Chesterton e Tolkien: le tracce del re dei paradossi nelle opere del professore di Oxford

di Luca Fumagalli

Se la visione della Contea, quella provincia agricola minacciata dai mali dell’industrializzazione, avvicina J. R. R. Tolkien (1892-1973) alle idee del distributismo – un movimento che teorizzava la ripartizione dei mezzi di produzione nel modo più ampio possibile fra la popolazione –, molti altri sono i paralleli esistenti tra le opere del professore di Oxford e quelle del distributista più noto, lo scrittore G. K. Chesterton (1874-1936).

Quest’ultimo era uno degli intellettuali cattolici di punta nella Gran Bretagna dei primi decenni del Novecento e la sua influenza sul mondo culturale del tempo fu considerevole. Al pari di Tolkien, anche lui reputava la “Merry England” un’ideale da perseguire: la vecchia cara Inghilterra medievale, libera dal puritanesimo, dalle ciminiere e dalle tentazioni imperialistiche, poteva ancora rivivere.

Più in generale, come è chiaro dai suoi scritti, Tolkien conosceva e ammirava i lavori di Chesterton. Nel saggio Sulla fiaba (1947), per esempio, Chesterton viene citato in varie occasioni, sempre in termini favorevoli. A tal proposito scrive Robert J. Reilly in Tolkien and the Fairy Story: «Che il cristianesimo romantico di Tolkien non sia unico è ovvio dal riferimento a persone come C. S. Lewis e Charles Williams. Lo storico, a sua volta, troverà dietro tutti e tre il volto di Chesterton, e dietro di lui quello di uno degli autori più apprezzati da Chesterton e da Lewis, George MacDonald».

Chesterton viene menzionato da Tolkien pure in un paio di lettere, ma almeno in un’occasione il professore si dimostrò piuttosto critico nei suoi confronti: in un’epistola del 2 settembre 1944, indirizzata alla figlia Priscilla, Tolkien definì La ballata del cavallo bianco – che molto probabilmente aveva già letto al tempo della pubblicazione, nel 1911 – «non così buona come me la ricordavo». Nonostante ciò, lo studioso Christopher Clausen (in The Lord of the Ring and The Ballad of the White Horse) ha preteso, forse un po’ ingenuamente, di scorgere varie analogie tra il Signore degli anelli e la Ballata, in particolare nel finale, dove in entrambe le opere un re torna a occupare il trono che gli spetta di diritto.

Molti indizi dimostrano un’influenza indiretta di Chesterton sui lavori di Tolkien. Si pensi al senso della meraviglia che permea i romanzi di ambedue gli autori, al gusto per il paradosso (viene in mente Tom Bombadil), all’esaltazione degli umili e al valore della tradizione (in questo senso Barbalbero è la personificazione della filosofia dell’albero di Chesterton).

Come ricorda Joseph Pearce in Tolkien: Man and Myth, corrispondenze maggiormente stringenti tra Chesterton e Tolkien, più che ne Lo Hobbit o nel Signore degli anelli, si possono scorgere in alcuni dei testi meno conosciuti di quest’ultimo: in “Foglia” di Niggle – novella che ha per tema la subcreazione e che riprende quanto di chestertoniano vi è già in Sulla fiaba –, nelle Lettere di Babbo Natale, ne Il fabbro di Wootton Major e ne Il cacciatore di draghi.

Le lettere di Babbo Natale, scritte da Tolkien per intrattenere i figli e pubblicate tre anni dopo la sua scomparsa, hanno in comune con Chesterton la scrittura meticolosa e l’impiego di illustrazioni a corredo del testo. D’altronde lo stesso Chesterton, che amava il Natale, era solito inventare filastrocche e storielle che regalava poi ai tanti bambini che assediavano la sua casa. I due condividevano inoltre una certa malinconia di fondo a causa della scarsa Fede del mondo moderno.

Medesima malinconia caratterizza Il fabbro di Wootton Major (1967). Sebbene l’atmosfera del lungo racconto sia di diffusa rassegnazione, non manca tuttavia quella speranza che contraddistingue ogni libro di Tolkien. La storia del fabbro che viaggia nella terra delle fate è una parabola che reitera i concetti espressi da Chesterton ne Il pozzo e la pozzanghera (1935), con le contrastanti immagini del pozzo della religione e della pozzanghera della scetticismo. La cecità delle persone, incapaci di riconoscere la verità, è un rimando a La sfera e la croce (1909), a Uomovivo (1912) e a molte delle storie di padre Brown.

Il cacciatore di draghi (1949) sfoggia un gusto del divertimento tutto chestertoniano. La vicenda è ambientata in un’idilliaca “Merry England” dove il plebeo Giles riesce ad addomesticare un temibile drago e a ottenere per questo fama e onori. Di conseguenza gli abitanti del villaggio vengono liberati da un avido re e dalla sua corte decadente, composta da cavalieri più interessati alla moda e all’etichetta che alle imprese eroiche. I brani in cui si tessono le lodi della birra e delle taverne riecheggiano passaggi analoghi contenuti nell’Osteria volante (1914).

Tolkien ha sempre sostenuto l’equivalenza tra l’inglese medio e lo hobbit, e sia lui che Chesterton avrebbero potuto essere dei perfetti abitanti della Contea. Sicuramente si sarebbero trovati più a loro agio lì che nella moderna Inghilterra, una terra moribonda, lacerata dal nichilismo filosofico e dall’industrializzazione selvaggia. Ma il grande merito di Tolkien e Chesterton, lungi dal piangersi addosso, sta proprio nell’avere insegnato a schiere di lettori che, in fondo, la vita è come le fiabe: il lieto fine non è una consolazione infantile, è una certezza.

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