[EVELYN WAUGH: LETTERE SUL CONCILIO] Archeologi, modernisti e liturgisti

di Luca Fumagalli

Evelyn Waugh

Continua la rubrica “Evelyn Waugh: lettere sul Concilio”. Per chi si fosse perso la prima puntata: https://www.radiospada.org/2018/11/evelyn-waugh-lettere-sul-concilio-alec-guinness-evelyn-waugh-e-la-lunga-ombra-del-concilio/

Il 23 novembre 1962, poche settimane dopo l’apertura dell’assise conciliare, Evelyn Waugh scrisse un lungo articolo, che comparve sullo «Spectator», intitolato The Same Again, Please. In esso, da semplice fedele, Waugh si interrogava sui probabili esiti del Concilio Vaticano II a partire dai temi caldi che l’assemblea avrebbe dovuto discutere. L’argomentazione del romanziere britannico procede per punti, chiara e lineare, in un costante gioco d’alternanza tra dubbi, messe in guardia e suggerimenti.

Dopo una breve introduzione, si entra senza altri fronzoli nel merito della questione.

L’ipotesi di riunire la cristianità – ventilata dallo stesso Giovanni XXIII e pubblicizzata dalle maggiori testate internazionali – pareva a Waugh un’insensatezza: «Non c’è modo che la Chiesa modifichi la propria dottrina per attirare a sé coloro che la disprezzano». Fatta salva una certa cordialità nei rapporti e la possibilità di collaborare per iniziative sociali e umanitarie, la riunificazione con gli scismatici orientali e i protestanti era un’utopica aspirazione che poco aveva a che fare con la realtà dei fatti.

Sul fronte delle riforme strettamente connesse al clero, Waugh era sereno: «Queste cose possono essere lasciate tranquillamente all’esperienza e all’abilità dei padri conciliari».

Era invece meno tranquillo a proposito di un probabile accrescimento del ruolo dei fedeli nella Chiesa. Waugh aveva scarsa fiducia nei confronti dei teologi laici, spesso al limite dell’eterodossia, e considerava vergognose formule allora sempre più in voga come “il sacerdozio dei fedeli”. Chi domandava mutamenti radicali era solo una piccola minoranza: «Credo che molti dei padri conciliari […] abbiano la scomoda sensazione che esista una fetta consistente dei laici che spinga per decisioni che, in verità, sono molto lontane dalle speranza della maggior parte (quella silenziosa) di essi».

Più urgenti, sempre secondo Waugh, erano riforme che normalizzassero l’Indice dei libri proibiti – a volte confusionario e contraddittorio –, che rendessero più rapidi ed efficienti i tribunali ecclesiastici e che definissero con precisione i rapporti tra i fedeli e i vescovi.

Al di là di quanto detto sinora, ciò che sopratutto preoccupava il romanziere inglese erano le insistenti voci che davano per imminente una riforma liturgica: «Recentemente ho ascoltato la predica di un sacerdote appena ordinato, un’entusiasta, che parlava di un “grande vento” che avrebbe spazzato via le inutili aggiunte accumulatesi nel corso dei secoli e che avrebbe riportato la Messa alla sua primitiva e apostolica semplicità». Ma chi voleva davvero questi mutamenti? La risposta è semplice: «Una strana alleanza è stata stipulata tra gli archeologi, assorti nelle loro speculazioni sui riti del secondo secolo, e i modernisti, che vogliono dare alla Chiesa l’impronta della nostra deplorabile epoca. Insieme essi si autodefiniscono “liturgisti”».

Waugh, infine, chiude l’articolo criticando l’architettura strampalata di alcune chiese moderne (a partire dalla nota cappella di Vance, progettata da Matisse), l’uso del volgare nella liturgia in sostituzione del latino e la volontà di alcuni di voler ridurre la Messa a un «pasto comunitario», con la partecipazione attiva dei laici.

La pubblicazione di The Same Again, Please suscitò l’entusiasmo degli ambienti più conservatori del cattolicesimo britannico. L’arcivescovo di Liverpool, John Carmel Heenan – futuro cardinale arcivescovo di Westminster e primate della Chiesa inglese – il 25 novembre scrisse a Waugh una lettera di congratulazioni in cui si rammaricava soltanto che lo scritto non fosse uscito nei mesi precedenti, quando progressisti di ogni sorta avevano riempito il «Tablet» e il «Catholic Herald» con i loro peana rivoluzionari. Dello stesso tenore anche l’epistola del vescovo di Leeds, George Patrick Dwyer, datata 27 novembre.

Al tempo, però, né Waugh, né Heenan, né Dwyer potevano immaginare che solo qualche anno più tardi i loro peggiori timori sarebbero diventati realtà.

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