«La vita è sempre un miracolo»: gli ultimi giorni di Maurice Baring

di Luca Fumagalli

James Gunn, “Conversation Piece” (G.K. Chesterton, Maurice Baring e Hilaire Belloc), 1932

Al funerale di G. K. Chesterton erano presenti tutti – o quasi – i nomi più importanti della letteratura inglese, compresi i sodali di una vita come Hilaire Belloc e padre Vincent McNabb. Vi era però un assente illustre: Maurice Baring. La salute di quest’ultimo, sempre più compromessa dal morbo di Parkinson, gli aveva impedito di compiere il viaggio per assistere alla cerimonia e per dare al suo caro amico l’estremo saluto. Fu così che con mano tremante Baring dovette accontentarsi di scrivere una lettera di condoglianze quasi illeggibile a Frances, la vedova di Chesterton: «Mi sento come se una torre di forza fosse scomparsa e la nostra stampella nella vita si fosse rotta».

In quel tragico 1936 Baring pubblicò il suo ultimo libro, Have You Anything to Declare?, in cui lo scrittore si immaginava di giungere allo Stige e di dover raccontare a un curioso Caronte quali fossero i suoi autori prediletti. La malattia permise a Baring di vivere altri nove anni, ma la sua capacità di scrivere e di concentrarsi venne progressivamente meno. Nel 1937 stese a fatica alcuni semplici versi che rivelavano il suo stato d’animo: «Il mio corpo è un giocattolo rotto / che nessuno può curare».

La carriera di Baring come narratore fu relativamente corta. Iniziò nel 1921, con la pubblicazione di Passing By – quando Baring era quasi cinquantenne –, per interrompersi prematuramente quindici anni dopo, a causa del progredire della malattia. In questo periodo, tuttavia, diede alle stampe alcuni romanzi di grande valore. C (1924) fu ampiamente elogiato dall’autore francese André Maurois, contribuendo al successo di Baring nei territori d’oltremanica (più che in Inghilterra). Dieci dei suoi libri vennero tradotti in francese, uno dei quali, Daphne Adeane, conobbe ben ventitré ristampe. Cat’s Cradle (1925) fu considerato da Belloc come «un grande capolavoro […], la migliore storia che conosco sulla vita di una donna». Belloc ammirava molto anche Robert Peckham, una saga storica che vantava vari punti di contatto con i lavori di mons. R. H. Benson. Pure Chesterton, come prevedibile, apprezzava i libri di Baring. Nel 1929, poco dopo la pubblicazione di The Coat Without Seam, scrisse all’amico una lettera colma d’affetto e stima. Seppur scocciato da qualche critico (Virginia Woolf su tutti), Baring fu commosso quando, sei mesi prima di morire, scoprì che François Mauriac amava le sue opere, in particolare quel senso unico «della penetrazione della grazia» che egli sapeva trasmettere al lettore.

Negli ultimi cinque anni di vita, ormai incapace di prendersi cura di se stesso, Baring fu accudito da Laura, Lady Lovat, e ospitato al Beaufort Castle, in Scozia. Morì il 14 dicembre del 1945. Tre giorni dopo apparve sul «Times» un necrologio molto lusinghiero. In esso vennero rimarcate «le superbe fondamenta classiche della sua cultura» e la vasta esperienza della «più grande letteratura del mondo, classica e moderna, dalla quale i suoi lavori hanno tratto la loro forza». Sebbene molti lettori inglesi consideravano i romanzi di Baring «una forma di propaganda cattolica», lo scrittore era prima di tutto interessato «a esprimere l’appassionata convinzione che la fede in Dio può da sola ricondurre in porto un’umanità vittima della tempesta». Infine il necrologio chiudeva con un timido auspicio per il futuro: «Il tempo forse confermerà il giudizio di quelli che hanno visto in lui uno dei più sottili, profondi e originali prosatori inglesi contemporanei».

Anche nella malattia e nella sofferenza – così racconta Lady Lovat – Baring non aveva perso nulla del suo buonumore. Non rideva più come una volta, non si lanciava più in folli gare natatorie notturne, non recitava più poesie tenendo in equilibrio sulla testa un bicchiere di vino, ma il suo spirito indomito non cedeva di un millimetro. Sopportò il dolore con stoica pazienza e l’inevitabile venne accettato con confidenza, lo sguardo rivolto al Crocifisso: «La vita per lui non diventò mai un’abitudine, fu sempre un miracolo».

Il «giocattolo rotto» – come Baring si era auto-definito nella poesia del 1937 – era ormai pronto al grande passo. Qualche mese prima della morte non mancò di scrivere dei nuovi versi: «La mia anima è un giocattolo immortale / che nessuno può distruggere».

 

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