[EVELYN WAUGH: LETTERE SUL CONCILIO] «La Chiesa è sopravvissuta a molti periodi oscuri. È una sfortuna per noi vivere in uno di questi».

di Luca Fumagalli

Evelyn Waugh

Ottava puntata. Per chi si fosse perso le altre puntate della rubrica basta digitare “Evelyn Waugh concilio” sul motore di ricerca del sito di Radio Spada.

Tra l’agosto e il settembre del 1965 Evelyn Waugh scrisse ben tre lettere all’editore del «The Tablet». Il tema era il solito: il Concilio Vaticano II e i cambiamenti liturgici.

Nella prima, datata 14 agosto, lo scrittore britannico tornava nuovamente all’attacco sull’uso del vernacolare nella liturgia: «Certamente molti sono quelli che non riescono a seguire la liturgia latina più di quanto un infante possa comprendere le parole che sono pronunciate al suo battesimo. Il flusso della Grazia non è ostacolato dal vocabolario».

Ciò che più premeva a Waugh, tuttavia, non era tanto il cambiamento della lingua – da lui stesso definita «una questione di estetica» – quanto evidenziare i «gravi pericoli per la Fede» che ne sarebbero derivati, in primis «una diminuzione del rispetto della dignità sacerdotale». Il prosieguo della missiva, in cui Waugh si scaglia contro il “movimento liturgico” americano, è una disamina di rara lucidità, col senno di poi, quasi una profezia: «Nel XVI secolo la richiesta della comunione sotto entrambe le specie (di per sé inoffensiva) divenne una caratteristica dell’eresia. Allo stesso modo oggi l’appetito per alcune interpolazioni e tagli, per alzare la voce anziché la mente e il cuore, la messa in disordine di servizi di grande bellezza e significato che si sono sviluppati nel corso dei secoli […], potrebbero essere sintomo di un grave male».

Nelle altre due lettere, rispettivamente del 21 agosto e del 18 settembre, Waugh si scagliava contro i cosiddetti “liturgisti”, «che usano la più piccola concessione che caritatevolmente è stata offerta loro per spingere verso riforme della Messa più radicali e sconvenienti». A questo punto lo scrittore cita un articolo di un certo padre John J. Ryan, sul tema del Novus Ordo, apparso il 20 agosto sulla rivista americana «Commonweal». Ne sono riportati alcuni brani in cui si esalta il nuovo ruolo del sacerdote-presidente e la creatività liturgica. Il commento di Waugh è lapidario: «Bastino questi pochi estratti come prova di quel movimento sotterraneo, attivo ovunque nella Chiesa, che è molto lontano dall’essere un fantasma immaginato dai tradizionalisti».   

Tutti i timori dello scrittore – aggravati dall’attitudine sempre più accondiscendente del cardinale Heenan nei confronti delle riforme conciliari – vennero riordinati e brillantemente riassunti in un’epistola del 14 gennaio del 1966, destinata proprio all’arcivescovo di Westminster: «Il Concilio è finito. Entrambi non vivremo abbastanza da vedere i suoi effetti malefici. La Chiesa è durata ed è sopravvissuta a molti periodi oscuri. È una sfortuna per noi vivere in uno di questi. La prego di pregare per la mia perseveranza e per quella dei molti cattolici inglesi che sono spaesati e sconcertati dai cambiamenti a loro imposti. Sono abbastanza fortunato da vivere a metà strada tra due ammirabili parrocchie. Mio cognato è diventato ortodosso».

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