[RACCONTO DEVOTO] La palma di Lambaesis (quinta parte)

Prima parte: https://www.radiospada.org/2018/10/racconto-devoto-la-palma-di-lambaesis-prima-parte/

Seconda parte: https://www.radiospada.org/2018/10/racconto-devoto-la-palma-di-lambaesis-seconda-parte/

Terza parte: https://www.radiospada.org/2018/10/racconto-devoto-la-palma-di-lambaesis-terza-parte/

Quarta parte: https://www.radiospada.org/2018/10/racconto-devoto-la-palma-di-lambaesis-quarta-parte/

di Charlie Banyangumuka

Cap IV” Diventare uomo”

Sangue, sudore e urla. La mattinata di Defendente si poteva riassumere in queste tre parole. Sangue che pompava alla testa, sudore per la fatica, le urla di Macrone. L’addestramento era finito: con sommo gaudio, ma anche con un certo dispiacere, era stato inserito nella centuria dove militavano i pesci, con centenarius Macrone appunto. Defendente era sicuro che dietro questa mossa ci fosse qualche magheggio del Magister Latrunculorum. Lo stesso che stava inveendo contro di lui da più o meno tutta la mattinata: ” Maledizione a te, ragazzo!” gli urlò “Tu ci vuoi tutti morti, vero? Vero?” disse rifilandogli un pugno in testa che lo fece cadere mezzo tramortito a terra ” Dì un po’” continuò il graduato “qual è il tuo posto?” “Seconda fila, terza centuria, seconda cohors, Tertia Legio Augusta” disse il ragazzo alzandosi a fatica “E perchè” continuò Macrone tamburellando la sua spada sullo scudo di Defendente “perchè non eri al tuo maledettissimo posto?”. Il graduato si rivolse poi all’intera  centuria “Forse non è chiaro per i nuovi” disse guardando il ragazzo “ma neanche a più anziani. Con i Getuli non si scherza” si levò la lorica mostrando una vistosa cicatrice sul petto “Quindi, razza di sbarbatelli, la rogna che ci è stata affidata capita proprio nel momento giusto. Ci recheremo tutti verso sud” indicò con la mano le montagne vicine ” un avamposto non dà segni di vita da una settimana quasi. Quindi preparatevi: alla peggio sarà pieno di morti, alla meglio pullulerà di Getuli. Un’ora e si parte”

 

Campagne di Lambaesis, un’ora dopo

 

“Quanto ci metteremo circa?” domandò Defendente. Galerio parve riflettere un po’ e poi sentenziò “Tra qualche ora dovremmo essere là, mantenendo questa andatura”. Ufficialmente per Defendente si trattava della prima vera spedizione militare e, alla peggio, sarebbe stata la prima battaglia. In quella situazione ringraziò l’addestramento di quella belva di Macrone; l’armatura pareva non dargli troppo fastidio per quanto concerneva il peso. Non di certo dal punto di vista della temperatura, ormai era Maius inoltrato “ancora poco e raccoglieremo il grano” pensò vedendo i contadini che si erano fermati a guardare una scena ormai abituale ma sempre nuova. Loro fornivano il cibo alla città-castrum di Lambaesis, in cambio i legionari davano la vita per loro, una sinergia perfetta. La colonna si mosse poi attraversando quella che chiamavano “la via delle croci” dove giacevano appesi i cadaveri dei giustiziati. Ogni volta che era passato di lì, Defendente aveva provato un brivido al solo pensiero di finirci un giorno. Ad ogni passo, si sollevavano turbini di polvere fine e qualcuno ogni tanto tossiva battendosi la corazza per evitare che si impolverasse. Ambusto guardò il sole e poi le nuvole mormorando una preghiera; Defendente guardò nella medesima direzione, sperando che il Padre d’Amore che di lassù guarda avesse buoni progetti. In capo ad un’ora giunsero nei pressi di un piccolo torrente dove fu comandata una sosta. Defendente si sedette e si tolse l’elmo “Stanco?” Galerio gli si fece prossimo “manca ancora un’ora e saremo a destinazione, il rpoblema è che solitamente tre o quattro predoni Getuli ci attaccano. Significa che si stanno raggruppando” “O che forse ci temono” esclamò Gaio guardando a sud “Dopo la sconfitta inflitta ai Quinquigetani, si limitano a  sporadiche incursioni e saccheggi” “Questa situazione deve finire” Valerio fu il terzo a parlare “Mi chiedo cos’aspettiamo ad entrare in piena Getulia e radere al suolo tutto rubando i loro cavalli”. Defendente guardò a sud: tutto trasudava pace. Si vedevano in lontananza ville e sagome, più puntini, di pastori, viaggiatori e chissà cos’altro. “Milites! Congregate!” L’urlo del centenarius Macrone si fece sentire. Il tempo della pausa era passato in fretta, troppo in fretta.

 

 

Cenere, cadaveri e sangue. In quell’ora di marcia Defendente aveva pensato agli scenari più truculenti possibili ma evidentemente non vi era riuscito; forse non c’era una preparazione a quell’orrore. I cadaveri dei cavalli giacevano coperti di frecce e uno di essi aveva le budella di fuori. I corpi dei legionari, appesi, decapitati. Erano state montate rozze croci alle quali erano stati legati, uno di quei corpi era stato denudato ed era evidente che prima della morte, a guidicare da ferite e assenza di pelle in alcuni punti, era stato torturato. Ovunque puzza e mosche “Maledetti figli di puttana” esclamò Afro calciando una pietra. Improvvisamente nell’aria si udirono fruscii sommessi “Quadrato!” urlò con quanto fiato aveva in corpo il Magister Latrunculorum. Fu un istante: da ogni dove cominciarono a piovere frecce. Una sibilò all’orecchio di Defendente, causando in lui il rapido risveglio da quel torpore caustogli dalla visione di morte. Dalle rocce apparvero i Getuli ululando con i loro turbanti e mulinando spade e mazze. Il ragazzo si sentì perduto e sgranò gli occhi con supremo terrore “Sono solo uomini, tieni duro!” Valente provò a rinfrancare il giovane legionario. L’urto fu tremendo: sebbene non in formazione, i Getuli riuscirono a travolgere la prima linea del quadrato. Defendente vide sparire sotto quella folla il prode Valente, che poco prima lo aveva incitato. Memore del suo addestramento, cercò di porsi il più possibile al riparo da eventuali frecce e sgauinò la spada. Si trovò uno di quei portaturbanti davanti: prima ancora che quest’ultimo potesse disgraziatamente rendersene conto, la lama di Defendente squarciava il suo basso ventre da destra a sinistra. Il Getulo urlò, visibilmente risentito per la ferita, ma venne sospinto via da uno scudo. Il ragazzo si voltò a guardare Flavio rialzarsi e sfondare il cranio di un getulo prendendolo a pugni “Flavio sarebbe il migliore tra noi se non bevesse costantemente” gli disse Gaio . Defendente vide un nemico cercare di strisciare via: gli si avvicinò ma il berbero gli morì davanti. Vide allora un’ombra sopra di sè e alzò gli occhi con terrore. Un Getulo lo stava mirando con l’arco ma prima che Defendente potesse ipotizzare una difesa abbassò l’arco, tolse dalla cocca la freccia e si levò il turbante che copriva la faccia. I due si fissarono a lungo negli occhi, poi l’arciere scappò assieme agli altri predoni in rotta. Il giovane si guardò attorno: morte aggiunta a morte, cadaveri e i morenti che urlavano in agonia. E tra questi c’era Valente.

 

“Maledizione!” Ambusto lanciò la sua galera attraverso il contubernium prendendo in pieno Afro che non si scompose. Quindici caduti nella terza centuria e per poco non era morto il centenarius Macrone, colpito di striscio da una lama in pieno petto. Valente non era stato così fortunato: travolto nella carica, era stato ritrovato sotto un cumulo di Getuli. Defendente era in lacrime: all’orrore di quei morti si era aggiunto il dover seppellire i commilitoni crocifissi e puzzolenti. In quel momento gli erano venute in mente le storie dei martiri e di come quegli eroici testimoni della Fede venissero seppelliti dai Fossores, silenziosi custodi della Religione. Il ragazzo si rannicchiò e iniziò a singhiozzare “Defendente” una voce familiare ” ascoltami”. Si girò verso quella voce “Valente è ora tra le braccia di Dio e….” “non mi interessa Giuba, se il Signore si curasse di noi non lo avrebbe fatto morire!” Si alzò  e fece per uscire ma Galerio gli rifilò un pugno nello stomaco e lo ribaltò a terra “Dannazione ragazzo non sei l’unico al mondo a soffrire, mettitelo bene in testa! Prima di te ha sofferto anche Cristo su una di quelle benedette croci che hai visto oggi!” “Premesso che non sappiamo se adesso è assieme al Signore degli Eserciti oppure sta bruciando per purificarsi” Afro si impose sulla scena “E comunque con la morte ci dobbiamo avere a che fare, soldati o meno. Valente poteva finire sulle nostre di croci e sapete cosa intendo” aiutò Defendente a rialzarsi “Ecco cosa vuol dire diventare uomo: accettare che la vita possa esserti richiesta in ogni momento, vivere santamente e credere” “E come si vive santamente?” domandò Ambusto ” Pregando, non peccando, non fornicando” si voltò verso Flavio “non ubriacandosi” il commilitone si strinse nelle spalle. Defendente uscì e si mise a guardare le stelle che ormai, nel vespro, stavano pian piano accendendosi. Pensò al Trono del Dio d’Amore, in qualche parte di quella volta celeste. Le parole di Giuba e Afro lo avevano rinfrancato e quel Signore degli Eserciti che di lassù spandeva benedizioni e misericordia non pareva lontano. Voleva chiedergli scusa per le lacrime, per il dubbio; avrebbe espiato a costo della  vita quel momento di incredulità.

 

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