L’ammonimento pagano: Achille e l’umiltà cattolica

di Charlie Banyangumuka

Proseguendo questa miniserie sul mondo pagano e sulle prefigurazioni della Vera Fede, ci imbattiamo nella figura colossale di Achille, re dei Mirmidoni, il quale rappresenta l’anima che, una volta morta, ha la coscienza di guardare indietro riconoscendo errori e vanità.
Nel X libro dell’Odissea, l’eroe Ulisse discende all’inferno dove incontra svariate anime fra cui quelle dei suoi compagni sotto Troia. E, sempre tra questi, riconosce Achille ed intavola una discussione con lui circa la sua gloria eterna; l’eroe semidivino, tuttavia, rigetta la tesi asserendo di preferire la vita e che nessuna presunta gloria terrena lo possa consolare.

In queste parole Achille riconosce la vanità delle proprie azioni; non perchè in sè stesse inutili ma perchè la gloria che ne consegue è effimera,inutile e la fama non può certo alleviare la sua sofferenza nelle profondità della Terra. Come un’anima disperata, o forse dannata, implora la vita e chiede un senso al suo essere, senso che non può avere visto che tra lui e Cristo passeranno svariati secoli. 
Pertanto, può solo limitarsi ad inveire contro la società ellenica arcaica che fa della gloria apparente il suo solo perno e la sua sola ragione di essere, disprezzando quelli che in chiave evangelica possono essere definiti gli ultimi, le vedove e gli orfani.

In sostanza, sebbene poi Omero faccia domandare ad Achille se il figlio si copre di gloria, emerge il quadro di un’anima disperata che comprende come l’unico valore possibile per un uomo sia la vita e non le effimere glorie del mondo che presto la polvere muterà in marciume.

E noi, forti della Fede, ancor di più dobbiamo rigettare la gloria di questo nostro mondo e del suo principe giacchè abbiamo quella speranza di salvezza, di nome Cristo, che Achille non potè nemmeno conoscere.

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