[EVELYN WAUGH: LETTERE SUL CONCILIO] Abbiate fiducia nei vescovi. Forse…

di Luca Fumagalli

Evelyn Waugh

Quarto articolo della rubrica “Evelyn Waugh: lettere sul Concilio”. Per chi si fosse perso le puntate precedenti:

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Nel 1964 il dibattito intorno alle riforme che si stavano discutendo in seno al Concilio Vaticano II continuava imperterrito. Anche i cattolici del Regno Unito seguivano con attenzione i lavori dei padri conciliari: molti guardavano alle novità con entusiasmo, altri, al contrario, con crescente preoccupazione (tra questi ultimi vi era pure Evelyn Waugh).

John Carmel Heenan, all’epoca Arcivescovo di Westminster – e quindi primate d’Inghilterra –, si trovò costretto a scrivere una lettera pastorale, destinata a essere letta nelle parrocchie il 9 febbraio, con l’obiettivo di stemperare tensioni e dubbi, invitando al contempo i fedeli ad aver fiducia nell’insegnamento della Chiesa: «Lasciatemi dire chiaramente che la Chiesa non ha il potere di trasformare la legge di Dio. Ciò che è sbagliato e immorale non potrà mai diventare giusto. Né potrà essere alterata nessuna dottrina». Heenan esemplifica quanto sostenuto facendo riferimento proprio al caso della riforma liturgica: «Prendete, ad esempio, i cambiamenti nella Santa Messa. Qualcuno di voi è allarmato. Voi immaginate che tutto sarà mutato e che quello che avete conosciuto sin dall’infanzia vi verrà sottratto. Qualcun altro, d’altronde, tifa per le riforme e ha timore che pochissime cose verranno modificate. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati. La Chiesa, ovviamente, farà delle riforme, […] ma niente sarà cambiato se non per il bene delle anime. Noi vescovi, con il Papa, siamo la Chiesa docente».

Waugh dimostrò di condividere, almeno nella sostanza, il messaggio di Heenan. L’8 agosto, infatti, il «Times» pubblicò una lettera in cui – in risposta a un lettore – lo scrittore esprimeva un’incondizionata fiducia nei confronti della gerarchia inglese, perfettamente in grado, almeno a suo giudizio, di garantire ampi spazi d’azione agli estimatori del Vetus Ordo.

Tuttavia Waugh manteneva delle riserve: in una missiva del 3 marzo aveva scritto ad Ann Fleming: «Vado a Roma per la Pasqua così da evitare gli orrori della liturgia inglese». Più o meno nello stesso periodo, poi, non aveva mancato di annotare nel suo diario una fugace riflessione sulla Messa, un capolavoro da preservare ad ogni costo: «La prima volta che sono entrato in chiesa fui attratto non dallo splendore delle cerimonie, ma dallo spettacolo offerto dal sacerdote-artigiano. Lui ha un importante compito da svolgere, per il quale nessun altro è qualificato. […] “Partecipare” – la nuova parola d’ordine – non significa, come credono i tedeschi, fare baccano. Uno partecipa a un’opera d’arte quando si accosta ad essa con reverenza e consapevolezza».

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