“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Terzo (parr. A-B)

Nota di Rodio Spada : Riprendiamo la pubblicazione del saggio del da Silveira, scomparso il 19 settembre scorso, sulla Messa di Paolo VI. In questo terzo capitolo l’illustre Autore passa all’analisi puntuale dell’Ordo Missae, rilevando come la soppressione di alcune preghiere – soprattutto l’Offertorio – e di alcuni gesti – sintomatica la drastica diminuzione delle genuflessioni – abbia significato la soppressione ideale dei concetti cardine della teologia cattolica della Messa quali la adorazione costante, la espiazione, la propiziazione. Cose che tanto facevano schiumare di rabbia il massimo nemico della Messa: Lutero. Buona lettura!

FONTE: Inter multiplices Una Vox, NOVUS ORDO MISSÆ. Studio critico di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira

PUNTATE PRECEDENTI:
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira. Introduzione
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. A-D)
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. E-H)
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Secondo

 

 

CAPITOLO TERZO
IL NUOVO TESTO DELLA MESSA E LE NUOVE RUBRICHE NELL’”ORDO” DEL 1969

 

Come abbiamo già indicato (1), in questo capitolo studieremo il nuovo “Ordo missæ“, e cioè il nuovo testo della messa e le rubriche che l’accompagnano. Analizzeremo anche alcune disposizioni dell’”Institutio Generalis Missalis Romani” che costituiscono le vere rubriche, benché esse non siano presentate con questa denominazione (2).
Tante traduzioni del nuovo “Ordo” in lingua volgare sono caratterizzate da innumerevoli infedeltà, molte delle quali vanno ad intaccare il dogma. Per questa ragione, alcuni giudicano che solamente queste versioni siano inaccettabili, e non l’originale latino. Un tal modo di pensare non ci sembra fondato.
Ciò detto, nel presente capitolo studieremo solo il testo latino del nuovo ordinario della messa (3), riservando al capitolo seguente qualche osservazione sulle traduzioni.

A) Preghiere soppresse e alterate
Nell’”Ordo” di san Pio V, il Confiteor iniziale è recitato prima dal sacerdote e poi dall’accolito a nome dei fedeli. Questa distinzione denota chiaramente la differenza che esiste tra il celebrante e i fedeli. Nel nuovo “Ordo“, il Confiteor è recitato simultaneamente dal sacerdote e dall’assistente. Tale modifica tende ad insinuare un’identità tra il sacerdozio del celebrante e quello dei fedeli.
L’assoluzione data dal sacerdote alla fine del Confiteor (4) è stata soppressa, altra innovazione che contribuisce a rendere meno precisa la distinzione tra il sacerdozio gerarchico e la condizione di semplice fedele (5).
Nel nuovo “Ordo“, molte preghiere della messa tradizionale, che mettono in rilievo le nozioni di umiltà, di contrizione per i peccati, di propiziazione, insieme all’idea che senza la grazia non ci può essere perseveranza nella virtù, non compaiono più. Allo stesso modo, oltre all’assoluzione a cui abbiamo appena accennato, sono scomparse le invocazioni che la seguono (6), la preghiera Aufer a nobis (7); la preghiera detta dal sacerdote baciando l’altare (8); una parte della preghiera Munda cor meum (9); quasi tutto l’offertorio (10); una parte della preghiera Perceptio corporis tui, che precede la comunione (11); due preghiere dopo la comunione: Quod ore sumpsimus (12) e Corpus tuum, Domine (13); come anche la supplica Placeat tibi, che termina il sacrificio (14).
Forse la soppressione di queste preghiere non contribuirebbe ad attenuare le espressioni di umiltà, di contrizione e di propiziazione, se esse fossero state sostituite da altre che manifestino le stesse disposizioni d’animo, o se fossero stati aggiunti nuovi e più numerosi segni di pentimento e di adorazione, come le genuflessioni, le prosternazioni, ecc., o se l’”Institutio” avesse fornito valide spiegazioni per giustificare queste soppressioni, dissipando tutti i timori che sono sorti. Ma niente di tutto questo è stato fatto. Al contrario, quelle magnifiche preghiere non sono state sostituite da altre per esprimere le stesse idee; quasi tutte le genuflessioni, gli inchini e i baci all’altare, ecc., sono stati eliminati. Non solo l’”Institutio” non da ragioni valide che giustifichino ciò ch’è stato fatto, ma si spinge anche fino ad omettere l’idea di propiziazione, ecc. (15).
Ne deriva che la soppressione di questo gruppo di preghiere sminuisce nella liturgia, e quindi anche nella vita cattolica, le espressioni di umiltà, di compunzione per i peccati commessi, di necessità della grazia al fine di perseverare nella virtù. Quindi essa affievolisce, o quantomeno contribuisce a mettere in ombra, il carattere propiziatorio della messa. Tutto questo, evidentemente, non è in accordo con la dottrina cattolica, ma ricorda i modi di pensare e d’agire in uso nei circoli protestanti e modernisti.
In numerosi punti (16), è scomparsa ogni allusione alla SS.ma Trinità, il che tende ad affievolire la fede nel mistero principale della rivelazione (17).
Nel Kyrie tradizionale, ogni persona della SS.ma Trinità è invocata per tre volte. Si afferma così con particolare insistenza il carattere trinitario delle relazioni divine. Questa affermazione è stata indebolita nel nuovo “Ordo missae“: qui nel Kyrie ogni persona viene invocata solo due volte (18).

B) Il nuovo concetto dell’offertorio
L’offertorio di san Pio V, che ha sempre costituito uno dei principali elementi per distinguere la messa cattolica dalla cena protestante, è stato abolito con le sue caratteristiche specifiche (19). Cerchiamo di capire perché si può e si deve affermare che si sia trattato di una vera soppressione.
La vera oblazione sacrificale che si fa nella messa, non è nell’offertorio, ma nell’offerta di Sé medesimo che Gesù Cristo fa alla SS.ma Trinità al momento della consacrazione. Nel sacrificio della messa, la vera vittima non sono il pane e il vino, né il fedele presente, ma Gesù Cristo stesso.
Ma allora perché l’offertorio?
Compiendo un sacrificio, noi offriamo a Dio una vittima al nostro posto, come simbolo del dono di noi stessi a Dio. Questo è l’elemento fondamentale di ogni sacrificio. Nella messa, è Gesù Cristo stesso che s’immola per noi. Unendoci a Lui, dobbiamo dunque offrirLo al nostro posto ed offrirci con Lui.
Tuttavia, l’oblazione che Nostro Signore fa di Sé stesso non è visibile per noi, poiché Egli non si mostra in modo percettibile ai nostri sensi.
Dunque, è opportuno che, con qualche elemento percettibile, siano espressi prima della consacrazione, sia la natura del sacrificio che si sta compiendo, sia le diverse oblazioni che saranno fatte. È questo l’oggetto stesso dell’offertorio romano.
Nel corso di esso, si dichiara quindi in che consista l’oblazione sacrificale propriamente detta, nonché l’offerta di noi stessi a Dio. Viene anche affermato il fine propiziatorio della messa
Dobbiamo cercare, adesso, di rendere evidenti questi tre elementi che, mentre costituiscono le caratteristiche fondamentali dell’offertorio romano, distinguono al tempo stesso la messa cattolica dalla cena protestante, senza ombra di dubbio.
1° – L’oblazione di Nostro Signore ha luogo realmente al momento della consacrazione; tuttavia, affinché la natura del sacrificio sia manifesta fin dall’inizio, nell’offertorio del messale romano vi è già un insieme di preghiere che fanno conoscere chi sarà la vera vittima e che offrono in anticipo questa stessa vittima alla SS.ma Trinità.
2° – L’oblazione di noi stessi a Dio, tramite Gesù Cristo, è simboleggiata dall’offerta del pane e del vino. Secondariamente, essa è anche simboleggiata dall’eventuale offerta di altri beni materiali. Da notare che tale simbolismo diviene efficace solo quando il pane e il vino, al momento di essere messi sull’altare, non sono presentati a Dio solamente, ma sono veramente offerti in spirito sacrificale. In altre parole, i suddetti doni sono consacrati a Dio(20).
3° – L’offertorio romano, con numerose preghiere, evidenzia il carattere propiziatorio del sacrificio. Qui non illustreremo quest’aspetto della messa, che abbiamo già precedentemente esaminato (21).

Questi tre elementi sono scomparsi dal nuovo offertorio, rimpiazzati da una semplice “preparazione delle offerte” o “presentazione dei doni”, che corrispondono ad un concetto dell’offertorio fondamentalmente diverso da quello di san Pio V.
Inoltre, sono state soppresse o attenuate diverse espressioni di altri principii che distinguono la dottrina cattolica dal protestantesimo. L’allusione alla caduta dei nostri progenitori è stata eliminata. Le invocazioni alla Madonna, agli angeli e ai santi, scomparse. Il principio secondo cui il sacrificio dev’essere accettato da Dio perché gli sia gradito, è divenuto piuttosto oscuro. Le manifestazioni di compunzione per i nostri peccati, di umiltà, sono state affievolite, al pari dell’affermazione del sacerdozio gerarchico del celebrante. Non c’è più nessun riferimento esplicito ai fedeli defunti.
Tutto ciò risulta più evidente confrontando l’offertorio di san Pio V con quello del nuovo “Ordo“:

1° La preghiera Suscipe Sancte Pater, tradizionalmente recitata dal celebrante nel corso dell’offerta del pane, non compare più nella nuova messa:
“Accetta, o Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, questa ostia immacolata che io, indegno tuo servo, offro a Te, mio Dio, vivo e vero, per i miei innumerevoli peccati, offese e negligenze, e per tutti i circostanti, come pure per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti: affinché giovi alla mia e alla loro salvezza per la vita eterna. Amen.”.
Da notare che il sacerdote offre l’ostia per il popolo, con una affermazione chiara della sua funzione gerarchica. Egli la offre per tutti i fedeli vivi e morti, contraddicendo così il principio protestante secondo cui i frutti della messa non sono applicabili né agli assenti, né ai defunti. Questa intera preghiera, nei suoi termini e nel suo stile pieno d’unzione, parla del valore propiziatorio del sacrificio. Anche Lutero soppresse questa preghiera nella sua messa (22).
Un punto merita una speciale attenzione: il celebrante offre a Dio “questa ostia immacolata”. Ora, la parola “ostia”, che può anche indicare il pane, significa più propriamente “vittima”, e l’aggettivo “immacolata” non è tanto applicato al pane, quanto a Gesù Cristo, l’unica vera “ostia immacolata”. Il messale romano, quindi, offrendo il pane a Dio con questa preghiera, indica anche, per anticipazione, che la vera oblazione sacrificale sarà quella di Gesù nel sacramento: l’”ostia immacolata”.
Tutto ciò è abominevole agli occhi dei protestanti, come afferma con disprezzo il pastore luterano L. Reed, “la parte centrale dell’offertorio Suscipe Sancte Pater è una perfetta esposizione della dottrina romana del sacrificio della messa” (23). In questa preghiera e in altre che fanno parte dell’offertorio, Lutero vedeva una “abominazione” in cui “si sente e si percepisce dappertutto l’oblazione” (24).
I protestanti hanno anche un orrore particolare per l’offerta anticipata di Nostro Signore, realizzata da questa preghiera: L. Reed dichiara che si tratta dell’”anticipazione della consacrazione” e del “miracolo della messa” (25).

2° Nel nuovo “Ordo“, è scomparsa anche la preghiera del messale romano Offerimus Tibi Domine, con la quale si offre il vino:
“Ti offriamo, o Signore, il calice di salute, supplicando la tua clemenza: perché esso salga con odore di soavità al cospetto della tua maestà divina, per la salvezza nostra e del mondo intero. Amen.”.
Come già per la preghiera dell’offerta del pane, questa costituisce un’anticipazione, poiché il “calice di salute”, nel suo senso proprio, è quello che contiene il sangue di Nostro Signore.
Anche qui s’incontra la nozione di soddisfazione per i peccati, espressa innanzitutto con un’umile supplica, affinché la divina maestà si degni di accettare il sacrificio.
Si deve dunque supporre che le ragioni che hanno portato alla soppressione di questa magnifica preghiera, siano le stesse che hanno ispirato l’eliminazione del Suscipe Sancte Pater.

3° Queste due preghiere dell’offerta del pane e del vino sono state sostituite dalle seguenti:
“Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna”.
L’offerta del vino: Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della vite e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te perché diventi per noi bevanda di salvezza”.
Notiamo che in queste preghiere non c’è alcun riferimento alla vera vittima: Gesù Cristo; all’offerta dei doni per noi e per i nostri peccati; al carattere propiziatorio dell’oblazione; al sacerdozio gerarchico del celebrante; al principio per cui il sacrificio dev’essere accettato da Dio affinché gli sia gradito. Al contrario, le espressioni “perché diventi per noi cibo di vita eterna” e “perché diventi per noi bevanda di salvezza”, insinuano che il vero ed essenziale scopo della messa sia il nostro nutrimento spirituale, tesi questa che, come abbiamo già notato (26), si accosta ad una delle eresie condannate dal Concilio di Trento.
In questo modo, queste nuove preghiere modificano sostanzialmente il senso esatto dell’offerta del pane e del vino. I commentatori della B.A.C. (27) spiegano questo profondo cambiamento nel concetto di offertorio, nella maniera seguente:
“Non è solo il testo ad essere nuovo, ma anche il suo significato. Si tratta di una preghiera di benedizione, di una esclamazione di gioia in presenza del simbolo: è una benedizione ascendente che viene indirizzata a Dio per lodarLo. Perché lodiamo Dio in questo momento? Per la creazione del pane. NOI NON DOMANDIAMO A DIO DI BENEDIRE IL PANE. Il pane che riceviamo dalla generosità di Dio è la vera benedizione discendente, perché esso ci comunica forza, vita ed energia. La benedizione (grazia, vita e fecondità) (28) che viene da Dio, noi gliela rendiamo, nel senso e nella misura in cui, lodandolo, riconosciamo che essa viene da Dio […].
“Avvalendoci degli innumerevoli testi biblici che chiamano Dio “benedetto” per le meraviglie che Egli ha fatte, e uniti a questi testi, noi lo lodiamo al momento della presentazione del pane che, con la preghiera consacratoria, diverrà il “pane della vita”. NON OFFRIAMO IL PANE A DIO, ma benediciamo Dio per il pane. A Dio, noi offriamo il Corpo ed il Sangue di Cristo, il pane eucaristico” (29).
Le affermazioni finali di questo testo, secondo cui non offriamo il pane a Dio, meritano di essere sottolineate. Senza alcun dubbio, l’oblazione sacrificale, che costituisce l’essenza stessa della messa, è quella che Gesù Cristo fa di sé stesso, ma anche noi ci offriamo a Dio in unione con Nostro Signore; e secondo la dottrina comune, il pane è offerto a Dio in quanto espressione dell’oblazione del sacerdote, dei fedeli, presenti e assenti, e, in una parola, di tutta la Chiesa. Ecco perché negare l’offerta del pane significa negare l’offerta a Dio delle nostre persone, delle nostre opere buone e delle nostre penitenze. Significa anche negare che gli altri fedeli, presenti ed assenti, e tutta la Chiesa, si offrono a Dio Padre in ogni messa, in uno spirito propiziatorio e sacrificale. Questo punto richiede una piccola spiegazione, oltre a ciò che è già stato detto precedentemente (30).
Anche alcuni protestanti riconoscono il carattere propiziatorio del sacrificio della Croce, vale a dire che riconoscono che Gesù è morto per la remissione dei nostri peccati. L’ errore dei protestanti è costituito qui dalla maniera in cui i meriti di Cristo ci sono applicati. Essi dicono che solo la fede salva, e cioè che le nostre opere buone ed i nostri sacrifici non sono necessari insieme al sacrificio redentore di Cristo.
Secondo la dottrina cattolica, noi dobbiamo, in un certo senso, completare nella nostra carne ciò ch’è mancato ai patimenti di Nostro Signore (Coloss. I, 24). Tramite le nostre opere buone e le nostre mortificazioni compiute con l’aiuto della grazia, dobbiamo applicare a noi stessi, a tutti gli altri uomini e ai fedeli defunti, i meriti di Cristo. Dobbiamo, quindi, offrirci a Dio.
Ma questa offerta di noi stessi, delle nostre opere buone e delle nostre penitenze non ha alcun significato se non è realizzata in unione con il sacrificio redentore della Croce, poiché solo la morte di Cristo costituisce un’equa giustificazione per i nostri peccati.
D’altra parte, Dio ha voluto che l’applicazione agli uomini dei meriti del sacrificio del Calvario fosse fatta per mezzo delle messe celebrate nel mondo intero fino alla fine dei tempi (31). Essendo il rinnovamento incruento del sacrificio della Croce, la messa è anche propiziatoria nella misura in cui Nostro Signore, realmente presente come vittima, si offre nuovamente a Dio Padre. In questo senso, i meriti e le soddisfazioni della passione sono applicati, secondo i disegni della Provvidenza, a coloro per i quali la messa è offerta.
In definitiva, le nostre opere buone e le nostre penitenze devono essere offerte quotidianamente a Dio Padre, in unione con tutte le messe che sono celebrate in quel giorno, e specialmente con quella che abbiamo fatto dire secondo le nostre intenzioni o con quella a cui assistiamo.
Come abbiamo già osservato (32), questa unione dei fedeli con Cristo, che si offre a Dio Padre in ogni messa, è simboleggiata dal pane e dal vino offerti sull’altare. Questo è il motivo per cui tale offerta ha un carattere di oblazione e di sacrificio. Non si tratta solo di una “presentazione dei doni”, ma anche di una oblazione fatta con spirito propiziatorio, quantunque nel sacrificio della messa la vera Vittima sia Nostro Signore, e non il pane e il vino. Negare che offriamo veramente a Dio il pane ed il vino, come espressione sensibile e sacrificatoria dell’offerta di noi stessi, delle nostre opere buone e delle nostre penitenze, significherebbe negare che il sacrificio di Cristo ha bisogno, in un certo senso, di essere completato da noi. Questo errore segna una tappa molto avanzata verso la negazione dello stesso carattere propiziatorio della messa, poiché se il sacrificio della Croce non ha bisogno di essere completato dal nostro, non si vede come giustificare il rinnovamento quotidiano del sacrificio propiziatorio del Calvario.
Vero è che l’affermazione secondo cui “noi non offriamo il pane a Dio” appare solamente nel commentario della B.A.C., e non nel testo del nuovo “Ordo missæ“, tuttavia, i commentatori della B.A.C. non fanno che accentuare la tendenza che è implicitamente presente nella nuova messa.
In effetti, conformemente a ciò che abbiamo già evidenziato (33), tutte le espressioni propiziatorie sono state eliminate dal nuovo offertorio; il suo titolo diventa “preparazione delle offerte” (34), e soprattutto, le nuove preghiere dell’offerta del pane e del vino, che stiamo analizzando, insinuano che esso non è che una semplice presentazione delle offerte (35), e non un’offerta propiziatoria.
Inoltre, l’impiego che l’”Institutio” e l’”Ordo” fanno di termini come “offerre” (offrire), “oblata” (offerte), ecc., non invalida l’osservazione fatta dai commentatori della B.A.C. Visti nel contesto, questi termini hanno realmente un senso che non esclude l’interpretazione secondo cui “noi non offriamo il pane a Dio”.
D’altra parte, abbiamo già sottolineato (36) il significato equivoco delle espressioni finali delle due nuove preghiere di offerta del pane e del vino: “perché diventi per noi cibo di vita eterna” e “perché diventi per noi bevanda di salvezza”. A questo proposito, i commentatori della B.A.C. scrivono:
“Osservate che l’”Ordo missæ” ha cambiato il senso di questo rito, poiché si è passati dall’offertorio considerato in un senso diretto, ad una semplice presentazione e collocazione sull’altare dei doni che saranno “pane di vita e bevanda di salvezza” (37).

4° Nell’offertorio tradizionale, prima di mescolare l’acqua al vino, il sacerdote la benedice recitando la preghiera Deus qui humanæ substantiæ. Nell’”Ordo” del 1969, questa benedizione sparisce e nella nuova preghiera che abbiamo indicato prima non figurano più alcune espressioni. Riportiamo qui i due testi, quello dell’”Ordo” di san Pio V e quello del nuovo “Ordo“:
“O Dio, che in modo ammirabile creasti e ancora più mirabilmente riformasti la nobile natura umana: concedici, per il mistero di quest’acqua e di questo vino, di aver parte alla divinità di Colui che si è degnato di farsi partecipe della nostra umanità, il tuo Figlio Gesù Cristo, nostro Signore, che è Dio, e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.”
“L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana. ” (38).
Oltre all’eliminazione della benedizione dell’acqua e del riferimento alla SS.ma Trinità, occorre notare che è anche scomparso il riferimento alla redenzione, finalità essenziale dell’incarnazione. Si tratta ancora di una modifica che tende ad indebolire il dogma, rendendo così la nuova messa accettabile ai non-cattolici.

5° Nella preghiera che è stata conservata, si dice: “Umili e pentiti accoglici, o Signore: ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te”. Ma qui, le parole “umili” e “pentiti”, improntati al profeta Daniele (III, 39), non sono sufficienti per esprimere i principii cattolici del perdono dei peccati, principii che ci differenziano dai protestanti (39).
Il termine “sacrificio” appare qui in un contesto dove non è chiaro che si tratti di un sacrificio propiziatorio.

6° Un’altra preghiera eliminata: “Vieni, o Dio santificatore, onnipotente ed eterno, e benedici questo sacrificio preparato in onore del tuo santo Nome”. Si noti che la richiesta a Dio di “benedire questo sacrificio” non sembra affatto accordarsi con l’idea che “noi non domandiamo la benedizione di Dio sul pane”, idea che, secondo i commentatori della B.A.C. (40), presiederebbe alla preparazione del nuovo offertorio.

7° Sono state eliminate tutte le preghiere che, nell’”Ordo” di san Pio V, accompagnano l’incensazione delle offerte e dell’altare. Così, il sacerdote non benedice più l’incenso, né invoca più San Michele Arcangelo e tutti gli eletti, né tampoco offre più l’incenso a Dio, ecc.

8° Al Lavabo, i versetti del salmo XXV sono stati sostituiti dalla seguente invocazione del salmo L: “Lavami, Signore, da ogni colpa; purificami da ogni peccato”.
In sé stessa, questa modifica non sembra avere conseguenze dottrinali; tuttavia, essa costituisce un ulteriore passo per rompere con la tradizione liturgica plurisecolare (41).

9° La preghiera alla SS.ma Trinità è stata eliminata:
“Accetta, o Santa Trinità, questa offerta, che Ti offriamo in memoria della passione, resurrezione e ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, e in onore della beata sempre Vergine Maria, del beato Giovanni Battista, e dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e di questi [dei quali sono qui le reliquie] e di tutti i Santi: affinché sia ad essi di onore e a noi di salvezza: e si degnino di intercedere per noi in cielo, mentre noi facciamo memoria di loro sulla terra. Per lo stesso Signore nostro Gesù Cristo. Amen.”
Questa preghiera insiste sul fatto che il sacrificio della messa è offerto alla SS.ma Trinità. Se, oltre alla sua eliminazione, consideriamo la già indicata riduzione del numero di invocazioni alla SS.ma Trinità (42), possiamo realmente temere che il nuovo “Ordo” conduca ad una diminuzione della fede nel principale dogma cattolico.
Osserviamo inoltre che è stata anche soppressa la preghiera d’intercessione alla Madonna e a tutti i Santi.

10° Il nuovo offertorio ha conservato l’Orate, fratres:
“Pregate fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente”.
“R. – Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua Santa Chiesa”.
Questa preghiera parla del sacrificio, ma in nessun modo dice che si tratta di un sacrificio propiziatorio (43).
Un riferimento alla funzione sacerdotale del celebrante lo si trova nella distinzione tra il “mio” sacrificio e il “vostro” sacrificio; per questa ragione, noi diciamo (44) che il nuovo offertorio indebolisce l’affermazione di questo principio dottrinale, sopprimendo la preghiera Suscipe Sancte Pater (45), senza averla completamente eliminata.
Lo stesso dicasi del principio di accettazione del sacrificio da parte di Dio perché esso gli sia gradito: le richieste in questo senso sono state eliminate da numerose preghiere (46), ma sono rimaste nella preghiera In spiritu humilitatis (47) e nell’Orate, fratres: “Ti sia gradito…”, “Il Signore riceva …”.

 

NOTE 
(1) Nota 1, p. 15. Come abbiamo già detto (pp. 13-14), in questo capitolo analizzeremo più specificamente l’”Ordo” del 1969, indicando tuttavia, quando sarà necessario, le modifiche introdotte nel 1970 (che studieremo ex professo al capitolo quarto, pp. 99 e ss.), così che si potrà vedere come nel 1970 non ci siano stati dei rimaneggiamenti sui punti dell’”Ordo” del 1969 che abbiamo denunciato come meritevoli di censure.
(2) Anche qui non pretendiamo di esaminare la questione in maniera esaustiva, ci limiteremo ad analizzare gli aspetti più significativi della nuova messa, rivelatori dello spirito che essa inculca ai fedeli.
(3) Quando sarà necessario, indicheremo al lettore le stesse espressioni latine; normalmente presenteremo solo una traduzione letterale del testo latino.
(4) La formula tradizionale, eliminata dal nuovo “Ordo” della messa, è: “Il Signore onnipotente e misericordioso ci conceda il perdono, l’assoluzione e la remissione dei nostri peccati.”
(5) Altre osservazioni sul nuovo Confiteor saranno fatte quando analizzeremo la cena luterana (vedi pp. 143 e ss.).
(6) “V. – O Dio, se Ti rivolgi a noi, ci renderai la vita.
R. – E il tuo popolo si rallegrerà in Te.
V. – Mostraci, Signore, la tua misericordia.
R. – E donaci la tua salvezza.
V. – Signore, esaudisci la mia preghiera.
R. – Ed il mio grido giunga fino a Te.
V. – Il Signore sia con voi.
R. – E con il tuo spirito.”
(7) Il sacerdote dice questa preghiera mentre ascende all’altare. La sua formula originale è: “Togli da noi, Te ne supplichiamo, o Signore, le nostre iniquità: affinché meritiamo di entrare con anima pura nel Santo dei Santi. Per Cristo nostro Signore. Amen. ”
(8) Questa preghiera si riferisce specialmente ai Santi le cui reliquie sono nell’altare: “O Signore, Ti preghiamo per i meriti dei tuoi Santi, dei quali son qui le reliquie, e di tutti i Santi: perché Ti degni di perdonare tutti i miei peccati. Amen. ”
(9) Si dice questa preghiera prima del Vangelo. Dal testo tradizionale che qui riproduciamo, il nuovo “Ordo” ha soppresso tutto ciò che è tra parentesi: “Purifica il mio cuore e le mie labbra, o Dio onnipotente, (Tu che purificasti le labbra del profeta Isaia con carbone acceso, nella tua benigna misericordia degnati di purificare me) affinché io possa annunciare degnamente il tuo (santo) Vangelo. (Per Cristo Nostro Signore. Amen.)”.
(10) Come diremo più avanti (pp. 66 e ss.), il nuovo “Ordo” ha eliminato l’offertorio tradizionale, rimpiazzandolo con una semplice “preparazione delle offerte”, che lo avvicina alla liturgia protestante (vedi specialmente le pp. 70-71). Quasi tutte le preghiere che sono state soppresse affermano nettamente la nozione di perdono dei peccati.
(11) Riproduciamo il testo tradizionale di questa preghiera, mettendo tra parentesi le parole che sono scomparse nel nuovo “Ordo”: “O Signore Gesù Cristo, la comunione al tuo Corpo, (che io indegno ardisco ricevere), non si trasformi per me in giudizio e in condanna, […].”.
(12) “Fa, o Signore, che quanto abbiamo ricevuto con la bocca, lo accogliamo con animo puro, e di dono temporaneo ci diventi rimedio sempiterno.”.
(13) “O Signore, il tuo Corpo che ho assunto e il tuo Sangue che ho bevuto aderiscano all’intimo dell’anima mia; e fa che non rimanga alcuna macchia di peccato in me, rinnovato da questi puri e santi sacramenti. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.”.
(14) “Sia a Te gradito, o Santa Trinità, l’omaggio della mia servitù: e fa che questo sacrificio, offerto da me indegno sotto gli sguardi della tua maestà, a Te sia accetto; e a me e a tutti quelli per i quali l’ho offerto sia, per tua misericordia, di propiziazione. Per Cristo Nostro Signore. Amen.”.
(15) Vedi pp. 23 e ss.
(16) Oltre alle preghiere Suscipe Sancta Trinitas e Placeat tibi, indirizzate alla SS.ma Trinità, sono sparite le invocazioni trinitarie che chiudono numerose preghiere dell’“Ordo” tradizionale: Deus, qui humanæ substantiæ; Libera nos quæsumus; Domine Iesu Christe, Fili Dei vivi e Perceptio Corporis.
(17) Evidentemente, questa tendenza a non insistere sul mistero della Trinità ha delle pericolose ripercussioni nell’ecumenismo, favorendo un sincretismo di sapore modernista con le religioni non-cristiane.
(18) Nelle pp. 156-157 dimostriamo come questa diminuzione del numero di invocazioni del Kyrie piaccia ad alcuni protestanti.
(19) Nelle pp. 147 e ss. analizziamo più ampiamente la posizione dei protestanti su questo argomento.
(20) San Roberto Bellarmino: “Non si deve negare che nella messa il pane e il vino sono offerti in un dato modo, e che dunque essi fanno parte di ciò che viene sacrificato.” (De missa, libro I, cap. 27, p. 552). “[…] nella messa non si offre il pane come un sacrificio completo, ma come un sacrificio incoativo che deve essere completato.” (ibid., p. 253). “L’oblazione del pane e del vino che precede la consacrazione fa parte dell’integrità e della pienezza del sacrificio” (ibid., p. 523).
Suarez: “[…] Cristo ha offerto e istituito questo sacrificio in quanto Sommo Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech; dunque, in un certo qual modo, egli ha offerto il pane ed il vino, non solo come materia, ma anche come termine dell’oblazione, poiché tale era il sacrificio di Melchisedech” (in Parte III, disp. 75, sez. I, n. 9, p. 652). “[…] il pane e il vino sono qui [nella messa] offerti in un dato modo, tuttavia essi non sono offerti semplicemente come degli accidenti, ma in quanto sostanza; ed è per questo che fanno parte di ciò che è offerto, sia in quanto agli uni sia in quanto all’altra” (ibid., n. 11, p. 653). “Noi affermiamo qui che l’offerta non è semplicemente costituita da Cristo, ma anche, in un certo qual modo, dal pane e dal vino. Ciò non significa che ci siano due sacrifici, perché queste due cose costituiscono i termini a quo e ad quem del medesimo sacrificio, poiché il pane diventa il Corpo di Cristo, la cui presenza santifica la specie” (ibid., n. 12, p. 653).
Cornelio a Lapide, commentando il passo di San Matteo (XXVI, 26), in cui si legge che Nostro Signore benedice il pane prima della consacrazione, scrive: “Cristo non ha benedetto il Padre, come dicono gli eretici, ma ha benedetto il pane e il vino” (p. 555).
Diekamp-Hoffmann (edizione del 1934): “Nell’offertorio della messa, le sostanze del pane e del vino sono offerte come ostie seconde [hostia secundaria], affinché Dio possa convertirle in ostie prime [hostia primaria]” (Man. Theol. Dogm., vol. IV, p. 224).
C. Callewaert (+ 1943), difendendo la tesi secondo cui l’offertorio non è una semplice preparazione al sacrificio, ma piuttosto una vera oblazione, “un dono fatto a Dio con intenzione sacrificale” (De offerenda…, p. 70), scrive: “Apparentemente, il primo a scagliarsi contro il concetto tradizionale di oblazione fu Lutero. Con l’obiettivo di negare alla messa la sua natura di vero sacrificio, egli ragionava contro i cattolici nella seguente maniera: non si può donare niente a Dio, poiché egli possiede già tutto; è per questo che nella messa non si può fare un’oblazione come una donazione, quindi nella messa non v’è sacrificio (ibid., pag. 70).
Esprimono la stessa opinione: De Lugo, De Sacr. Euch., disp. XIX, sez. VII, n. 99, pp. 208-209; Bossuet, Explication de quelques difficultès…, nn. 36-37, cit. da Billot, De Eccl. Sacr., I, pp. 599-600; Pesch, Prælectiones…, vol. VI, p. 382; Billot, ibid.; Fortescue, La messe, pp. 391-392; Gihr, Le saint sacrifice de la messe, pp. 196, 218-222 e 233; Penido, O mist. do sacram., pp. 288-289; Abàrzuza, Man. Theol. Dogm., vol. IV, p. 280.
Vedi anche: Concilio di Firenze, Denz.-Sch. 1320; Jungmann, El mist. de la misa, pp. 51-54, 629-671 e 741-744; Garrido, Curso de liturgia, pp. 266-267; ed anche i testi liturgici e i numerosi Padri della Chiesa citati da questi autori: Sant’Ireneo, Tertulliano, Origene, san Cipriano, sant’Ippolito, sant’Agostino, san Gregorio Magno, ecc.
(21) Vedi p. 64.
(22) Vedi pp. 147 e ss.
(23) Vedi questo passo per intero nelle pp. 147-149.
(24) Citiamo e commentiamo queste affermazioni di Lutero nelle pp. 148-149.
(25) Citiamo il testo intero di L. Reed alle pp. 147 e ss.
In parte, la soppressione di questa preghiera, come quella di molte altre, è dovuta al principio secondo cui bisogna omettere “tutto ciò che è stato ripetuto nel corso dei tempi, o ciò che è stato aggiunto senza una vera necessità” (Const. Sacros. Conc., n. 50, vedi anche Const. Apost. Missale Rom., pag. 10). A proposito di questa preghiera in particolare, essa è evidentemente utile, quantomeno per affermare il dogma cattolico contro l’eresia protestante.
D’altra parte, il rifiuto sistematico delle ripetizioni e delle anticipazioni ci sembra contrario allo spirito tradizionale della Chiesa. Non è questa la sede per una esposizione dettagliata della ragion d’essere di queste ripetizioni e anticipazioni in tutto l’ordine dell’essere, specialmente nella dottrina e nella vita della Chiesa. Possiamo solo osservare che la metafisica e la teologia della ripetizione, come dell’anticipazione, sono quelle che dimostrano la teoria dei pre-figurati, dei post-figurati e dei controtipi; sono quelle che spiegano la natura essenzialmente tradizionale della Chiesa; sono quelle che rendono intelligibile il ciclo liturgico nelle fasi che si ripetono ogni anno; sono quelle che giustificano le litanie e altre preghiere in cui una stessa idea, sempre vecchia e sempre nuova, è ripetuta più volte per nutrire la pietà dei fedeli e per esprimere l’immutabile eternità di Dio. In poche parole, noi riteniamo che solo il razionalismo protestante è capace di condannare le ripetizioni e le anticipazioni come queste.
(26) Vedi p. 27.
(27) Ci riferiamo al libro Nuevas normas de la misa, già citato, pp. 15-16.
(28) Si noti il naturalismo di questo concetto: la “vera benedizione discendente” è il pane, che ci dà “forza, vita ed energia”. Nella seguente enumerazione, il termine “grazia” appare parallelamente a “vita e fecondità”; non è quindi chiaro che si tratti della grazia soprannaturale.
D’altra parte, la frase “noi non domandiamo a Dio di benedire il pane” rivela una concezione dell’offertorio radicalmente protestante, come diremo nelle pp. 147 e ss.
(29) Nuevas normas…, p. 39; le maiuscole sono nostre.
(30) Vedi pp. 64 e ss.
(31) Per questo motivo, si dice che il sacrificio della Croce è nell’ordine della redenzione oggettiva, e che la messa è nell’ordine della redenzione soggettiva, vale a dire quella dell’applicazione agli uomini dei meriti ottenuti da Nostro Signore sulla croce (a questo proposito si veda Lercher, Instit. Theol. Dogm., vol. IV-2-1, p. 307).
(32) Vedi p. 64.
(33) Vedi pp. 64 e ss.
(34) Anche i termini impiegati dall’”Institutio” non indicano una vera oblazione sacrificale, ma una “preparazione delle offerte” o una “presentazione dei doni”: preparatio donorum (preparazione dei doni, nn. 48, 49 e 53); dona afferuntur (i doni portati, nn. 49 e 59); afferuntur panem et vinum (il pane e il vino sono portati, n. 48); oblationes afferuntur […], praesentantur […], super altare deponuntur, (le offerte sono portate […], presentate […], sono poste sull’altare, n. 49); usquedum dona super altare deposita sunt (fino a che i doni sono depositati sull’altare, n. 50); dona in altari collocata (i doni collocati sull’altare, n. 51); depositione oblatorum facta (fatta la deposizione delle offerte, n. 53).
Il termine “offertorio” compare in diversi paragrafi dell’”Institutio” (nn. 17, 50, 80c, 100, 133, 166, 167, 221, 235 e 324), questo, tuttavia, non è sufficiente per dare a questa parte della messa il senso tradizionale dell’oblazione, prova ne è che i protestanti non rifiutano il termine “offertorio” (vedi pp. 96 e ss.)
(35) Su questo punto, le traduzioni in portoghese dell’”Ordo” non hanno seguito letteralmente l’originale latino, ma sono rimaste in accordo col suo senso di fondo: ecco perché si è tradotto offerimus con apresentamos (presentiamo).
(36) Vedi pp. 68 e ss.
(37) Nuevas normas…, pp. 125-126. La traduzione di potus spiritualis come “bevanda di salvezza” è un’infedeltà ulteriore della traduzione.
(38) L’eliminazione delle frasi ha richiesto che il verbo esse del testo tradizionale fosse sostituito da efficiamur. La modifica sarebbe priva d’importanza dottrinale, se essa non derivasse dalla soppressione della domanda esplicita “accordaci”. Così come si presenta nel nuovo “Ordo“, la preghiera indica solo un desiderio, divenendo dunque meno espressiva del testo postulante dell’”Ordo” tradizionale.
(39) Vedi p. 149.
(40) Vedi il testo che abbiamo citato alle pp. 69-70.
(41) Nella cena luterana vi sono diversi riferimenti al peccato (vedi pp. 146-147).
(42) Vedi p. 63.
(43) Ricordiamo che vi sono dei protestanti che ammettono che nella messa si compia un sacrificio, ma senza carattere propiziatorio (vedi pp. 141-142).
(44) Vedi pp. 66-67.
(45) Vedi l’osservazione sullo stesso effetto, pp. 68 e ss.
(46) Vedi pp. 66-67 (Suscipe Sancte Pater), p. 68 (Offerimus Tibi), p. 74 (Per intercessionem), p. 74 (Suscipe Sancta Trinitas).
(47) Vedi pp. 73-74.

2 Commenti a "“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Terzo (parr. A-B)"

  1. #bbruno   13 Novembre 2018 at 3:20 pm

    Ciò che infastidisce in queste considerazioni – seppure ottime per altro verso – è che mentre in alcuni punti di essa si riconosce la presenza nella messa NO di caratteristiche che contraddicono la dottrina cattolica in quanto chiaramente di impostazione protestante, dall’altra si tende continuamente a ridurre queste differenze sostanziali a semplici attenuazioni o indebolimento della dottrina cattolica.

    Parlare di una “vera e propria soppressione dell’offertorio di Pio V”, quindi della dottrina che vi sottende, non è già – e basterebbe solo questo punto- uno squalificare dal punto di vista cattolico la Nuova Messa pretestuosamente cattolica? Pià avanti si dice ancora che “i tre elementi” soppressi nel nuovo rito “distinguono senza ombra di dubbio la messa cattolica dalla cena protetstante” . Quindi i due riti, quello protetstante e quello NO combaciano, e quindi il NO non è cattolico. E ancora. Se i novelli cattolici riformatori hanno abolito nella loro nuova messa il “suscipe Sancte Pater” perché abominevole” e tale da suscitare “orrore” agli occhi di Lutero e dei protestanti, vorrà ben dire che i nuovi cattolici riformatori si sono conformati a questo sentimento di orrore per una preghiera abominevole , e quindi sono diventati riformatori alla maniera dei protetstanti. E ancora. Se le nuove preghiere sul pane e sul vino “modificano sostanzialmente il senso esatto dell’offerta del pane e del vino”, che cosa ci stanno a fare in un rito che vorrenbbe essere cattolico alla maniera di sempre?

    Ma nononostante tutto ciò, abbondano le forme della cautela: con questa nuove preghiere si correrebbe SOLO il rischio di una ‘attenuazione’ o ‘diminuzione’ o ‘confusione’ o ‘opacità’ o ‘indebolimento’ della dottrina cattolica; quindi : non si tratterebbe più, in contrasto con quanto detto INSIEME, di NEGAZIONE e stravolgimento della dottrina cattolica, ma di una seppur deprecabile attenuazione di correttezza dottrinale!.Ecco, di qui nascerec la teoria del tutto deprecabile che la nuova messa eh vabbe’ non sarà perfetta, ma pur sempre valida è. Al diavolo invece questa messa al diavolo i nuovi vattolici divenuti protetstanti con 500 anni di ritardo: geniali!

    [ senza dire della ‘forma sacramentale’ della nuova ‘consacrazione’, stravolta nella punteggiatura, nella omissione del “mysreium fidei” (che per san Tommaso da sola quella forma invaliderebbe), ridotta a semplici parole che veicolano il RACCONTO dell’ ‘istituzione eucaristica’ , la ‘NARRATIO INSTITUTIONIS dice l’ Instructio al N.55d, non più ‘verba CONSECRATIONIS, quindi dicibili da tutti i presenti , dove tutti infatti divengono ‘ ‘celebranti’ -fasulli- di un rito -fasullo- presieduto da un prete –come sacerdote, fasullo!]

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  2. #bbruno   14 Novembre 2018 at 6:35 pm

    dimenticavo di ricordare , a suggello e sostegno della bocciatura in toto della Nova Missa, il principio antico che recita: Bonum ex integra causa, malum ex QUOCUMQUE DEFECTU…E qui , in questa detta missa, di deficienze dottrinali ce n’ è una dopo l’altra: quindi ‘haec missa MALUM est. Ma si sa, mica siamo nel Medioevo! E allora sragioniamo pure…siamo moderni! Una messa meno bona ma pur sempre bona…Da piangere…

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