IGNAVIA LITURGICA – Breve osservazione sulla convivenza del rito cattolico e del suo contrario della setta conciliare

L’impietosa e commovente penna di Baronio colpisce ancora, dritto nel segno. [RS]

 

Messa di Bolsena (Raffaello Sanzio, 1512, Stanza di Eliodoro). L’affresco immortala la venerazione del Corporale di Orvieto da parte di Giulio II nel 1506 e vuole ricordare per sempre le guerre combattute da questo Papa per la difesa del potere temporale dei Pontefici e quindi della libertà della Chiesa, necessaria al proficuo annunzio della Fede

 

di Cesare Baronio 

FONTE 

 

Il blog Messa in Latino riporta una notizia (qui) secondo la quale, durante l’Assemblea della CEI, alcuni Presuli avrebbero espresso la propria ostilità al Motu Proprio Summorum Pontificum, auspicandone la soppressione. Ovviamente tra le schiere dei conservatori si è subito scatenata una patetica indignatio, nella quale non sono mancati i riferimenti al mai abbastanza vituperato Concilio ed a quel n. 36 della Sacrosanctum Concilium che ipocritamente stabiliva – per tranquillizzare all’epoca i Padri ancora cattolici – che nei riti latini dovesse conservarsi l’uso della lingua latina. 
Col senno di poi – e allora con la lungimiranza che ci meritò l’appellativo di profeti di sventura – sappiamo che quel che la lettera del Vaticano II affermava in un punto sarebbe stato poi contraddetto dalle norme applicative; e che lo spirito di quell’infausta assiste si prefiggeva ben altri obiettivi – tutti peraltro raggiunti – che non la difesa dell’antica Liturgia romana, di cui anzi voleva pervicacemente la soppressione.
Ringalluzziti dal sapersi protetti ed anzi incoraggiati nella loro opera dal Sedicente che siede in Santa Marta, certi Prelati e cosiddetti liturgisti rilevano che la riesumazione della Messa cattolica dopo cinquant’anni di adulterazioni sia un non-sense giuridico. Essi però hanno ragione: ogni religione si dà i proprj riti, e quelli della setta conciliare – che si vuole altra rispetto alla Santa Chiesa fondata da Nostro Signore e che data la propria fondazione a partire dal Concilio, l’unico ch’essa riconosce – devono necessariamente essere espressione di quella religione, e per ciò stesso altri rispetto ai riti della Chiesa Cattolica. Così come altro è il calendario, ed altri sono i cosiddetti santi che oggi si elevano in Roma alla gloria degli altari, quasi si volessero suggellare con la loro grottesca canonizzazione gli atti ch’essi compirono in vita, primo tra tutti, l’idolo del Vaticano II. 
Sarebbe il caso che gli entusiasti del Summorum Pontificum comprendessero finalmente che l’aberrazione liturgica, se non risiede certamente nell’esistenza della Messa cattolica, consiste tuttavia nella sua coesistenza con quell’abominio che è la Cena riformata partorita dal Conciliabolo di Roma. 
Parlare di forma straordinaria e forma ordinaria dello stesso rito è, questo sì, un non-sense, come se Dio Padre potesse esser onorato e glorificato dal Sacrificio del Suo Divin Figlio in modo perfetto in una forma straordinaria ed allo stesso tempo esser onorato e glorificato di meno o per nulla in una forma ordinaria. La Chiesa non può esser allo stesso tempo Sposa dell’Agnello e meretrice di Babilonia, ed ancor meno sperare che questa mentalità da Amoris Laetitia, questo comportamento doppio, siano graditi al Sommo ed Eterno Sacerdote che l’ha fondata anzitutto per perpetuare nei secoli il nuovo ed eterno Testamento nel Suo Sangue.
Parimenti, legittimare il rito venerando a patto che non si rifiuti la sua grottesca parodia filoluterana è un non-sense cui devono sottostare i fautori del conciliarismo diplomatico, di quello strabismo conservatore che si bea dei fasti liturgici ma non osa trarre le dovute conclusioni dalla rivoluzione dottrinale e morale che ha promulgato un rito che ripugna alla Divina Maestà.
Meschini: essi si appellano al Conciliabolo per legittimare ciò che esso aveva in odio, e alla Tradizione per tollerare quanto ad essa si oppone. E non comprendono che il Predecessore si differenziò dal Sedicente solo negli accidenti, ma non nella sostanza. Una mitria gemmata o un cappello da giullare non cambiano il capo che coprono; anzi non di rado quella dissimula l’inganno che viceversa questo rende palese.
L’odio dei Novatori contro la Messa cattolica dovrebbe far riflettere molti moderati sulle ragioni che rendono loro tollerabile un rito infame, concepito con lo scopo satanico di privare Iddio dell’onore che Gli è dovuto, di indebolire la fede nelle anime e di vanificare l’azione della Grazia divina. E non si dica che l’accettazione della liturgia riformata è dettata da ragioni di opportunità e da virtù di prudenza, e che pur di aver la Messa tridentina approvata dal Vescovo si può anche riconoscere la validità del rito montiniano: anche la consacrazione nel corso di una messa nera è valida, se a pronunziarla è un ministro validamente ordinato, ancorché apostata; ma quella sacrilega consacrazione rende presente il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo per profanarlo, così come quella dell’odioso rito conciliare cerca in tutti i modi di sminuirla, per compiacere gli eretici. Con quale coerenza si può tollerare un male oggettivo per vedersi legittimato un diritto ch’è inalienabile e che nessun Papa può conculcare né revocare, e che viceversa, proprio in quanto Papa, dovrebbe invece affermare e difendere?
Un vero cattolico deve detestare il Novus Horror con la stessa veemenza con cui gli eretici detestano la Messa romana. Giacché la tiepidezza dei conservatori finisce per esser il necessario contraltare della tolleranza dei ratzingeriani nei loro confronti. Dimostrano più coerenza i nemici di Cristo come Redaelli, Brambilla e Girardi.
Rimandiamo anche a questi precedenti articoli

 

 

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