«L’unica azione della mia vita di cui non mi pentirò mai»: la conversione di Maurice Baring

di Luca Fumagalli

James Gunn, “Conversation Piece” (G.K. Chesterton, Maurice Baring e Hilaire Belloc), 1932

Quando l’artista James Gunn mostrò al pubblico il suo famoso dipinto, The Conversation Piece, che ritraeva G. K. Chesterton, Hilaire Belloc e Maurice Baring riuniti attorno a un tavolo, Chesterton, con la consueta autoironia, definì le tre figure: «Baring, over-bearing and past-bearing» (un arguto gioco di parole che può essere tradotto più o meno come: “Baring, l’arrogante e l’insopportabile”). Il quadro di Gunn – datato 1932 e ora esposto alla National Portrait Gallery di Londra – rappresenta non solo un gruppo di amici, ma tre letterati che condivisero la medesima filosofia di vita e, cosa ancora più importante, la Fede cattolica. Secondo Joseph Pearce: «Se non erano indivisibili come la Santissima Trinità, almeno erano indomabili come i tre moschettieri!».

In Italia Chesterton e Belloc hanno ormai raggiunto una certa notorietà nei circoli cattolici. Del primo, in particolare, sono state tradotte e pubblicate quasi tutte le opere, senza contare i numerosi articoli e saggi a lui dedicati. Anche di Belloc, a poco a poco, si sta lentamente riesumando la corposa bibliografia; soprattutto il “distributismo” – teoria economica da lui elaborata a partire dalla dottrina sociale della Chiesa – sta trovando nuovo terreno fertile in un’epoca di grande incertezza morale ed economica come quella presente.

Maurice Baring (1874-1945), al contrario, sembra sparito dai radar della critica: nessuno dei suoi lavori è mai stato tradotto in italiano, e persino in Inghilterra – salvo un recente, piccolo revival – la sua figura di romanziere e saggista è stata quasi completamente dimenticata. Un vero peccato, dal momento che gli scritti di Baring sono un documento umano acutissimo e testimoniano una passione per la verità e la giustizia unica, che rivela un profondo attaccamento alla Fede.  Eppure il cammino di Baring verso la Chiesa cattolica fu lungo e tortuoso, tutt’altro che facile. Egli stesso lo racconta nell’autobiografia The Puppet Show of Memory (1922).

Baring, rampollo di una ricca famiglia protestante, era lentamente caduto tra la braccia dello scetticismo. Nel 1899, ad esempio, quando Reggie Balfour gli annunciò di voler diventare cattolico, lui fece di tutto per dissuaderlo: «[Il cristianesimo] non era poi così antico, un piccolo lembo nelle illimitate serie dei credi dell’umanità». Tuttavia, già all’epoca, dimostrava di ben comprendere la logica sottesa alla posizione cattolica: «Il mio problema è che non riesco a credere nella prima proposizione, la sorgente di tutti i dogmi. Se potessi credere […], il resto seguirebbe di conseguenza».

A Parigi gli capitò di accompagnare Balfour alla chiesa di Notre Dame des Victoires per assistere alla messa. Era la prima volta che partecipava a una funzione religiosa “papista”: «Mi fece una grande impressione. Avevo sempre immaginato che i servizi cattolici fossero lunghi, complicati e sovraccarichi di rituali. Scoprì che una messa bassa era breve, estremamente semplice, e in un modo o nell’altro mi faceva tornare in mente le catacombe e le riunioni tra i primi cristiani. La sensazione era di trovarsi innanzi a qualcosa di molto antico. Pure il comportamento di quelli che erano lì e l’espressione dei loro volti mi colpirono molto. Per loro, evidentemente, era reale».

Nel 1902 Baring visitò Roma durante le celebrazioni per il giubileo di Leone XIII. Dopo aver assistito alla benedizione della folla da parte del Papa, andò a messa a San Pietro: «All’elevazione dell’Ostia la guardia papale si inginocchiò, le loro alabarde batterono al suolo con un secco, fulminante colpo, e le trombe d’argento riecheggiarono nella cupola. In quel momento i miei occhi guardarono in alto e notarono una scritta tutta intorno ad essa: Tu es Petrus, e pensai che certamente quella profezia aveva ricevuto un compimento sostanziale e concreto».

Dal punto di vista meramente sentimentale Baring iniziava a sperimentare una forte attrazione per il cattolicesimo, ma i dubbi intellettuali non erano ancora risolti. Era sicuro almeno di una cosa: come scrisse a George Grahame, «per me ci sono solo due alternative: l’agnosticismo (praticamente l’ateismo) o il cattolicesimo romano».

La sua lotta personale, comunque, era ancora lontana dal concludersi. Nel 1906 scriveva ancora a Belloc parole di fuoco sulla politica del Vaticano in Italia e Francia. Non sopportava i cattolici inglesi e aveva parecchie riserve sui metodi educativi di Roma. Ci vollero tre anni di tormenti e la lettura del romanzo En Route perché Baring decidesse infine di abbracciare la Fede: «la lotta di Huysmans con la propria ragione è, parola per parola, quello che precisamente ho provato io stesso». Più tardi così riassunse le ragioni della sua conversione: «Sono giunto alla conclusione interiore che la vita per me è divina, e che vi è dentro di me un qualcosa di immortale in contatto con lo Spirito Eterno, non c’è altra via per me se non diventare cattolico».

Il 1 febbraio 1909, presso l’Oratorio di Brompton, venne ufficialmente accolto nella Chiesa da padre Sebastian Bowden, lo stesso sacerdote da cui, più di trent’anni prima, Oscar Wilde si era recato in cerca di consiglio. Per l’occasione Baring compose un bellissimo sonetto, Vita Nuova, dal significativo titolo dantesco; nella sua autobiografia preferì invece tralasciare frasi fatte o sentimentalisti d’accatto per descrivere l’evento con poche ma significative parole: «È l’unica azione della mia vita di cui sono certo non mi pentirò mai».

Anche Baring, dunque, come moltissimi altri intellettuali inglesi del suo tempo, ebbe il coraggio di percorrere fino in fondo l’unica strada possibile pur fuggire da una modernità senz’anima, quella strada che l’amico Belloc aveva definito in un celebre libro “la via per Roma”.

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