracoli non possono essere mai essere conosciuti con certezza … sia anàtema » (Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, 3.4, Denz 3034).

Era consapevole, il futuro Prefetto della sacra Congregazione per la dottrina della fede e futuro Papa, che la sua insistenza sui miti, insistenza che si calca e ricalca per tutto il suo Introduzione al cristianesimo, lo avrebbe potuto esporre, e ancora esporre lo potrebbe attualmente, visto che il suo ruolo non è più invulnerabile, a una qualche forma di censura ecclesiastica, posto che in ogni caso questi mitologismi, come tutto il resto, non solo non sono mai stati ritrattati, ma sono stati confermati da quel famoso, e direi ben poco saggio Saggio introduttivo del 2000, che nel suo preciso e incontrovertibile sottotitolo fa capire di voler essere valido « ieri, oggi, domani »?

 

71 (F). CONCLUSIONE.

Tutta questa lunga e necessariamente severa disamina su alcune pagine – nemmeno tra le più decisive, ma di certo tra le più traumatiche – di Introduzione al cristianesimo, ci porta a constatare quanto sia lontana, anzi totalmente fuori dalle mappe cattoliche, la dottrina elaborata e insegnata da cinquant’anni dal Teologo di Tubinga intorno alla verginità di Maria santissima, come lo è ogni insegnamento posto in quel suo libro, mai ritrattato, anzi di recente confermato nella sua linea dorsale, che non si esita a definire, e per il bene delle anime bisogna pur dirlo, anche se pare scandaloso, ma è scandaloso invece il non dirlo, lo starsene in silenzio, libro quanto mai scellerato, anticattolico, irrecuperabilmente modernista.

Libro dunque di cui non solo si sconsiglia vivamente la lettura, ma su cui si sollecita ancor più vivamente ogni Pastore che sia davvero tale, e che senta pesare su di sé le parole terribili di Ez 33,7-9, così da ribaltare la paurosa impressione data da cinquant’anni di silenzio, che di Pastori come richiesti dal profeta Ezechiele non ne sia rimasto uno, a prendere pubblica e severa posizione censoria, tale da riuscire a portare alla luce, finalmente, e anatemizzare come si deve, il Ratzingerismo, la nefasta dottrina che imperversa nella Chiesa avendola pervasa in ogni suo angolo senza che nessuno le si opponesse.

È questo che si chiede e si perora anche con la pubblicazione di queste pagine, così che torni la pace e la vita nella Chiesa.

* * *

Per completezza, si riporta qui di seguito l’elenco che lo stesso professor Radaelli propone, di quelle che ritiene siano le deviazioni dottrinali di Introduzione al cristianesimo:

  1. la deviazione più sorgiva e iniziale:adozione del modello fideistico kierkegaardiano, secondo cui è impossibile la conoscenza metafisica di Dio (v. qui i §§ 11-21);
  2. la più cataclismatica:conseguente ricorso ai postulati della ragion pratica: sostituzione delle ragioni per credere con la volontà di credere. Rimpiazzata in tal modo la teoria con la praxis, che però, come si sa, non è idonea al ragionamento, ma ne costituisce l’inciampo, cioè l’errore (v. i §§ 7-10);
  3. la più modernista: adozione del dubbio scettico fideista, cioè proprio di ciò che costituisce il più sicuro veicolo di incertezza conoscitiva, a base della conoscenza, in primo luogo della conoscenza insegnataci dalla Chiesa: la conoscenza soprannaturale, o testimoniale, o per fede (v. i §§ 11-6);
  4. la più hegeliana:raddoppio del ruolo papale in “Papato attivo” e “Papato passivo” nell’ambito di un “Papato sinodale”, secondo il più classico e irragionevole, ossia irrealistico e anticattolico schema idealistico hegeliano di “tesi-antitesi-sintesi” (v. il § 22).
  5. la più assurda(ma ideologicamente conveniente): connotare Dio come “Dio Libertà”, caricandolo di tre aspetti di cui poi, per analogia, sarebbe portatore il mondo da Lui creato: incomprensibilitàinafferrabilità e imprevedibilità: proprio come la nozione di Dio tracciata prima da Maometto (!), e, novecento anni dopo, dagli Illuministi (v. i §§ 24b-6);
  6. LA PIÙ GRAVE:annientamento della Redenzione come ‘Sacrificio di Olocausto di Dio Figlio, in Gesù Cristo, a Dio Padre’, confermato nel 2016 – nell’intervista a Jacques Servais s.j. pubblicata anche dall’Osservatore Romano – come fatto « inaccettabile dall’uomo moderno », cioè, in realtà, dallo stesso Ratzinger (v. i §§ 39-43 e i 62-5);
  7. la più riduttiva:la convinzione che la Redenzione sia “il raggiungimento, in Cristo ‘Omega’, dell’uomo perfetto” di impronta teilhardiana (v. i §§ 44-7);
  8. la più devastante:cancellazione del concetto di peccato come “offesa a Dio”, poi del diavolo, dell’Inferno, del Purgatorio, del Paradiso, nonché della separazione finale e definitiva delle “persone pie” dalle persone “empie”, separazione, anche questa, «inaccettabile dall’uomo moderno », ossia sempre dallo stesso e medesimo Ratzinger (v. i §§ 50-3);
  9. la più anticattolica:la convinzione che le tre Persone della ss. Trinità « dialogano » tra loro, dando così luogo alla patente e incontrollata professione di politeismo di Papa Francesco-Bergoglio (v. i §§ 55-60 e 66);
  10. la più ripugnante:la convinzione che « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano » (v. i §§ 71);
  11. la più ecumenista:la convinzione che la Chiesa, con le scissioni date dalle disobbedienze e dalle ribellioni degli eretici, sia stata « frazionata in molteplici chiese » (v. il § 72).

4 Commenti a "Per il prof. Ratzinger la nascita di Gesù, Figlio di Dio e Redentore del mondo, è un mito come tanti"

  1. #bbruno   18 Ottobre 2018 at 9:46 pm

    alla faccia dei contortati
    mentalmente
    che si assicurano
    essere Ratzinger
    il vero papa
    della cattolica gente,
    questo povero **mente!

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  2. #bbruno   19 Ottobre 2018 at 1:45 pm

    una volta, ci dicono, i miti erano trasfigurazioni di fatti reali ( che so, Icaro che si brucia le ali per essersi troppo avvicinato al sole, sarebbe l’amante cretese della sposa del faraone, chiamato Ra, sole, e quindi ucciso dal faraone/sole quando visto troppo vicino a sé…); ora il ‘finissimo’ teologo ci dice che un fatto reale è in realtà la trasfigurazione di una aspirazione!
    ‘Finissimo’ poi perché , se nemmeno originale è, che tutto prende dal suo conterraneo Rahner, maestro di svuotamento dei dogmi conservando d’ essi solamente i nomi!

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  3. #Leo   21 Ottobre 2018 at 10:04 pm

    Interessante : Non avevo mai letto i testi del piccolo Bavarese molto amato dalle signore devote ed educatine.E’ evidente che lui alla vicenda evangelica non crede. Sgomenta osservare quanta fatica abbia speso per ” sostituirla ” con quello che è un racconto proprio scientifizzante e filosofeggiante . Se vogliamo , molto raggelante. Utile a distruggere ma non a proporre un’alternativa alla fede tradizionale.

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  4. #bbruno   22 Ottobre 2018 at 3:50 pm

    si potrebbe anche metterla così:
    i pagani trasformavano i fatti reali in miti, i cristiani hanno trasfigurato i miti in fatti reali. Per fortuna che sono arrivati loro, i moderni(-sti), ad aprirci gli occhi sulle balle dei cristiani. (Che credono che Ratzinger è il vero papa, vittima dei cattivoni, povero cocco!)

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