[EVELYN WAUGH: LETTERE SUL CONCILIO] I dubbi di Sir Alec Guinness e la lunga ombra del Concilio

di Luca Fumagalli

Evelyn Waugh

Sulle riforme prodotte dal Concilio Vaticano II (1962-1965) sono state scritte migliaia e migliaia di pagine. Negli ultimi decenni sacerdoti, teologi e storici di ambiente “tradizionalista” hanno studiato praticamente ogni aspetto dei documenti conciliari, portando alla luce le tante aporie ed eterodossie. La bimillenaria dottrina cattolica è stata contaminata da quello che Paolo VI – uno dei principali artefici di tale disastro – chiamò «il fumo di Satana». Il post Concilio non fece altro che confermare le previsioni più cupe, e da allora la Chiesa vive una profondissima crisi che, lungi dall’essersi esaurita, sembra destinata ad aggravarsi ulteriormente. Lo smarrimento dei fedeli, il calo delle vocazioni e, più in generale, la scarsa incidenza del mondo cattolico sulla società, sono solo alcune delle manifestazioni più eloquenti di una decadenza galoppante. Del resto chi all’epoca palesò il proprio disappunto venne ignorato e tacciato di essere «profeta di sventura».

Anche in Inghilterra non poche persone seguirono con preoccupazione i resoconti dei dibattiti dell’assise conciliare (tra gli sparuti entusiasti spicca il nome di Graham Greene)[1]. «Dal pontificato di Pio XII molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere portando via da Roma lo splendore e il mistero»: così, ad esempio, scriveva Alec Guinness nella sua autobiografia. L’attore, a metà degli anni Ottanta, lamentava «la banalità e la volgarità delle traduzioni che avevano soppiantato il magnifico latino» della liturgia, per non parlare poi «della stretta di mano e dei sorrisi imbarazzanti o affettati che avevano sostituito la gestualità più antica». I giudizi di Guinness non lasciano spazio ad equivoci. Tuttavia, come molti dei suoi connazionali, era sicuro che la Chiesa prima o poi sarebbe tornata a lodare «il Dio di tutti i tempi, del passato e del futuro, e non l’Idolo della Modernità, così venerato da alcuni dei nostri vescovi, preti e suore in minigonna»[2].

L’attore Alec Guinness in udienza da Pio XII (1958)

Il Concilio Vaticano II fu dunque per parecchi intellettuali britannici un duro colpo che mise alla prova la loro Fede. Evelyn Waugh (1903-1966), romanziere e saggista, ancora oggi tra i più apprezzati autori del Novecento, fu uno di quelli che si oppose apertamente e con maggior veemenza alle riforme da esso partorite.

Waugh, nato protestante, dopo una gioventù disordinata e scandalosa, vissuta tra quei gironi infernali che erano le feste dell’alta società inglese del primo dopoguerra, nel 1930 decise di convertirsi alla Chiesa di Roma, «la sola forma genuina di cristianesimo»[3]. Appresi i rudimenti del Catechismo, venne quindi battezzato il 29 settembre dal gesuita Martin D’Arcy.

Poco meno di un mese dopo, in un articolo del «Daily Express», Waugh tenne a ribadire pubblicamente le ragioni della sua scelta: «Credo che nella presente fase della storia europea il contrasto essenziale sia […] tra il cristianesimo e il caos. […] La civiltà […] non ha in sé il potere per sopravvivere. È nata grazie al cristianesimo […] e non è più possibile […] accettare i benefici della civilizzazione e allo stesso tempo ignorare le basi sovrannaturali su cui riposa». La conclusione del pezzo è ancora più esplicita: «Il cristianesimo esiste nella sua forma più completa e finale nella Chiesa cattolica romana»[4].

L’epistolario di Waugh curato da Mark Amory

Waugh era solo l’ultimo dei tanti uomini di lettere che, nell’Inghilterra del primo Novecento, avevano deciso di farsi cattolici (R. H. Benson, G. K. Chesterton, Compton MacKenzie, Alfred Noyes, Ronald Knox …). A dispetto di quanto sostenevano i progressisti più sfegatati, la Chiesa preconciliare sapeva reggere piuttosto bene il confronto con la cultura moderna. Solo per fare un esempio, nel Regno Unito, a partire dagli anni Trenta, i convertiti si aggiravano intorno ai 12000 l’anno. Il numero iniziò a decrescere proprio negli anni del post Concilio: si faceva un gran parlare di aggiornamento, ma gli sperati effetti positivi del cambio di rotta teologico tardavano a manifestarsi. Il virus modernista aveva infettato una Chiesa che, quasi di punto in bianco, aveva perso tutto il suo fascino. Questi fatti sembrano confermare un celebre aforisma – solitamente attribuito a Chesterton – secondo cui non c’è bisogno di una Chiesa che si muova col mondo ma di una Chiesa che muova il mondo.

La corrispondenza di Waugh sul Concilio Vaticano II

Comunque, fino alla fine dei suoi giorni, Waugh non si arrese e con pochi altri combatté a colpi di articoli, armato solo di macchina da scrivere, una diuturna battaglia contro l’eterodossia dilagante. Anche nel suo poderoso epistolario – edito nel 1980 per la curatela di Mark Amory – sono rintracciabili diverse lettere che si occupano più o meno direttamente delle questioni dibattute al Concilio. Nel 1996 queste lettere vennero radunate da Alcuin Reid in un volumetto, A Bitter Trial, successivamente ampliato e ripubblicato in seconda edizione nel 2011 dalla Ignatius Press.

La presente rubrica, che esordisce con questo articolo, vuole presentare per la prima volta al pubblico italiano gli stralci più significativi delle epistole di Waugh sul Concilio Vaticano II. Ne emergerà un ritratto graffiante, mai banale, con opinioni al vetriolo, attraversato dalla stessa vena satirica che è la cifra caratteristica dei romanzi dello scrittore inglese. D’altronde si sa, davanti alle disgrazie a volte è meglio ridere che piangere.

NOTE:

[1] «La rigidità di buona parte delle opinioni della Chiesa cattolica nei confronti del mondo moderno gli sembrava inopportuna. Come molti dei suoi contemporanei più giovani, […] trovò una fonte di speranza nell’avvento di Giovanni XXIII e poi del Concilio Vaticano II» (R. GRIFFITHS, The Pen and the Cross, Continuum, Londra, 2010, p. 176).

[2] A. GUINNESS, Blessings in Disguise, Hamish Hamilton, Londra, 1985, p. 45.

[3] Cit. in S. HASTINGS, Evelyn Waugh: A Biography, Minerva, Londra, 1994, p. 225.

[4] E. WAUGH, Converted to Rome: Why It Has Happened to Me, «Daily Express», 20 ottobre 1930.

3 Commenti a "[EVELYN WAUGH: LETTERE SUL CONCILIO] I dubbi di Sir Alec Guinness e la lunga ombra del Concilio"

  1. #Leo   2 novembre 2018 at 9:08 am

    Interessante certamente , Ricordiamo da noi Cristina Campo .

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  2. #bbruno   2 novembre 2018 at 9:34 am

    Quindi Evelyn Waugh, nato protestante e convertitosi al cattolicesimo, quindi ben conscio dell’inganno del protestantesimo come forma di cristianesimo, non s’è fatto incantare da una chiesa, seppure romana, che sotto veste di cattolica apparenza s’era convertita al protestantesimo, quindi chiesa cristiana spuria, quindi agente del caos e dell’ inciviltà (come ora chiaramente a tutti manifesto per il suo fervente collaborazionismo con le forze del mondialismo che è fine della civilizazzione). Grande Evelyn! E alla malora questo concilio, con tutte le sue false apaprenze cattoliche (a cominciare dalla sua messa), vero concilium impiorum!

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  3. Pingback: Post-Election Roundup | The Evelyn Waugh Society

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