“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Quarto (parr. 7-12)

Nota di Radio Spada : Continuiamo con la pubblicazione a puntate delle “Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” del Professore Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, una delle voci più eminenti nell’ambito della Tradizione Cattolica, da poco spentasi. Continua l’analisi delle “correzioni” del 1970, ritenute a torto accettabili rispetto ai testi delle precedenti: entrambe le situazioni riflettono un abbandono della dottrina e delle espressioni cattoliche consacrate dalla Tradizione a motivo di un supposto cambiamento di mentalità dell’uomo moderno. Buona lettura!

 

FONTE: Inter multiplices Una Vox, NOVUS ORDO MISSÆ. Studio critico di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira

PUNTATE PRECEDENTI:
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira. Introduzione
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. A-D)
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. E-H)
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Secondo 
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Terzo (parr. A-B)
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Terzo (parr. C-D)                             “Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Terzo (parr. E-G)                             “Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Quarto (parr. 1-6)

 

7. Il linguaggio della teologia moderna
All’articolo 15, il proemio presenta il seguente paragrafo:
“Così pure, in vista di una presa di coscienza della situazione nuova del mondo contemporaneo (40), è sembrato che non si recasse offesa alcuna al venerabile tesoro della Tradizione modificando alcune espressioni dei testi antichi, allo scopo di meglio armonizzare la lingua con quella della teologia attuale e perché esprimessero in verità la presente situazione della disciplina della Chiesa.
“Per questo motivo sono stati cambiati alcuni modi di esprimersi, che risentivano di una certa mentalità sull’apprezzamento e sull’uso dei beni terrestri, ed altri ancora che mettevano in rilievo una forma di penitenza esteriore propria della Chiesa di altri tempi”.
Questo passo è sintomatico. Il linguaggio della teologia moderna non è più quello della teologia dei Padri della Chiesa, né quello della teologia scolastica e nemmeno quello di Trento… Occorrerà, quindi, che l’”apprezzamento” o l’”uso” dei “beni terrestri” siano espresse in un’altra maniera: per delle ragioni semantiche o grammaticali, o perché le nuove preghiere indichino un’”apertura” verso la desacralizzazione della vita cattolica? Abolendo “una forma di penitenza esteriore propria della Chiesa di altri tempi”, non si prepara forse la via ad una religione antropocentrica, senza Croce e di sapore protestante?
Per di più, queste norme di natura linguistica adottate nel proemio dell’”Institutio” cercano di spiegare e di giustificare l’orientamento profondamente desacralizzante che, in generale, presiede alle traduzioni del nuovo “Ordo” nelle lingue viventi dell’Occidente (41).

 

8. La revisione dell’”Institutio”
Presentando i cambiamenti introdotti nell’”Institutio” nel 1970, la rivista Notitiæ (42) scrive:
“Da quando l’”Institutio generalis missalis Romani” fu pubblicata […] è stata oggetto di diverse critiche, sia rubricali che dottrinali. Alcune di esse non sono state presentate in maniera del tutto chiara, soprattutto a causa della difficoltà di avere una visione d’insieme dei punti trattati in diverse parti. Tuttavia, alcune censure sono state espresse sulla base di un’opinione preconcetta che si oppone ad ogni genere di novità; per tale motivo, non è sembrato necessario esaminarle, in quanto privi di alcun fondamento. In effetti, l’”Institutio” era stata sottoposta all’esame dei Padri del Consilium e degli esperti, prima e dopo della sua pubblicazione. Non si trovò alcuna ragione per modificare la disposizione degli articoli, e non vi si scoprì nessun errore dottrinale. Si tratta di un documento pastorale e rubricale che regola la celebrazione della messa secondo la dottrina del concilio Vaticano II, dell’enciclica Mysterium fidei di Paolo VI […] e dell’istruzione Eucharisticum mysterium […].
“Tuttavia, al fine di evitare difficoltà di ogni tipo, e per rendere più chiare certe espressioni, fu deciso che, in occasione della pubblicazione dell’edizione tipica del nuovo messale romano, il testo dell’”Institutio” sarebbe stato qui e là completato o riscritto (vedasi la dichiarazione della Sacra Congregazione per il Culto Divino del 18 novembre 1969, in Notitiæ, n. 5, 1969, pagg. 417-418). Questo non ha comportato alcunché di interamente nuovo: cosicché lo schema della prima edizione è stato mantenuto. Gli emendamenti sono veramente pochi, talvolta minimi o concernenti unicamente lo stile” (43).
Se volessimo esaminare completamente queste parole, avremmo numerose ed importanti osservazioni da fare.
Potremmo dimostrare quanto sia infondata l’argomentazione secondo cui importanti critiche all’”Institutio” trarrebbero la loro origine dalla semplice “difficoltà di avere una visione d’insieme dei punti trattati”, e potremmo provare che la cosiddetta “opinione preconcetta che si oppone ad ogni genere di novità” non sia nient’altro che l’amore per la dottrina cattolica. Inoltre, potremmo osservare che se i Padri del Consilium e gli esperti non hanno trovato errori dottrinali nel documento, ciò testimonia fortemente contro di loro, e potremmo far notare come sia inconcepibile che si insista ancora sul carattere “pastorale e rubricale” dell’”Institutio“, quando è evidente che essa contiene anche numerosi passi di natura incontestabilmente dottrinale (44).
Potremmo avanzare un bel po’ di critiche al testo!
Ma siccome il nostro obiettivo è solamente quello di dimostrare che l’”Institutio“, malgrado gli emendamenti “talvolta minimi” che ha subito, continua a non essere in accordo con la dottrina cattolica su dei punti importanti, prenderemo in considerazione solo un aspetto dell’articolo citato: la preoccupazione dei suoi autori di sostenere che gli emendamenti non erano destinati a correggere gli errori o a compensare le deficienze di natura dottrinale, ma solo a rendere più chiaro ciò che era già contenuto nel documento.
Stando così le cose si può temere, ancor prima di procedere all’analisi dei detti emendamenti, che qualche volta essi siano stati incompleti o contraddittori e quindi nell’insieme incapaci di liberare l’”Institutio” dai sospetti che gravavano su di essa. Si può temere che la revisione del documento non abbia rappresentato che una semplice ritirata strategica, il che, mentre crea concretamente alcune difficoltà a coloro che rilevano gli errori dell’”Institutio“, in realtà consolida questi stessi errori e conferma alcuni di essi, ora chiaramente ora con un linguaggio sottile e mascherato.
Passiamo adesso all’esame degli emendamenti introdotti nell’”Institutio generalis missalis Romani” del 1970.

 

9. Il numero 7 dell’”Institutio” 
Il tanto discusso n° 7 dell’”Institutio” è adesso così redatto (45):
“Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo [personam Christi gerente] per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico.
“Per questa riunione locale della santa Chiesa vale perciò in modo eminente la promessa di Cristo: “Là dove sono due o tre radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. XVIII, 20).
Infatti nella celebrazione della Messa, nella quale si perpetua il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea dei fedeli riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche” (46).
In questo nuovo testo, il n° 7, come in precedenza, può essere ancora sottoposto a pesanti correzioni.
In verità, anche se è stata abolita una certa definizione della messa, anche se si dice che il sacerdote agisce al posto di Cristo e si è inserito un richiamo al sacrificio (eucaristico, senza dire propiziatorio), anche se si dichiara che Nostro Signore è sostanzialmente e permanentemente presente sotto le specie eucaristiche, sussistono sempre delle ambiguità e delle deviazioni per nulla trascurabili.
Il fatto più grave consiste nell’affermare che è il popolo che celebra il memoriale del Signore o sacrificio eucaristico (47). Occorre notare che il termine celebrandum ha come agente populus Dei. Dopo tutto quello che abbiamo già detto sulla gravità di questo concetto (48), riteniamo superfluo ritornare su tale questione. Ci accontentiamo di sottolineare che nel nuovo testo dell’”Institutio” questa nozione si incontra in più riprese (49), il che basta ampiamente a dimostrare come il documento si allontani dagli insegnamenti della Chiesa (50).
Anche nel nuovo testo del n° 7, permangono strane imprecisioni sui diversi tipi di “presenza” di Nostro Signore nella messa. Vero è che si dice che la presenza sotto le specie eucaristiche è “sostanziale e permanente”, e l’espressione è assolutamente esatta, ma la parola enim (poiché) stabilisce un rapporto che non è affatto chiaro e che è molto pericoloso se posto tra questa presenza sostanziale ed il principio precedentemente enunciato: “Là dove sono due o tre radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Che relazione ci sarebbe tra queste due presenze? Il carattere comunitario dell’assemblea riunita nel nome di Cristo contribuirebbe a che Egli divenga presente sotto le specie eucaristiche? Oppure questa seconda presenza sarebbe realizzata più pienamente? O forse che il “popolo di Dio” riunito eserciti una funzione attiva per rendere effettiva la presenza sostanziale di Nostro Signore nell’Eucarestia? Il testo permette che si stabiliscano delle pericolose ambiguità su tale questione, tanto più che prima è stato affermato che il “popolo di Dio” celebra il sacrificio.
Non si fissano più le distinzioni necessarie tra i diversi tipi di presenza non sostanziale di Cristo: e cioè la presenza nell’assemblea riunita, nella persona del ministro e nelle parole della Scrittura. Il fatto che l’assemblea sia menzionata prima del ministro è rivelatore: potrebbe infatti indicare che, nella celebrazione eucaristica, la presenza di Nostro Signore nel popolo è, se non superiore, quanto meno più importante della sua presenza nella persona del ministro. Inoltre, come abbiamo già precedentemente osservato (51), nel contesto dell’”Institutio“, il semplice impiego dell’espressione personam Christi gerens non è sufficiente per eliminare le ambiguità che il documento crea su questo argomento.
È così strano il profumo che si sprigiona da questo n° 7, anche nella sua nuova formulazione, che occorrerebbe fare ancora molte altre correzioni: nella messa, Nostro Signore diviene presente sotto le specie eucaristiche, ma non si può dire, puramente e semplicemente, che Egli è sostanzialmente ed in modo permanente presente sotto le specie eucaristiche. L’espressione sacerdote præside personamque Christi gerente sembra subordinare la funzione del sacerdote come rappresentante di Cristo alla funzione di presidente dell’assemblea, quando in realtà è vero il contrario. Nel contesto, il fatto che l’espressione “presenza reale” non sia riservato alla presenza che deriva dalla transustanziazione, tende ad indebolire la fede nella “presenza reale” per antonomasia e ad introdurre tra i cattolici una terminologia gradita a certi protestanti. Non si dice più come il sacrificio della Croce sia perpetuato nella messa, poiché il termine classico “è rinnovato” non vi figura più, ecc.
Il commento della rivista Notitiæ a proposito della nuova redazione del n° 7, contribuisce solo ad aggravare le ambiguità del testo. Eccone un esempio:
“La struttura della celebrazione eucaristica è tratta dalla messa comunitaria, o messa col popolo, nella quale l’”AZIONE DI CRISTO E DELLA CHIESA” avviene PIENAMENTE, vale a dire l’azione del popolo di Dio gerarchicamente organizzato […], benché si DOVREBBE RICONOSCERE LA TOTALE EFFICACIA E DIGNITÀ della messa “privata” o messa senza il popolo […]” (52).
Non è facile comprendere perché “si dovrebbe riconoscere la totale efficacia e dignità” della messa privata, quando l’”azione di Cristo e della Chiesa” non vi avviene “pienamente”. O questa frase non ha alcun senso o essa insinua che nella messa “comunitaria” i fedeli presenti concelebrano veramente con il sacerdote: il solo caso in cui l’”azione di Cristo e della Chiesa” raggiunge così la sua “pienezza”.

10. Le altre numerose modifiche
L’inizio del n° 48 presenta adesso il seguente testo:
“Nell’ultima Cena, Cristo istituì il sacrificio e convito pasquale, per mezzo del quale è reso di continuo presente nella Chiesa il sacrificio della Croce, allorché […]” (53).
Come si vede, l’espressione “commemorazione della sua morte e della sua resurrezione” è stata sostituita dall’espressione “sacrificio e convito pasquale”, facendo anche riferimento al sacrificio della Croce. Tuttavia, la già segnalata ambiguità annessa al termine “presenza”, rimane (54). D’altra parte, sfortunatamente, non si dice che il sacrificio è propiziatorio: questa precisazione appare solo nel n° 2 del proemio. Stando così le cose, la modifica introdotta al n° 48 non è tale da permettere che si possa cambiare sostanzialmente l’apprezzamento  sul valore dell’”Institutio”.

Il n° 55d si spinge fino alla seguente formulazione (55):
“Racconto dell’istituzione E CONSACRAZIONE: mediante le parole e i gesti di Cristo, SI COMPIE IL SACRIFICIO CHE CRISTO STESSO ISTITUÌ NELL’ULTIMA CENA, quando OFFRÌ il suo Corpo ed il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, lo diede a mangiare e a bere AGLI APOSTOLI e lasciò loro il mandato di perpetuare questo mistero”.
Gli emendamenti introdotti in questo paragrafo costituiscono senza dubbio un’importante correzione dell’”Institutio“. Era inammissibile che, nel punto centrale di questo documento, il titolo utilizzasse solo le parole “racconto dell’istituzione”, e non parlasse neanche di sacrificio. Era auspicabile che fosse eliminata l’insinuazione secondo cui, nella Cena, Cristo donò il suo Corpo ed il suo Sangue solo agli Apostoli, senza offrirli per tutti gli uomini. L’ambiguità sulla nozione di “presenza” è scomparsa.
È scomparsa anche l’insistenza sul fatto che la messa commemora la morte e la resurrezione di Nostro Signore. Come abbiamo già fatto notare (56), questa insistenza rivestiva una forma tale da favorire una concezione erronea della santa Eucaristia. Indubbiamente, la resurrezione ha un particolare rapporto con la messa, poiché è considerata dai teologi come una manifestazione dell’accettazione del sacrificio del Calvario da parte di Dio Padre. Ma l’eccessiva insistenza sul fatto che l’Eucaristia commemori anche la resurrezione contribuiva a dissimulare il carattere sacrificale e propiziatorio della messa.
Nonostante queste modifiche, il testo del n° 55d dovrebbe essere più completo. Vista l’importanza di questo paragrafo, esso dovrebbe contenere un richiamo al sacrificio della croce, al carattere propiziatorio della messa, ecc.
Comunque sia, anche qui gli emendamenti apportati sono assolutamente insufficienti per rendere l’”Institutio” accettabile nel suo insieme; tanto più che, come diremo più avanti (57), non sono stati per nulla corretti numerosi passi in cui il documento insinua gli stessi errori a cui ora sembrerebbe voler rimediare questo n° 55d.

Nel n° 60, là ove si leggeva: “Il sacerdote celebrante presiede anche l’assemblea, agendo al posto di Cristo […]”, ora si legge: “Anche il sacerdote, CHE NELLA COMUNITÀ DEI FEDELI È INSIGNITO DEL POTERE DERIVATOGLI DALL’ORDINE SACRO DI OFFRIRE IL SACRIFICIO NELLA PERSONA DI CRISTO, presiede l’assemblea […]” (58).
Questa correzione introduce indubbiamente la nozione del sacerdozio strumentale del prete, ma il suo effetto benefico non arriva fino a distruggere ciò che è criticabile nei diversi passi in cui, come abbiamo già mostrato, l’”Institutio” afferma esplicitamente che anche il popolo celebra.
In questo stesso n° 60, è stato apportato anche questo emendamento: dove si diceva che il sacerdote “partecipa con i suoi fratelli al pane della vita eterna” ora si dice: ” DISTRIBUISCE ai fratelli il pane della vita eterna e PARTECIPA CON ESSI AL BANCHETTO” (59).
Come si può notare, il nuovo testo fa allusione alla funzione sacerdotale del prete, ma non distrugge in alcun modo le ambiguità precedentemente segnalate (60).

Modifiche di minore importanza, che non richiedono commento, sono state apportate in diversi altri punti.
Nel paragrafo finale del n° 59, dove si leggeva: “Se tuttavia il vescovo non celebra l’Eucarestia, ma delega qualcun altro per farlo […]”, ora si legge: “Se il vescovo non celebra l’Eucaristia, ma NE AFFIDA il compito ad un presbitero […]” (61).
Nel n° 56, ora si dice che solo i “fedeli ben disposti” possono comunicarsi; in effetti, la formulazione precedente lasciava la porta aperta ad una interpretazione di natura protestante, secondo cui tutti i fedeli dovevano sempre comunicarsi.
Nel n° 56a, è stata introdotta una modifica, probabilmente per eliminare la pericolosa ambiguità del testo originale, secondo cui il Corpo di Cristo sembrava essere del tutto identificato al “pane quotidiano” che domandiamo nel Pater.
Nei nn. 80c e 117, è stato reintrodotto l’utilizzo della patena per la comunione dei fedeli.
Il n° 109 è stato modificato per permettere l’uso facoltativo delle campane alla consacrazione.
Il n° 125, nel suo nuovo testo, rende facoltativo in alcune circostanze il bacio dell’altare al termine della messa: ancora una misura desacralizzante.  Allo stesso modo sono cambiati i nn. 141, 152 e 208.
Il n° 276 fa sapere che, al di fuori della messa, i fedeli dovranno, non solo pregare davanti al SS.mo Sacramento, ma anche adorarlo.
Il n° 283 porta ora una nuova disposizione, secondo cui il “pane eucaristico” di grandi dimensioni, che può essere spezzato in bocconi, debba comunque “essere fatto secondo la forma tradizionale” dell’ostia. Non si capisce molto bene il significato di questa modifica, tanto più che il commento di Notitiæ ammette l’uso di ostie diverse dall’ostia tradizionale, per la loro “dimensione, spessore e colore” (62). Ad ogni modo, l’introduzione di questa nuova disposizione dimostra come gli autori della nuova messa si siano resi conto fino a che punto si siano allontanati dall’”Ordo” tradizionale.

In diversi numeri sono state introdotte delle modifiche di ordine puramente disciplinare, rubricale, di stile o tipografico: 30, 32, 76, 95, 99, 120, 121, 143, 153/1, 157, 158, 158a, 158c, 158d, 234a, 235, 242/4, 242/7, 242/8b, 242/14, 290, 298, 299, 300, 308a, 308b, 315, 316, 319, 322e, 329a, 330, 332, 333, 334, 336 e 337.
Queste modifiche hanno nessuna o poca importanza dottrinale.
Ci limiteremo a segnalare solo un certo aumento dei casi che permettono la comunione dei fedeli sotto le due specie e la concelebrazione.

 

11. Modifiche nelle parti fisse della messa
Diversi cambiamenti sono stati apportati anche nell’”Ordo” propriamente detto, e cioè nelle parti fisse della messa.
Sono stati aggiunti molti nuovi prefazi, con un conseguente aumento considerevole del volume, che ha richiesto una modifica di rilievo nella numerazione dei paragrafi.
È stato anche deciso che, purificando i vasi sacri, il celebrante debba dire a bassa voce la preghiera Quod ore sumpsimus, precedentemente soppressa (63).
Non commenteremo le altre modifiche introdotte nell’”Ordo”, poiché esse non intaccano le critiche fatte in precedenza al testo del 1969. Ecco alcuni esempi di questi cambiamenti: prima del Vangelo si dicono le parole: “Dal Vangelo secondo …”; è permesso, in tutte le messe, di cantare le parti della preghiera eucaristica che si possono cantare nelle messe concelebrate; il Communicantes e l’ Hanc igitur di Pasqua devono essere detti fino alla seconda domenica dopo Pasqua e non fino al giovedì in albis; è prescritto che il sacerdote deve pronunciare il Pax Domini sempre di fronte al popolo.

 

12. Conclusione
In conclusione, come quelli del 1969, i testi del 1970 della nuova messa non possono essere, in coscienza, accettati.
Come abbiamo già detto (64), alla fine di questo studio (65) presenteremo una critica o un apprezzamento più particolareggiati sulle conclusioni che si possono trarre dalle considerazioni esposte.

 

NOTE 

(40) “Ob eandem porro aestimationem novi status mundi, qui nunc est…“. Il Centro Nazionale di Pastorale Liturgica (francese) dà di questa frase la seguente traduzione, concepita nello stile dei cosiddetti “gruppi profetici”: “Del pari, perché si prenda coscienza della nuova situazione del mondo contemporaneo…”, in La Documentation Catholique, 21 giugno 1970, p. 568.
(41) Ci riferiamo alle traduzioni che sono state approvate dalla Sacra Congregazione per il Culto Divino.
Il n° 54, maggio 1970, della rivista Notitiae, che fornisce le informazioni sulle variazioni allora introdotte nella nuova messa, contiene un lungo studio sulle traduzioni del messale romano (pp. 194-213). L’articolo è stato scritto da dom Antoine Dumas, OSB, membro della Commissione incaricata di rivedere il testo latino del nuovo messale romano e anche membro della Commissione che prepara le traduzioni in francese (Notitiae, p. 197). Dopo aver detto che coloro che rivedevano l’originale latino ricercavano un “adattamento fondamentale dei testi alla mentalità contemporanea” (p. 196), e dopo aver fatto l’elogio del linguaggio liturgico dei protestanti (p. 197), dom Antoine presenta dei principi e degli esempi che dimostrano molto chiaramente l’orientamento desacralizzante adottato dalle rispettive Commissioni della Sacra Congregazione per il Culto Divino. Ecco qualche caso caratteristico: ostia non ha mai il significato di “vittima”, (p. 198); forma e substantia non devono mai essere tradotti in modo da “appesantire la preghiera di un tecnicismo filosofico fuori luogo” (p. 206); quaesumus non deve mai essere interpretato nel senso di supplica (p. 209); continentia, moderatio, temperari, castigatio, ieiunium “devono essere resi con delle espressioni molto generali, adatte alla mentalità contemporanea” (pp. 208-209).
Sarebbe molto difficile concepire un modo migliore per realizzare l’ideale modernista di adattare la Chiesa alla mentalità del mondo. I fedeli avevano questa stessa tentazione già ai tempi di san Paolo: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”, (Rom. XII, 2); “Custodisci il deposito, evita le chiacchiere profane”, (I Tim. VI, 20); “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (II Tim. IV, 3-4).
(42) L’articolo intitolato Variationes in Institutionem generalem missalis Romani inductae (in Notitiae
(43) Notitiae, n° 54, p. 177.
(47) Vedi ciò che abbiamo detto alla nota 7 di p. 103.
(48) Vedi pp. 30-37.
(49) La stessa deviazione infatti è stata da noi segnalata prima, pp. 101-105, 108-109 e 111-113, e ad essa ci riferiremo ancora, vedi pp. 336-337.
(50) Per buona memoria, ricordiamo che queste nostre osservazioni non sono fatte con spirito di contestazione o di rivolta contro i poteri e l’autorità che la gerarchia detiene secondo le leggi e la dottrina della Chiesa, piuttosto, desideriamo solo verificare in che misura queste leggi e questa dottrina, nella loro espressione più pura e più autentica, ci obbligano ad accettare o a rigettare la nuova messa.
(51) Vedi pp. 31 e ss.
(52) Notitiae, n° 54, p. 178. Le maiuscole sono nostre.
(53) Il testo di questo numero dell’”Institutio” del 1969, si trova a p. 17.
(54) Vedi pp. 16 e ss.
(55) Le maiuscole indicano ciò che è stato modificato o aggiunto. Il testo precedente è citato a p. 18.
(56) Vedi pp. 41-42.
(57) Vedi pp. 335-337.
(58) Le maiuscole sono nostre.
(59) Le maiuscole sono nostre.
(60) Vedi in particolare le pp. 101 e ss. e 117 e ss. L’abitudine, sempre più generalizzata, per cui dei laici, e anche delle donne ? talvolta nel corso della stessa celebrazione della messa ? distribuiscono la santa comunione, dimostra molto bene fino a che punto questi semplici emendamenti del n. 60 siano insufficienti per correggere tutta la struttura del nuovo “Ordo”, opposto in numerosi punti alla tradizione della Chiesa.
(61) Le maiuscole sono nostre.
(62) Notitiae, n° 54, pp. 185-186.
(63) Sull’argomento vedi le pp. 62-63 e 90.
(64) Vedi p. 98.
(65) Vedi pp. 335 e ss.

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