“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Terzo (parr. C-D)

Nota di Radio Spada : Continuiamo con la pubblicazione a puntate delle “Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” del Professore Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, una delle voci più eminenti nell’ambito della Tradizione Cattolica, da poco spentasi. Nel pezzo di oggi l’eminente Autore affronta il punto più spinoso della riforma della Messa, ossia la riforma del Canone, l’introduzione di nuove preci eucaristiche, confezionate a tavolino, e sopratutto la modifica delle formule di consacrazione, ossia quelle parole che costituiscono la forma del Sacramento, per le quali avviene la transustanziazione. A tal proposito, la nota 15 del sempre attuale “Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ»” osservava: “Le parole della Consacrazione, quali sono inserite nel contesto del Novus Ordo, possono essere valide in virtù dell’intenzione del ministro. Possono non esserlo perché non lo sono più ex vi verborum o più precisamente in virtù del modus significandi che avevano finora nella Messa. I sacerdoti, che, in un prossimo avvenire, non avranno ricevuto la formazione tradizionale e che si affideranno al Novus Ordo al fine di «fare ciò che fa la Chiesa» consacreranno validamente? È lecito dubitarne“.

 

FONTE: Inter multiplices Una Vox, NOVUS ORDO MISSÆ. Studio critico di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira

PUNTATE PRECEDENTI:
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira. Introduzione
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. A-D)
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Primo (parr. E-H)
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Secondo
“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Terzo (parr. A-B)

 

 

C) La prima Preghiera Eucaristica o Canone Romano
Nel nuovo ordinario della messa, ci sono quattro “preghiere eucaristiche”, a scelta del sacerdote secondo le regole esposte nell’”Institutio” al n° 322. La prima preghiera eucaristica o canone romano, può essere utilizzata sempre.
Considerato superficialmente, il canone romano sembra che abbia subito solo modifiche insignificanti. Tuttavia, un’analisi più attenta rivela che i cambiamenti introdotti tendono in generale, e talvolta in modo sottile, a collocare opportunamente nel testo la concezione dell’Eucaristia intesa come semplice agape compiuta dalla comunità, sotto la presidenza del celebrante, in commemorazione della passione e della resurrezione di Nostro Signore.
Come vedremo tra breve, oggi è difficile definire “romano” questo canone.

Nella messa di san Pio V, è presente una chiara separazione tipografica tra la parte narrativa della consacrazione e le parole che realizzano la transustanziazione. Per indicare in maniera indubitabile che queste ultime sono dette affermativamente, in persona Christi, e non come una semplice narrazione, la prima parte del testo si chiude con un punto. In questo modo, diviene chiaro che da quel momento il sacerdote comincia a parlare a nome di Nostro Signore. Inoltre, le espressioni che contengono le parole della consacrazione sono stampate a grandi lettere.
Nel nuovo “Ordo“, il testo che precede le parole della consacrazione termina con i due punti, e benché nelle espressioni che contengono le parole della consacrazione siano stati conservati i caratteri grandi , vi si trovano aggiunte delle nuove frasi, così che un maggior numero di parole non essenziali per la transustanziazione appaiono anch’esse a grandi lettere. Evidentemente, si tratta di un ulteriore passo che conduce facilmente all’idea che la consacrazione non sia nient’altro che una narrazione storica dell’istituzione dell’Eucaristia (48).
Affinché il lettore possa distinguere le modifiche d’ordine tipografico introdotte nella consacrazione, riproduciamo qui sotto il testo tradizionale ed il nuovo testo (49).

 

TESTO DELL’”ORDO” DI SAN PIO V
“Il quale, il giorno prima di patire, prese il pane nelle sue sante e venerabili mani e, alzati gli occhi al cielo, a Te Dio suo Padre onnipotente, rendendoTi grazie, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: prendete e mangiatene tutti.

QUESTO INFATTI È IL MIO CORPO.

E in modo simile, dopo aver cenato, prendendo questo glorioso calice nelle sue sante e venerabili mani: di nuovo rendendoTi grazie, lo benedisse e lo diede ai suoi discepoli dicendo: prendete e bevetene tutti.

QUESTO INFATTI È IL CALICE DEL MIO SANGUE, DEL NUOVO ED ETERNO TESTAMENTO: MISTERO DELLA FEDE: CHE PER VOI E PER MOLTI SARÀ SPARSO IN REMISSIONE DEI PECCATI.

Tutte le volte che farete questo, lo farete in memoria di me.”

 

TESTO DEL NUOVO “ORDO”
“Alla vigilia della sua passione, egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, e alzando gli al cielo a Te Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

PRENDETE E MANGIATENE TUTTI: QUESTO È IL MIO CORPO OFFERTO IN SACRIFICIO PER VOI.
Dopo la cena, allo stesso modo, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, Ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

PRENDETE, E BEVETENE TUTTI: QUESTO È IL CALICE DEL MIO SANGUE PER LA NUOVA ED ETERNA ALLEANZA, VERSATO PER VOI E PER TUTTI IN REMISSIONE DEI PECCATI. FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME.
Come si può osservare, l’espressione che segue la consacrazione del vino è stata sostituita. Da notare come il nuovo testo, “Fate questo in memoria di me”, sia meno distante dell’idea che la messa è solo una semplice commemorazione, più di quanto lo fosse il testo originale: “Tutte le volte che farete questo, lo farete in memoria di me”.

Bisogna sottolineare che il nuovo testo della consacrazione, così definito in seguito alle modifiche appena indicate, di per sé non è inaccettabile. In alcune liturgie cattoliche orientali, per esempio, si incontra la stessa punteggiatura adottata dal nuovo “Ordo“, così come l’espressione “offerto in sacrificio per voi” annessa alla consacrazione del pane, ecc. Ciò che si deve considerare con riserva, è il fatto che tutte queste alterazioni tendono ad avvicinare il canone romano al nuovo concetto della messa espresso nell’”Institutio“. In altri termini, i nuovi testi del canone chiamato romano, benché in sé stessi siano accettabili, sono tuttavia meno chiari di quelli antichi; e il fatto che la parte centrale della messa sia divenuta meno distante dal protestantesimo, tende a creare confusioni inammissibili ed estremamente nocive per la fede.

Allo stesso tempo, nel canone detto romano, sono stati soppressi ventiquattro segni di croce fatti dal celebrante (50); gli inchini di riverenza sono stati ridotti da cinque a tre; le genuflessioni da sei a due; i due baci dell’altare sono stati eliminati. Tutte modifiche che, di per sé, tendono ad indebolire la natura sacrale della messa, con le conseguenti ripercussioni sulla fede nella presenza reale, nel carattere di sacrificio della messa, nella trascendenza di Dio, ecc.

Introducendo il racconto della Cena, il nuovo “Ordo” presenta questa rubrica:
“Nelle formule seguenti, le parole del Signore saranno pronunciate in maniera chiara e comprensibile, come lo esige la loro natura” (51). Questa prescrizione, che è anche valida per le parole della consacrazione propriamente detta, ci appare estremamente grave:
1° da una parte, perché essa rende la messa cattolica simile alle cene di Zuiglio (52) e Lutero (53), ecc.;
2° dall’altra, perché la rubrica in questione non stabilisce solo che la parte centrale della messa sia letta ad alta voce, ma aggiunge che questo lo esige la natura stessa delle parole. Ora, quest’ultima asserzione è già stata condannata dalla Chiesa, come abbiamo indicato trattando di una disposizione simile presente al n° 12 dell’”Institutio” (54).
In questa rubrica, non si può dire che la congiunzione prouti (come) sia impiegata in senso semplicemente proporzionale, e cioè indicante unicamente che le parole che seguono devono essere pronunciate ad alta voce “nella misura in cui” la natura di ciascuna di esse lo esige. Una tale interpretazione, oltre al fatto che violerebbe il contesto e sopprimerebbe ogni ragion d’essere della rubrica stessa, è formalmente smentita dallo stesso n° 12 dell’”Institutio“.

L’invocazione alla maggior parte degli Apostoli e dei Martiri, i cui nomi figurano nella messa tradizionale, è divenuta facoltativa (55).

Anche il riferimento alla mediazione di Gesù Cristo tra noi e Dio Padre, nella stessa messa, ha cessato di essere obbligatorio in molte preghiere (56). Questa modifica contribuisce ad avvicinare la messa alla liturgia dei protestanti. In effetti, secondo costoro, la messa non è un vero sacrificio propiziatorio, non è un autentico rinnovamento dell’immolazione di Nostro Signore sulla Croce, ma una semplice agape commemorativa dell’ultima Cena. In questa concezione eretica, il gradimento chiesto a Dio Padre per ogni messa non sarebbe più necessario. Certo, si potrebbe domandare a Dio che accetti questo banchetto commemorativo, ma una tale accettazione non richiederebbe la mediazione sacrificale di Nostro Signore; per cui non ci sarebbe più ragione per conservare la particolare insistenza con cui il messale romano afferma che le preghiere del sacerdote salgono all’Eterno Padre “per Gesù Cristo Nostro Signore”.

Secondo il nuovo “Ordo”, immediatamente dopo la consacrazione, chi assiste alla messa deve fare un’acclamazione, per la quale sono proposti tre testi. Due di essi terminano con l’espressione “nell’attesa della tua venuta”:
“Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
“Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta”.
Senza dubbio, l’espressione “nell’attesa della tua venuta” è di san Paolo (l Cor. XI, 26) e dunque di per sé non può essere censurata. In questa prima lettera ai Corinti, essa indica l’attesa della seconda venuta di Gesù. Tuttavia, messa immediatamente dopo la consacrazione, allorché Nostro Signore è appena venuto sostanzialmente sull’altare, essa può lasciar credere che Egli non sia presente, che Egli non sia venuto personalmente sotto le specie eucaristiche. Tale innovazione, in tempi in cui negli ambienti cattolici grava una preoccupante tendenza a negare la presenza reale, ha per conseguenza inevitabile quella di favorire la diminuzione della fede nella transustanziazione.

 

D) Le nuove preghiere eucaristiche
Se si confronta con l’”Ordo” tradizionale (57), una delle principali novità dell’”Ordo” del 1969 è l’aggiunta al canone romano di tre nuove preghiere eucaristiche. Per questo motivo non esiste più un vero “canone” nella messa, e cioè una regola esclusiva secondo la quale si deve celebrare il sacrificio. Ne consegue che la nuova liturgia chiama tutte queste preghiere, canone romano incluso, “preghiere eucaristiche” (58).
Vedremo adesso alcune delle principali caratteristiche delle tre nuove preghiere eucaristiche.

Nel canone tradizionale, la consacrazione del pane è preceduta da queste parole:
“Il quale, il giorno prima di patire, prese il pane nelle sue sante e venerabili mani e, alzati gli occhi al cielo, a Te Dio suo Padre onnipotente, rendendoti grazie, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: prendete e mangiatene tutti.”
Nel nuovo canone romano questo testo, con le già accennate modifiche di punteggiatura e di presentazione tipografica (59), è stato conservato. Nelle tre nuove preghiere eucaristiche, questo testo ha subito alterazioni profonde e significative.
Alcune espressioni che nel testo di san Pio V mettono in rilievo il carattere sacro e santissimo dell’atto che si sta compiendo, sono state eliminate. Così, vi si dice solamente che Nostro Signore prese il pane, senza menzionare le sue mani sante. L’espressione “alzati gli occhi al cielo” è omessa. Il riferimento d’amore a Dio Padre: “a Te Dio suo Padre onnipotente”, è stato soppresso nella seconda preghiera eucaristica; sostituito da un laconico “a Te” nella terza; e da “a Te Padre santo” nella quarta.

In generale, le parole del canone romano tradizionale che precedono immediatamente la consacrazione del vino, sono state conservate. Tuttavia, sono state introdotte importanti modifiche.
Oltre ai già ricordati cambiamenti di punteggiatura e di presentazione tipografica, e oltre alla soppressione delle parole “nelle sue sante e venerabili mani”, l’espressione “questo glorioso calice” è diventata semplicemente “il calice”: innovazione molto più importante di quanto non sembri. Da una parte, l’eliminazione dell’aggettivo “glorioso” (præclarus) costituisce un ulteriore passo verso la desacralizzazione; dall’altra, è particolarmente grave il fatto che, “questo” calice d’ora in poi non è che “il calice”, e ciò favorisce la teoria secondo cui il sacerdote non agisce in persona Christi, e cioè come rappresentante di Nostro Signore. Questo richiede una spiegazione.
Come abbiamo già visto, l’”Institutio” non è sufficientemente esplicita circa il principio secondo cui il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione in persona Christi (60). Ora, nel testo che esaminiamo, la messa tradizionale ricorre ancora una volta ad un simbolo per indicare che le parole della transustanziazione sono pronunciate a nome di Nostro Signore: il calice che il sacerdote ha dinanzi a sé è considerato come lo stesso sacratissimo calice nel quale Gesù Cristo convertì per la prima volta il vino nel suo preziosissimo sangue. L’eliminazione di questo simbolo così forte, così ricco e così stupefacente, costituisce un altro passo concreto verso l’indebolimento della fede nel principio secondo cui Nostro Signore, principale sacerdos in tutte le messe, è ministerialmente rappresentato dal sacerdote celebrante.

Nelle nuove preghiere eucaristiche, come nel nuovo canone detto romano, il numero dei segni di croce fatti dal sacerdote è diminuito, così come il numero di inchini, di riverenze e di genuflessioni. I baci dell’altare sono stati completamente eliminati.

Anche qui, le rubriche esigono che nelle nuove preghiere eucaristiche le parole della consacrazione siano dette ad alta voce, “come lo esige la loro natura”.

Nei nuovo testi, le invocazioni agli Apostoli ed ai Martiri non sono neanche più facoltative, scompaiono completamente.
I riferimenti alla mediazione di Nostro Signore, pressoché tutti facoltativi nel nuovo canone romano (61), sono stati ulteriormente ridotti nelle tre nuove preghiere eucaristiche.

L’ultima di queste preghiere “contiene un riassunto di tutta la storia della salvezza”, e la si deve utilizzare di preferenza “per quei gruppi di fedeli che hanno una conoscenza più profonda delle sacre Scritture”. Questo è ciò che sostiene il n° 322d dell’”Institutio“. Ora, se analizziamo accuratamente questa preghiera, non possiamo esimerci dal pensare che un giorno un tale testo renderà possibile delle celebrazioni ecumeniche con dei non-cattolici, specialmente con dei protestanti. Ciò detto, si può temere che dei sacerdoti estremamente progressisti ritengano che “i fedeli che hanno una conoscenza più profonda delle sacre Scritture”, quelli di cui parla l’”Institutio“, siano proprio i protestanti!
Analizziamo alcuni passi di questa preghiera eucaristica.
Secondo le rubriche, non si può fare alcun memento di un determinato defunto. L’“Institutio” fornisce una laconica spiegazione per questa strana disposizione, nel n° 322d:
“In questa preghiera, in ragione della sua struttura, non si può inserire una particolare formula per un defunto”.
È difficile comprendere perché la “struttura” di una preghiera eucaristica non possa ammettere un richiamo speciale per dei defunti determinati. In concreto, possiamo dire che questa rubrica rende il testo accettabile per i protestanti, i quali negano l’applicabilità della messa ai morti.
Non si obietti che la quarta preghiera eucaristica contiene un riferimento generale ai defunti, sufficiente per distinguerla dalla cena protestante; un riferimento così vago non sarebbe rifiutato dai discepoli di Lutero, giacché se essi negano l’applicabilità dei frutti della messa ai fedeli defunti, non negano che possiamo ricordarci di loro nelle nostre preghiere (62).
In effetti, in questa quarta preghiera eucaristica il riferimento ai morti è assai vago; in esso si sottolinea che non preghiamo solo per i fedeli defunti. Ecco il testo:
“Ricordati anche dei nostri fratelli che sono morti nella pace del tuo Cristo, e di tutti i defunti, dei quali tu solo hai conosciuto la fede”.
Come si può notare, essa intercede per coloro che, benché non siano morti nella pace di Cristo, sono tuttavia stati salvati dalla loro fede, fede che solo Dio conosce. La formula può lasciare perplessi, poiché, pur essendo suscettibile di un’interpretazione ortodossa, essa tende a preservare la coscienza di coloro che non desiderano appartenere alla Chiesa cattolica: forse essi hanno una “fede” sconosciuta agli uomini, ma conosciuta da Dio.
La formula impiegata nella quarta preghiera eucaristica per intercedere in favore dei vivi è altrettanto “ecumenica”.
“Ora, Padre, ricordati di tutti quelli per i quali noi ti offriamo questo sacrificio: del tuo servo e nostro Papa…, del nostro Vescovo…, del collegio episcopale, di tutto il clero, di coloro che si uniscono alla nostra offerta, dei presenti e del tuo popolo e di tutti gli uomini che ti cercano con cuore sincero.”
Ecco un’altra formula che può essere interpretata in senso ortodosso, ma che è ambigua e pericolosa, poiché insinua, infatti, che una vaga e generica “sincerità” nel “cercare” Dio è una condizione sufficiente di salvezza (63).

Per concludere: in linea generale, tutto ciò che nella prima preghiera eucaristica, che imita il canone romano tradizionale, suona male alle orecchie cattoliche è ripreso e ancor più accentuato nelle tre nuove preghiere eucaristiche.
In altri termini, il nuovo canone detto romano sarà probabilmente usato solo da alcuni sacerdoti tradizionalisti a cui non piacciono le nuove preghiere eucaristiche. I sacerdoti progressisti celebreranno probabilmente facendo uso solo delle nuove preghiere eucaristiche, di modo che in pratica finiranno col soppiantare il canone detto romano, lasciandolo cadere in disuso.
Inoltre, l’introduzione delle nuove preghiere eucaristiche apre la strada ad altre innovazioni, e costituisce già in sé un attacco contro la tradizione, la quale vede nel canone della messa come una norma inflessibile per l’atto sacratissimo del sacrificio da offrire.

 

NOTE
(48) Nelle pp. 29 e ss. segnaliamo altre manifestazioni della stessa tendenza nella nuova messa.
(49) Diamo una traduzione letterale, conservando anche le lettere maiuscole e minuscole del testo latino. Non traduciamo le rubriche.
(50) Dei 26 segni di croce prescritti dal canone romano tradizionale, ne restano solo 2: nelle preghiere Te igitur e Supplices. È stato eliminato anche il segno della croce durante il Sanctus.
(51) In formulis quae sequuntur, verba Domini proferantur distincte et aperte, prouti natura eorundem verborum requirit.
(52) Vedi p. 135.
(53) Vedi pp. 152-153;
(54) Vedi pp. 32-33.
(55) Nelle preghiere Communicantes e Nobis quoque peccatoribus, dell’”Ordo” di san Pio V.
(56) Le invocazioni “Per Cristo nostro Signore. Amen.” o “Per lo stesso Cristo nostro Signore. Amen.”, adesso sono facoltative alla fine delle preghiere Communicantes, Hanc igitur, Supplices Te rogamus e del memento dei defunti.
(57) Ancor prima dell’”Ordo” del 1969, Paolo VI aveva introdotto una modifica identica nel messale romano, scrivendo tre nuove preghiere eucaristiche che potevano sostituire il canone tradizionale.
(58) A p. 153, segnaliamo che i protestanti preferiscono l’appellativo di “preghiera eucaristica” piuttosto che quello di “canone”.
Nelle pp. 143-144 e 152-153, dimostriamo che anche Lutero, che andava proclamando con forza la necessità di restaurare la messa dei tempi apostolici ed evangelici, scrisse delle nuove preghiere per la sua messa.
(59) Vedi pp. 76 e ss.
(60) Vedi pp. 30 e ss.
(61) Ci riferiamo al fatto che, nel sacrificio della messa, Gesù Cristo è il mediatore tra Dio Padre e noi. Questa mediazione è soprattutto indicata dalla formula “per Cristo nostro Signore”, come abbiamo detto alle pp. 79-80.
(62) Vedi, Reed, The Lutheran liturgy, pp. 314 e 345.
(63) L’esistenza di questa insinuazione è innegabile, poiché, diversamente, non si potrebbe spiegare perché non pregare per tutti gli uomini in generale.
Di più, in nessun passo di questa quarta preghiera eucaristica, è precisato che la messa è offerta in primo luogo per i cattolici. Nella Summa Theologiae, III, 79, 7, 2, san Tommaso spiega la ragione dogmatica per la quale “nel canone della messa non si prega per quelli che sono fuori dalla Chiesa”.

Un commento a "“Considerazioni sull’Ordo Missae di Paolo VI” (da Silveira). Capitolo Terzo (parr. C-D)"

  1. #bbruno   20 Novembre 2018 at 9:25 am

    qualcuno sa spiegarmi la teoria per cui se uno si muove verso l’errore, consapevolmente e di proposito, non è già vittima dell’errore stesso? Volere indebolire la verità, per rendersi simpatici con chi è, diciamo, nell’errore, e pensare di restare nella verità, è un concetto che deve essere spiegato. Se è possibile.

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