Uno sguardo cattolico su globalizzazione e migrazioni: Tradizione Cattolica e accoglienza

Trascriviamo di seguito la quarta ed ultima parte dell’intervento di A. Giacobazzi al 26° Convegno di Studi Cattolici di Rimini (La geopolitica dell’anticristo – Conflitti reali e controllo virtuale nello scacchiere abbandonato dal katéchon, 26-28 ottobre 2018, organizzato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X e da La Tradizione Cattolica), sul tema (Im)migrazioni tra storia, senso comune e Tradizione Cattolica. [RS]

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Uno sguardo cattolico su globalizzazione e migrazioni: Tradizione Cattolica e accoglienza

Chiarita la situazione interna dell’Europa, volto lo sguardo alle origini ideologiche dell’immigrazionismo e definite le criticità implicate nel trasferimento di popolazione, risulta necessario porre l’attenzione alla posizione della Tradizione Cattolica rispetto al dovere dell’accoglienza e ai limiti dello stesso. Anche qui si vedrà come i rischi delle semplificazioni irenistiche possano essere gravi, soprattutto in assenza di un ordine che governi i flussi attraverso una logica di bene comune.

San Tommaso d’Aquino, Dottore Angelico, trattando dell’Antico Israele volle analizzare, parlando del Deuteronomio, il caso di quegli stranieri che avessero deciso di integrarsi pienamente:

«Terzo [caso], Quando degli stranieri volevano passare totalmente nella loro collettività e nel loro rito [degli ebrei]. In tal caso si procedeva con un certo ordine. Infatti non si ricevevano subito come compatrioti: del resto anche presso alcuni gentili era stabilito, come riferisce il Filosofo, che non venissero considerati cittadini, se non quelli che lo fossero stati a cominciare dal nonno, o dal bisnonno. E questo perché, ammettendo degli stranieri a trattare i negozi della nazione, potevano sorgere molti pericoli; poiché gli stranieri, non avendo ancora un amore ben consolidato al bene pubblico, avrebbero potuto attentare contro la nazione. Ecco perché la legge stabiliva che si potessero ricevere nella convivenza del popolo alla terza generazione alcuni dei gentili che avevano una certa affinità con gli ebrei: cioè gli egiziani, presso i quali gli ebrei erano nati e cresciuti, e gli idumei, figli di Esaù fratello di Giacobbe. Invece alcuni, come gli ammoniti e i moabiti, non potevano essere mai accolti, perché li avevano trattati in maniera ostile. Gli amaleciti, poi, che più li avevano avversati, e con i quali non avevano nessun contatto di parentela, erano considerati come nemici perpetui; infatti nell’Esodo si legge: «La guerra di Dio sarà contro Amalec, di generazione in generazione»[1].

Pur ammettendo in seguito alcune eccezioni, il discorso dell’Angelico è molto chiaro. Non meno netta è la gerarchia della pietà che lo stesso Dottore propone, attribuendo alla Patria un valore specifico affatto trascurabile:

«Dopo che a Dio, l’uomo è debitore ai genitori e alla patria. E quindi come spetta alla religione prestare culto a Dio, così subito dopo spetta alla pietà prestare ossequi ai genitori e alla patria»[2].

Principi nettamente contrapposti al modello No border visto in precedenza. Del resto, il Magistero Pontificio, che ha riconosciuto nella dottrina di San Tommaso il suo riferimento privilegiato, ha confermato a più riprese questi concetti. Benedetto XV, col Motu Proprio Bonum Sane del 1920, ammoniva da come fosse maturato

«nei voti e nell’aspettazione dei più sediziosi l’avvento di una certa repubblica universale, la quale sia fondata sulla uguaglianza assoluta degli uomini e sulla comunione dei beni, e nella quale non vi sia più distinzione alcuna di nazionalità, non si riconosca l’autorità del padre sui figli, né del potere pubblico sui cittadini, né di Dio sugli uomini riuniti in civile consorzio. Cose tutte che, se fossero attuate, darebbero luogo a tremende convulsioni sociali, come quella che ora sta desolando una non piccola parte d’Europa»[3]

Le parole di Benedetto XV non solo riaffermavano la dottrina precedente ma parevano essere un antidoto profetico a quelli che sarebbero stati, nei decenni successivi, gli eccessi della globalizzazione e le semplificazioni ideologiche di certo pacifismo.

Pio XII ribadirà con altre parole i medesimi concetti nella sua prima Enciclica, scritta nel 1939 a pochi passi dal baratro della guerra mondiale. Un equilibrio distante  dal  razzismo biologico  e  dall’indifferentismo (errori divergenti ma sicuramente complementari)  chiarendo che le «forze e tendenze particolari,  le  quali  hanno  radice  nella  più segreta  interiorità  d’ogni  stirpe,  purché non  si  oppongano  ai  doveri  derivanti  all’umanità dall’unità  d’origine  e  comune destinazione,  la  Chiesa  le  saluta  con  gioia  e  le  accompagna  dei  suoi  voti  materni»[4].

Lo stesso magistero di Pio XII, certamente sottolineando il valore dell’accoglienza, ha avuto modo di ribadire alcuni punti fermi. Nel suo discorso a Ugo Carusi (Commissario per l’immigrazione USA) e Howard R. Travers (Dipartimento di Stato USA), pur invitando alla «cristiana carità e [al]la solidarietà umana» nell’ammissione di richiedenti, il Pontefice aggiungeva:

«Non stupisce, però, che le mutate circostanze abbiano portato restrizioni circa l’immigrazione, poiché in questo campo si ha da tenere presente non solo l’interesse dell’immigrato, ma anche il benessere della nazione»[5].

Il bene comune della società che riceve gli immigrati va sempre tenuto a mente, ancor più se si pensa che questa frase è stata pronunciata nel 1946, ovvero immediatamente dopo la fine del più sanguinoso conflitto della storia umana, che ha visto – sono sempre parole di Pio XII – «la inumana deportazione forzata di popolazioni inermi ed innocenti»[6].

Papa Pacelli fu anche l’autore di una Costituzione Apostolica in materia di migrazioni, la Exsul Familia. Pubblicata nel 1952, riprendeva il Magistero antico e recente sull’accompagnamento, soprattutto spirituale[7], degli esuli. Il testo va inquadrato storicamente nel decennio successivo alla fine della guerra mondiale, con tutti gli sconvolgimenti che essa ha implicato. Alla luce delle gravissime urgenze che opprimevano interi popoli la Exsul Familia metteva sì l’accento sulla caritatevole apertura al prossimo ma sempre nell’ambito di un ordine generale da rispettare, richiamando quanto già detto nel discorso del 1946 a Carusi e Travers, così come nella lettera ai vescovi americani del 1948 dove si invitava a non esagerare le restrizioni agli ingressi negli USA a «stranieri  bisognosi  ed  onesti» e, ovviamente, «salvo  il  caso  di  motivi  di  pubblica  utilità  da  ponderare  con  la  massima  scrupolosità». Anche qui si può notare come ci si riferisca a needy and decent people e non semplicemente a «migranti», riaffermando, in ogni caso, il bene comune della società ricevente (provided of course, that the public wealth, considered very carefully, does not forbid this).

Del resto, già nell’introduzione della Costituzione Apostolica – addirittura dal suo titolo – il riferimento è alla famiglia «bisognosa e onesta» per definizione, la Exsul Familia Nazarethana: Gesù Giuseppe, Maria, fuggiti in Egitto perché perseguitati. Ancora nell’introduzione si parla del ruolo della Chiesa rispetto agli esuli chiarendo come Essa «cercò di conservare intatta in loro la Fede dei padri e uno stile di vita conforme alla legge morale». Dovendo «anche lottare strenuamente con numerose difficoltà, precedentemente sconosciute e imprevedibili, che furono incontrate all’estero. Soprattutto, era necessario combattere l’opera malvagia di quegli uomini perversi che, ahimè, si erano associati ai migranti con il pretesto di portare aiuti materiali, ma con l’intento di danneggiare le loro anime»[8].

I riferimenti a sradicamenti pericolosi per le anime e a opere perverse portate avanti col pretesto di aiuti materiali sembrano, ancora una volta, quanto mai profetici. Parole ribadite poco oltre riferendosi alla cura che San Pio X ebbe – quando ancora era parroco a Salzano – per gli emigranti delle sue terre:

«Mentre era ancora pastore a Salzano, andò in aiuto di quelli, tra il suo amato popolo, che emigrarono, cercando di assicurare loro un viaggio e una vita sicuri nel nuovo paese. Più tardi, come Papa, guardò con speciale cura le pecore sradicate e disperse del suo gregge universale e fece delle provviste speciali per loro»[9]

Negli atti di Magistero e Governo dei Papi, cogliendo i rischi connessi al trasferimento di popolazione, la cura e l’attenzione per chi ha patito uno sradicamento sono sicuramente significativi. Come abbiamo detto, la Exsul Familia sarà votata innanzitutto alla protezione spirituale degli emigranti, ovvero alla preservazione di un ordine nella loro vita, così come nella vita della famiglia umana. La sollecitudine per questo aspetto coinvolgerà le più ampie questioni, toccando in modo specifico anche quelle liturgiche, con riferimenti precisi alla preservazione dei singoli riti, sottolineando il loro valore e l’importanza di prim’ordine che hanno per un popolo esule[10] e ribadendo l’urgenza di tutelare gli emigranti dal contagio dell’eresia[11].

Risulta difficile non notare come l’approccio cattolico all’immigrazione esiga delle regole, dunque dei limiti molto chiari, riferiti ad un ordine fin minuzioso, opposto per diametrum alle idee globaliste e agli entusiasmi di un immigrazionismo senza confini. Si badi: regole in campo spirituale prima che in campo civile. Pio XII, tra l’altro, ricordava come

«Mossi dal loro desiderio per il bene delle anime, molti dei nostri venerabili fratelli, i vescovi e gli arcivescovi, tra cui alcuni cardinali, ci hanno spinto a pubblicare nuovi regolamenti per organizzare meglio, per l’amministrazione diocesana, la cura spirituale degli immigrati».

Le regole della Exsul Familia erano stringenti e applicavano il principio del sì sì no no evangelico senza esitazione. Ad esempio, nel normare il ruolo dei cappellani sulle navi, si ribadiva in maniera intransigente la condanna di ogni ecumenismo interreligoso, ribadendo l’imprescindibilità della Fede Cattolica e la sua tutela come obiettivo primario:

«I cappellani delle navi devono osservare:

  1. a) Che nella cappella, i servizi divini siano celebrati correttamente secondo la prescrizione dei sacri canoni e che i sacerdoti che celebrano la Messa siano assistiti da un altro sacerdote, se ce n’è uno, con una cotta, per evitare il pericolo di caduta delle Sacre Specie dal calice.
  2. b) che gli arredi sacri siano mantenuti e che il decoro della cappella sia curato; che nulla d’incompatibile con la santità del luogo o con la venerazione dovuta alla Casa di Dio sia fatto lì, in alcun modo, e che né la cappella né l’altare né i paramenti sacri siano usati al servizio delle sette non cattoliche»[12]

Insomma: Agere sequitur esse, l’azione di ogni ente dipende dalla natura dell’ente stesso. Anche l’immigrazione, affrontata in una logica cattolica, sarà ordinata, perché ispirata a un ordine necessario, un ordine di carità e di prudenza, in cui l’identità è preservata in quanto fondata sulla verità. Il (dis)ordine globalista, al contrario, alimenta un’anarchia derivante dall’individualismo più estremo, un soggettivismo delirante che – per coincidentia oppositorum – finisce con l’atomizzare e, infine, negare l’individuo polverizzandolo in una massa informe, priva di riferimenti reali ma, soprattutto, priva dei principi fondamentali, che sul confine ineludibile tra verità ed errore si fondano.

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[1] Somma Teologica, Iª-IIae q. 105 a. 3 co.

[2] Somma Teologica, IIª-IIae q. 101 a. 1 co.

[3] Benedetto XV, Motu Proprio Bonum Sane, 1920.

[4] Pio XII, Enciclica Summi Pontificatus, 1939. Non solo: “La Chiesa di Cristo, fedelissima depositaria della divina educatrice saggezza, non può pensare né pensa d’intaccare o disistimare le caratteristiche particolari, che ciascun popolo con gelosa pietà e comprensibile fierezza custodisce e considera qual prezioso patrimonio. Il suo scopo è l’unità soprannaturale nell’amore universale sentito e praticato, non l’uniformità, esclusivamente esterna, superficiale e per ciò stesso debilitante”.

[5] Atti e Discorsi di Pio XII, vol. VIII, p.145-146.

[6] Ibidem.

[7] True, many organizations—including a number of official agencies, both national and international—have vied and still vie with one another in assisting migrants, relieving moral as well as material want. Nevertheless, because of our supreme and universal ministry, we must continue to look with the greatest love after our sons who are caught in the trials and misfortunes of exile, and to strive with all our resources to help them. While we do not neglect whatever material assistance is permitted, we seek primarily to aid them with spiritual consolation.

 

[8] She sought to preserve intact in them the Faith of their fathers and a way of life that conformed to the moral law. She also had to contend strenuously with numerous difficulties, previously unknown and unforseeable, which were encountered abroad. Above all, it was necessary to combat the evil work of those perverse men who, alas, associated with migrants under the pretext of bringing material aid, but with the intent of damaging their souls.

 

[9] While he was still a pastor in Salzano, he went to the assistance of those of his beloved people who were emigrating, seeking to assure them a safe voyage and a secure living in the new country. Later, as Pope he looked with a special care after the uprooted and dispersed sheep of his universal flock and made special provision in their behalf.

[10] While the great St. Pius X was governing the Universal Church, special rules were promulgated for the priests and laypeople of the Ruthenian Rite living in the United States, even a Ruthenian Bishop was assigned to them and still another Ruthenian Bishop was entrusted with the spiritual care of Catholics of the Rite who were resident in Canada.

[11] Under the same pontificate, a society for the extension of the Catholic Church was founded in Toronto, Canada. This worthy society was abundantly successful, for it protected from the inroads of heretics the Ruthenian Catholics living in Northwest Canada.

 

[12] Chaplains on ships are to watch:

  1. a) That in the chapel, the Divine Services are celebrated properly according to the prescription of the sacred canons and that priests celebrating Mass be assisted by another priest if there is one, vested in a surplice, in order to avoid the danger of spilling the Sacred Species from the chalice.
  2. b) That the sacred furnishings are kept up and the decorum of the chapel looked after; that nothing be done there incompatible, in any way, with the holiness of the place or the reverence due the House of God, and that neither the chapel nor the altar nor the sacred vestments be used at the service of non-Catholic sects.

 

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