Lo svilimento della Morte nei riti funebri conciliari

In questo Ottavario dedicato al suffragio dei Morti, proponiamo ai nostri lettori un articolo di Vittorio Giovanni Rossi (1898-1978) apparso sulla rivista Epoca il 26 settembre 1971 – due anni dopo la introduzione della riforma/rivoluzione liturgica originata dal Vaticano II –  dove lo scrittore ligure commenta, a suo modo, lo strazio operato dai novatori sul maestoso rituale funebre in uso presso la Chiesa Romana. Giova ricordare che tale devastazione si basa su un articolo della Costituzione conciliare “Sacrosantum Concilium” (idolo dei conservatori) che così recita:  “Il rito delle esequie esprima più apertamente l’indole pasquale della morte cristiana e risponda meglio, anche quanto al colore liturgico, alle condizioni e alle tradizioni delle singole regioni” (SC, 80). Nemmeno 20 anni prima, nel 1947, Pio XII aveva condannato coloro che volevano abbandonare il colore liturgico nero … 

di Vittorio G. Rossi

Non si sa più come morire; la Messa da morto come è adesso fa piangere più di prima; ma non fa piangere per il morto: fa piangere per la Messa. Dico Messa da morto; dovrei dire Messa esequiale: ma io non sono un intellettuale come quelli che hanno fatto la Messa nuova da morto; e allora dire Messa da morto mi fa vedere la cosa; e dire Messa esequiale non me la fa vedere, ci devo pensare su un momento. Non mi piace parlare di cose della morte; ma la Messa da morto riguarda più i vivi che i morti; quello che riguarda i morti, non lo possiamo sapere. La morte è una cosa tremendamente seria, la più seria di tutte le cose che possono capitare all’uomo; perché l’uomo che ha fatto quel passaggio, potrà diventare angelo o diavolo o niente; ma ha finito di essere uomo, e questa è una perdita, su cui non si piangerà mai abbastanza.

La vecchia Messa da morto faceva sentire quel dramma tremendo; la Messa da morto che c’è adesso, è come andare a cogliere margheritine nel prato e il parasole in mano.

Le hanno cambiato anche il colore; prima era nera, adesso è viola; il nero poteva disturbare l’uomo di adesso, fargli venire i complessi, come si usa adesso; come per le sculacciate ai bambini, una volta si davano come confetti; adesso dicono che l’onda della sculacciata può arrivare al cervello, e uno che stava per diventare un altro Leonardo da Vinci, diventa un cretino da ospizio. Il viola è come il vino allungato con l’acqua, non è né vino né acqua; non è né caldo né freddo, né vivo né morto; è un piccolo trucco per fare passare la morte come un aperitivo.

Quell’invocazione che si ripeteva lungo tutta la vecchia Messa, Requiem aeternam dona eis, Domine, era grandiosa; era una invocazione a Dio nella grandiosa maestà dalla lingua sacra, non quella volgare di adesso, la stessa che serve per comprare i ravanelli in piazza del mercato; era l’invocazione a Dio di placare la tempesta, e riempiva e scrollava la volta della chiesa e dava un brivido a quelli che provvisoriamente restavano sulla sponda di qua. Adesso quell’ “eterno riposo” della Messa nuova è adatto a uno che va in pensione, e si spera che gliela paghino. La Messa di adesso è fatta quasi tutta di salmi; e la poesia dei salmi è una grande poesia, grandi blocchi monumentali di poesia; ma trasferita nella lingua per comprare i ravanelli, e tradotta da gente brava a fare le liste della biancheria da mandare in lavanderia, la poesia dei salmi e delle altre letture sacre è diventata la poesia delle liste della biancheria.

“Il giusto, anche nel caso di morte prematura – troverà riposo. – Vecchiaia veneranda non è la longevità – né si calcola dal numero degli anni. – La canizie per gli uomini sta nella sapienza”. Era un pezzo del Libro della Sapienza: era poesia, e poesia augusta; è diventato un pezzo di una polizza di assicurazione sulla vita. E anche in chiesa, anche alla presenza di un morto, non si sa se ridere o piangere.

Per mille anni e più la Chiesa cattolica ha insegnato a pensare a una parte importante del genere umano; ha avuto con sé la grande arte, la grande poesia, la grande musica; ossia mille anni di civiltà occidentale sono stati mille anni cattolici; e ora si è ridotta a fare i rifornimenti nei magazzini del linguaggio dei politici e dei sindacalisti, gente notoriamente piena di sapienza e belle lettere. E non dice più “la santa Messa”; dice la “Messa comunitaria”; e la messa non sa più di anima, cosa strettamente individuale; sa di mensa aziendale. Non dice più “i fedeli” o “i credenti”, come dice così bene l’islam; dice la “comunità di base”; e sa di comizio e tessera in tasca; a se Dio ha fatto lui i cieli e la terra con sopra questa bella razza degli uomini, non deve dare molta importanza alle tessere in tasca. E allora la Chiesa cattolica ha potuto togliere tranquillamente dalla Messa le preghiere alla Madonna piene di dolce poesia; togliere il così detto ultimo Vangelo, cioè il principio del Vangelo di Giovanni, quello “In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio e il Verbo ora Dio”; e niente di più spirituale è mai stato detto da bocca d’uomo. E nello spazio rimasto libero hanno collocato cose spirituali e poetiche come “questo pane, frutto della terra e del nostro lavoro… questo vino, frutto della vite e del nostro lavoro”; ed è roba che sa di cooperativa agricola.

Quando la Chiesa cattolica [rectius i modernisti che la occupano, ndr] ha ripudiato il latino, una voce altissima della Chiesa Cattolica ha detto che finalmente quelli che pregavano avrebbero capito quello che pregavano. Quella voce era la voce delle grandi parole; così poteva sembrare che tutti i secoli di preghiere fatte dagli uomini erano andate in fumo, perché essi non sapevano quello che dicevano. Ma il giorno che un uomo pregante capirà quello che sta dicendo, potrà smettere di pregare; la preghiera è un discorso con le cose invisibili e inconoscibili, cioè col mistero; e se il pregante riesce a sapere che cosa c’è dentro il guscio del mistero, può smettere di pregare e mandargli una cartolina postale; basta che non la mandi con le poste della nota repubblica fondata sul lavoro. La religione è di là da tutte le spiegazioni; è fuori di tutte le prove sperimentali; i ragionamenti sulle cose che non si possono osservare, sperimentare, misurare, sono spiegazioni che non spiegano niente. Fin che restano idee, le idee non sono né vere né false, né buone né cattive: sono idee, cioè discorsi ben fatti o mal fatti, e si chiamano le dialettiche. E le dialettiche sono le equazioni differenziali degli imbecilli di oro fino. Se invece di dire Agnus Dei qui tollis peccata mundi, uno dice “Agnello di Dio, che ti assumi i peccati del mondo”, ne sa quanto prima; cioè in qualunque linguaggio lo dica, dice una cosa che è tenuta in piedi non dalle prove, come il così detto principio di Newton, ma dal crederci o non crederci. Montagne di parole sono state dette e scritte per spiegare che cosa vuol dire o per dire che non vuol dire niente; ma l’uomo che lo dice o lo sente dire, può sentire dentro di sé una grande luce che si apre e splende come un sole; oppure non accendersi niente; dipende da lui, non dalle parole dette o sentite.

Hanno tolto cose poetiche della Messa; e solo la poesia, non le spiegazioni, può fare vedere le cose che non si vedono; e lo spazio tolto alla poesia lo hanno dato alla predica. Facevano la Messa nuova; e si sono lasciati scappare l’occasione gaudiosa di chiudere la bocca ai predicatori. La Chiesa cattolica non saprà mai quanta gente ha perduto per via dei predicatori. Il gesuita portoghese padre Vieira era un grande predicatore: 300 anni fa ha fatto la predica ai predicatori; gli ha detto che piuttosto che parlare a quel modo, era meglio tacere che parlare. San Francesco parlava agli uccelli, e gli uccelli lo ascoltavano perché gli pareva uno che parlava come loro, uno di loro; adesso quando il predicatore predica, mi viene la voglia di essere un grande peccatore, per fare dispetto a quel predicatore.

Quelli che hanno fatto la Messa nuova, hanno capito che non bastava sfrattare il latino, per dare più spiritualità alla Messa; e hanno inventato le strette di mano. È la cosa più comica che sia mai stata fatta in una chiesa cattolica. Ci sono vecchie pettegole che si voltano indietro alla ricerca di altre mani da stringere; non gli bastano quelle laterali. Ma io guardo in su; non vedo mani da stringere; il teatro in chiesa non mi è mai piaciuto.

Hanno sfrattato il canto gregoriano, e non c’è canto più religioso, religiosamente più puro di quello; hanno sfrattato la grande musica. Forse hanno ascoltato quelli che dicevano che la Chiesa cattolica è un prodotto dell’Occidente; ma anche la scienza e la tecnica sono un prodotto dell’Occidente; eppure gialli e neri adoperano con disinvolto fervore le cose meccaniche, le medicine, i modi di vestire e comportarsi dell’Occidente. Qualcuno che non era uno stupido, ha detto che hanno fatto più miracoli i santi scolpiti e dipinti, che non i santi vivi; ed è vero; però si è dimenticato della musica, della grande musica. La grande musica ha portato a Dio più gente, che non tanti secoli di teologia; quel vento misterioso che entra nell’uomo, e lo invade, e lo muove come il vento muove il mare; e l’uomo piange o ride beato, si sente felice o triste, e non sa perché; e quella è la musica, la grande musica; e l’uomo poteva vedere la faccia di Dio, che nessuna descrizione della faccia di Dio è mai riuscita a fargli vedere. E la Chiesa cattolica, una volta considerata intelligente anche troppo, ha buttato la sua grande musica fuori bordo; ai pesci. Leonardo diceva che quando suonano le campane, nel suono delle campane l’uomo può mettere tutto quello che vuole; le sue gioie, i suoi dolori, le sue speranze. Ora nella nuova Messa cantata, quella per i vivi e quella per i morti, i canti nuovi offrono gioielli come questo: “Mi risplenda la luce del ver – e mi guidi sul retto sentier”; o come quest’altro: “… evitiamo di dividerci tra noi – via le lotte maligne, via le liti”, e altre stupidaggini come queste, innumerevoli. E poi la musica, la musica nuova che accompagna quelle stupidaggini, e fa venire le rughe alla pancia. Il muezzin che dal minareto musulmano chiama alla preghiera dell’aurora, grida ai quattro venti, “è meglio pregare che dormire! … è meglio pregare che dormire!”; e fa commozione anche a chi non è musulmano; e ora coi suoi nuovi canti e suoni la Chiesa cattolica sembra dire ai suoi fedeli, che è meglio dormire che pregare. Ma nelle pietre delle chiese cattoliche c’è ancora la eco viva dei vecchi canti, delle vecchie musiche; e il giorno che quella eco gloriosa si sarà spenta, la Chiesa cattolica si potrà mettere a vendere caramelle e pianeti della fortuna. La vecchia liturgia cattolica ha fatto arrabbiare tanta gente; ma non ha mai fatto ridere nessuno.

Dalla Messa da morto hanno tolto il Dies irae. Devono aver pensato che potevano conturbare le anime gracili di questi tempi svirilizzati; e hanno demolito la Messa da morto. Quando nella Chiesa scoppiava quel canto, “Dies irae, dies illa. Solvet saeclum in favilla … Il rimbombare della tromba per i campi seminati di sepolcri … Prostrato a terra, invoco pietà”; quel canto faceva un rimbombo immenso dentro l’uomo che ascoltava, credente o non credente, perché la morte riguarda tutti, credenti e non credenti. La religione si regge sull’esistenza del dolore e su quella della morte; nessuno può abolire definitivamente dentro l’uomo una religione, se non abolisce il dolore e la morte. Quel canto tremendo lo metteva con la faccia dentro la faccia della morte; e allora lui cercava disperatamente la faccia di Dio; la faccia di quello che non muore. E il Libera; il Libera che anch’esso doveva essere cantato in latino; perché solo così, con una lingua che non è quella per comprare i ravanelli, l’uomo può dire a Dio la sua disperazione; dirgli che lo liberi dalla morte eterna, “Libera me, Domine, de morte aeterna … quando verrai a giudicare il mondo col fuoco…”.

La Messa da morto era qui, in questi canti terribili e virili; quando si celebrava in una chiesa di villaggio, quella chiesa diventava immensa, una grande cattedrale. Poi l’uomo vivo usciva a testa bassa dalla chiesa dietro il morto, perché quei canti continuavano a rimbombargli dentro, come quando il cielo è pieno di folgori e tuoni. Ora nella Messa nuova il prete parla lui della morte; lui che non sa che cosa è la vita, dovrebbe spiegare ai vivi che cosa è la morte. Così la Messa da morto è diventata una Messa coi fiori di plastica, e il burro e la marmellata. Il morto cinguetta sul ramo, come un passerotto; e tutto contento che è morto, e ora si metterà a tavola con gli angeli, i santi, i martiri, i patriarchi, il pane e burro e marmellata. Ma io ho già detto al mio parroco, uomo pio, che se mi celebra quella Messa del pane e burro e marmellata, io mi rifiuterò di morire. Però la nuova Messa da morto è la Messa di questa Chiesa cattolica di adesso; la grande Caterina da Siena direbbe che essa ha perso l’anima virile; dove i preti fanno quello che vogliono, si travestono come vogliono; e quei teologi nuovi che vogliono una religione cattolica da rivedere continuamente e a rivederla siano i parrocchiani e il loro parroco, e facciano le votazioni, per esempio, votare se oggi che è giovedì nell’ostia consacrata c’è Cristo o non c’è. E quegli uomini di chiesa che parlano del giorno che nel posto di Dio si metterà il Pithecantropus, ossia l’ominide di Giava, perché l’uomo è tutto. Una volta bruciavano anche per cose più piccole di queste; adesso quelli che dicono queste cose, non sono buoni neanche come legna da bruciare.

FONTE

 

 

6 Commenti a "Lo svilimento della Morte nei riti funebri conciliari"

  1. #lister   3 novembre 2018 at 10:11 am

    È vero, purtroppo!
    Adesso ti senti dire dall’officiante (non chiamiamolo sacerdote) che non bisogna piangere il morto: bisogna gioire, perché lui è con gli Angeli…!!! E quelli che schitarrano le loro canzonette beote.
    Ed esci dalla Chiesa convinto che era meglio impiegare il tuo tempo a comprare i ravanelli in piazza del mercato.

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  2. #Leo   5 novembre 2018 at 12:28 pm

    Bellissimo scritto. Grande Vittorio G. Rossi ! O forse , non grande ma…normale . A esser diventati a-normali sono gli altri untermenshen .

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  3. #Paola Datodi   5 novembre 2018 at 3:40 pm

    in gran parte d’accordo, ma espressioni simili “non piangete…” le troviamo anche in S.Agostino per esempio. E poi, Gesù stesso usa più volte l’espressione “sedersi a mensa” e proprio con i Patriarchi

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    • #lister   7 novembre 2018 at 9:14 am

      Non è S. Agostino che afferma ciò che lei dice: niente di simile si trova nei suoi scritti.
      Quelle parole, in una “poesia”, sono di don Giacomo Persico, gesuita… E te pareva!!

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  4. #bbruno   5 novembre 2018 at 11:35 pm

    E dove è finito il canto

    “In paradisum deducant te Angeli; in tuo adventu suscipiant te martyres, et perducant te in civitatem sanctam Jerusalem. Chorus angelorum te suscipiat…”?

    Ora per consolazione finale, ci cacciano la canzon del canzonettaro preferito dal defunto e l battimani Tristezza su tristezza!

    è per tutto questo che io da ora rifiuto per quando sarò morto queste messe da morto per non sentirmi ancor più morto. Lascio che i morti [questi preti] seppelliscano i loro morti…

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  5. #bbruno   8 novembre 2018 at 1:10 pm

    Curioso come ogni protestantizzazione del cristianesimo fin dal principio implichi
    la deformazione dei riti di suffragio, conseguente all’abbandono dell’idea del Purgatorio e della preghiera per i defuntii. Già il cattolico Shakespeare, testimone vivente del passaggio della sua Inghilterra dalla fede cattolica a quella protetstante, metteva , a futura memoria, in bocca ad Amleto, che osserva il rito sbilenco di sepoltura di Ofelia [i.e. della vecchia Inghilterra cattolica ], il suo grido di protesta: “and what these maimed rites”/ e che cavolo sono questi riti deformi?” E sarà lui stesso, per bocca di Orazio, a riparazione dello scempio dei riti cristiani, e alla loro riaffermazione, a intonare alto per i secoli a venire il canto della preghiera di suffragio per l’anima del nobile principe: ”Good night, sweet prince. And flights of angels sing thee to thy rest!” . Lo stesso della vera Chiesa, quella che non subisce deformazioni: “ In paradisum deducant te angeli….”

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