[GLORIE DEL CARDINALATO] S.E.R. Alexis-Henri-Marie Lépicier O.S.M. (1863-1936)

a cura di Giuliano Zoroddu.

In questa Ottava dell’Immacolata Concezione ci piace ricordare un grande Servo di Maria come  il mariologo tomista e antimodernista, stimatissimo da san Pio X, l’Eminentissimo Lepicier, “il Cardinale della Madonna”. E ci piace farlo pubblicando “La vita e l’opera del Cardinale Alessio M. Lepicier O.S.M.” di un altro glorioso Servita quale il padre Gabriele Roschini (1900-1977), uno dei mariologi più importanti del secolo XX, stimatissimo collaboratore di Pio XII nelle questioni riguardanti il dogma mariano. 

 

Innumerevoli ed altamente significativi gli elogi tributati a voce ed in iscritto, da alte personalità, alla vita e all’opera del compianto Cardinal Lépicier. Unica l’intonazione: «fu un grande!», fu un «uomo superiore sotto tutti gli aspetti», «prelato piissimo, dottissimo», « dotato di una squisita gentilezza di animo e di una signorilità senza pari », «personaggio destinato a passare alla storia». Tutti, poi, hanno confermato uno ore l’elogio sintetico ma espressivo che ne fece il Santo Padre Pio XI, nella Lettera Apostolica pel VII Centenario dell’Ordine dei Servi di Maria, quando lo esaltò come «gloria dell’Ordine dei Servi di Maria, del Sacro Collegio e di tutta la Chiesa». Chi ha conosciuto intimamente il compianto Porporato; chi ha avuto agio di valutare i grandi e veramente eccezionali tesori della sua mente e del suo cuore; chi è stato testimonio domestico delle sue elette virtù, della sua ardente passione per la scienza, per l’Ordine, per la Chiesa, è ben lungi dal reputare esagerati simili elogi. È anzi pienamente convinto che di lui si potrebbero ripetere quelle patetiche parole scritte dall’Alighieri del celebre Romeo di Villanova :

se il mondo sapesse il cor ch’egli ebbe,
assai lo loda e più lo loderebbe.

Basti uno rapido sguardo alla vita ed all’opera sua.

I. La Vita.

1. Vita Piena.

La vita dell’E.mo Lepicier fu una vita piena. L’opinione pubblica su questo punto, è confermata dalla più palpitante realtà. Un semplice sguardo – necessariamente rapido – è più che sufficiente allo scopo. La sua inesauribile attività nelle varie mansioni affidategli ed il campo in cui essa si svolse lo misero in continui ed intimi rapporti coi personaggi più celebri e più rappresentativi della Chiesa dell’ultimo secolo: Papi, Cardinali, Vescovi, Prelati, scienziati, letterati, artisti. Cornice ampia e preziosa, sfondo meraviglioso di un quadro dalle tinte più vaghe!

2. Nascita e primi anni.

Nato il 28 febbraio 1863 a Vancoulers, nella terra sacra alla memoria dell’angelica Giovanna d’Arco, egli dimostrò fin dall’adolescenza una spiccata inclinazione alla pietà e allo studio: una pietà prevalentemente eucaristica che lo spingeva a recarsi spesso e quasi di nascosto a visitare Gesù Sacramentato ai piedi del quale intese la chiamata al Sacerdozio; ed uno studio diligente, assiduo, come ne fanno fede i vari premi ottenuti. Cosa curiosa e più volte rilevata dall’E.mo Cardinale! Mentre i suoi genitori davano tutti i loro figli del tu, a lui, il piccolo Enrico, davano del voi. Presentivano forse arcanamente la futura grandezza di quel bambino che cresceva su gracile, con una salute debole, precaria?… L’occupazione tedesca del 1870, spinse i suoi genitori a fargli impartire da una Suora le prime lezioni di lingua tedesca, nella quale in seguito si sarebbe perfezionato. Le Suore, considerata la sua diligenza, presero a ben volerlo, e gli confezionarono un bellissimo abito cardinalizio da chierichetto, abito che il piccolo Enrico indossava con grande soddisfazione, la domenica, durante le sacre funzioni. Egli era il decano dei chierichetti. A 11 anni terminate le scuole elementari, incominciò a frequentare il Collegio di S. Giuseppe che avrebbe dovuto esser diretto, tre anni dopo, nel 1877, dal p. Servita Ledoux, e lì incominciò a germogliare nell’animo suo candidissimo la vocazione religiosa. Nell’età in cui si svegliano la gioia del vivere e la sete di gloria il giovane Enrico Lepicier chiede umilmente di entrare fra i Servi di Maria. La domanda è accettata e il postulante viene destinato al Noviziato di Londra. Superate tutte le difficoltà per ottenere il consenso dei genitori, e specialmente del babbo il quale sulle prime si era mostrato recisamente contrario, incominciarono i preparativi. La preparazione del corredo – raccontava S. E. – diede luogo a scene commoventissime da parte delle madre la quale nutriva un affetto tutto particolare per il suo Enrico. Ogni capo del corredo fu bagnato dalle sue lagrime. Intanto il giorno della partenza si avvicinava. La sera del 20 gennaio, la buona mamma lo condusse in Chiesa e lì ai piedi della statua della Madonna, dinanzi alla quale aveva pregato S. Giovanna d’Arco, in un impeto di fede, lo consacrò solennemente a Lei, pregandola a voler fare verso di lui le veci sue e di non abbandonarlo giammai. La Madonna ascoltò la sua preghiera. Era la preghiera di una madre rivolta ad un’altra Madre. La mattina del 23 gennaio, festa dello Sposalizio della Madonna con S. Giuseppe, dopo avere assistito alla S. Messa e ricevuto la S. Comunione, il giovane Lepicier, per quella medesima porta per la quale era passata Giovanna, lasciava Vaucouleurs, e se ne andava, come la Santa, là dove una vocazione divina lo chiamava. Dopo una breve sosta a Parigi, giunse a Dieppe ove s’imbarco per l’Inghilterra. Il mare era agitatissimo ed anche da Enrico volle esigere il tributo. Raccontava S. E. che mentre il vascello era in balia delle onde, egli cantava l’Ave maris Stella!

3. Nel noviziato di Londra

Dopo un viaggio di circa 33 ore, giunse finalmente a Londra ove il P. Coventry lo presentò al P. Priore Apolloni. Presa un po’ di refezione fu condotto dal P. Priore nella sua cameretta. Prima di coricarsi si ricordò che la sua premurosa ed affettuosa mamma aveva cucito nel suo abito, in caso che ne avesse avuto bisogno, una moneta d’oro di lire 10. Temendo di venir meno alla povertà religiosa, col tenere presso di sé quella moneta, il fervoroso postulante pensò di gittarla dalla finestra; ma, per quanto vi si provasse, non riuscì ad aprirla. Allora si portò nel corridoio tutto buio. Mosso dal rumore, un giovane religioso uscì di camera: era fra Pellegrino M. Stagni, il futuro Generale dell’Ordine, e poi Arcivescovo di Aquila e Delegato Apostolico del Canada, e Terranova. Enrico gli consegnò tosto la famosa moneta pregandolo di consegnarla al P. Priore. Fr. Pellegrino, ammirato di quest’atto, gli rivolse  parole piene di benevolenza e lo tranquillizzò pienamente. Il 1° marzo 1878 indossò con vero trasporto l’abito dei Servi e dopo un esemplare noviziato, il 14 marzo 1879 faceva la professione semplice.

4. Nel Collegio di Vaucouleurs.

Dopo un anno di assenza, l’obbedienza fece ritornare il religioso nella sua nativa Vaucouleurs. All’arrivo, il 19 marzo, era ad attenderlo l’affettuosissina sua madre la quale,  abbracciandolo versò lagrime di consolazione. Ma il giovane religioso « Mamma – disse – non sono più tuo! Sono della Madonna!». A Vaucouleurs il giovane religioso prestò un valido P. Ledoux, insegnando nelle classi elementari. «Impressionò molto – scrisse l’Ab. Thiéry – per la sua gravita e pel suo gioioso distacco da tutto ciò che seduce la nostra gioventù ».

5. A Londra e a Bognor.

Verso la fine di giugno dell’anno seguente (1880) fu mandato nuovamente a Londra, ove si applicò con ardore allo studio della Filosofia e della Teologia e vi fece rapidi progressi. Fu verso quel tempo ch’egli incominciò a vagheggiare l’ideale missionario. Dotato di fervida fantasia, compose in eleganti versi francesi un poemetto intitolato «Il Martire del Congo» nel quale personificava se stesso, Servo di Maria, missionario e Martire. Lo rivestì egli stesso di note musicali e di tanto in tanto, nel silenzio della sua cameretta, dava libero sfogo alla sua nobile passione col canto. Ma ben altre erano le disposizioni della Provvidenza divina: non missionario, ma formatore, visitatore, consolatore, animatore di Missionari. Il 31 marzo 1882, festa dell’Addolorata, si legava irrevocabilmente al servizio della Vergine SS. con la professione dei voti solenni.Verso il mese di settembre di quell’anno (1882) fu mandato nel nuovo Convento di Bognor, ove dimorò due anni, fino al febbraio 1884 quando giunse il tempo della chiamata al servizio militare. I suoi genitori bramavano ch’egli avesse soddisfatto a quest’obbligo; ma i superiori di Londra, in previsione dei grandi pericoli ch’egli avrebbe incontrato, vi si opponevano. Mentre maggiormente ferveva il dissidio tra i genitori e i superiori intorno alla sua sorte, capitò a Londra, in convento, ospite dei nostri Padri, l’Abate Vico, Segretario della Nunziatura di Parigi. La conversazione venne a cadere, naturalmente, su Fra Alessio. Fu provvidenziale. Siccome il clero secolare era ancora esente in quel tempo dal servizio militare, l’Abate Vico propose come soluzione l’ingresso e la permanenza del giovane religioso, per qualche tempo, nel Grande Seminario di Parigi, pur rimanendo religioso. Egli stesso si sarebbe adoprato per ottenere i dovuti permessi sia da parte dei Superiori di S. Sulpizio, sia da parte della Curia di Parigi. Questa soluzione piacque moltissimo. E Fra Alessio ebbe immediatamente l’ordine di prepararsi al suddiaconato e alla partenza per Parigi.

6. Nel grande Seminario di S. Sulpizio.

Il 2 marzo 1884 ricevette a Londra il suddiaconato da quel santo Vescovo che fu Mons. Coffin, Redentorista, già alunno del Cardinale Newman e convertito con lui al cattolicesimo. Il giorno seguente parti alla volta di Parigi dove dall’Abate Vico fu presentato al Nunzio Mons. Di Rende, poi Cardinale. I quattro mesi passati a S. Sulpizio furono per lui preziosissimi. Oltre a frequentare i corsi regolari di Teologia, potè ammirare la mirabile organizzazione e il non meno mirabile funzionamento di quel Seminario modello e potè prender contatto col fior fiore del clero parigino. La Provvidenza divina preparava il futuro Fondatore e Rettore del Collegio Internazionale dell’Urbe. Prese anche parte ai tanto rinomati catechismi di S. Sulpizio. La sua dimora in questo celebre Seminario contribuì non poco a far conoscere l’Ordine a cui apparteneva. Le sue conversazioni sulle mirabili origini dell’Ordine, sulle feste proprie, eccitarono la curiosità dei Seminaristi, riscuotendo la più grande simpatia. Tanto più che egli continuava ad indossare la tonaca religiosa con le maniche lunghe e ad usare il voluminoso breviario dell’Ordine, per cui veniva chiamato il Seminarista dalle maniche lunghe dal grosso breviario. Indescrivibile la soddisfazione e la santa fierezza del giovane frate quando  la   mattina   della   festa   dell’Addolorata di Marzo, parecchi alunni andarono ad augurargli una ‘buona festa!’.Terminato l’anno scolastico, dopo una visitina a Vaucouleurs, il giovane religioso, rinfrancato nello spirito e nel corpo, ritornò al suo convento di Bognor.

7. L’ordinazione Sacerdotale e l’inizio del sacro ministero.

Nell’autunno del 1884, da Bognor fu mandato a Londra per riprendere sotto il P. Soulier il corso Teologico e per impartire, nel medesimo tempo, lezioni di filosofia ad alcuni giovani di quel professato. Il 21 marzo 1885 ricevette il Diaconato, e il 19 settembre di quel medesimo anno, dalle mani di Mons. Weathers, Ausiliare del Card. Manning, ricevette il Sacerdozio. La terza domenica di settembre, festa dell’Addolorata, col cuore pieno di ineffabile gioia offri il suo primo sacrificio. Una settimana dopo, nell’ottava nell’Addolorata, celebrò solennemente nella sua nativa Vaucouleurs tra l’emozione dei parenti e specialmente della sua affettuosissima mamma. La sera di quel giorno solenne, presenti i suoi genitori, fece la sua prima predica sui dolori della Vergine SS. Quale soggetto più attraente e più caro per un Servo di Maria?… Ritornato a Londra, gli venne tosto assegnata una parte di quella vasta parrocchia, il distretto di Chelsea che si estende fino al Tamigi e che era popolato da gente poverissima. La mattina l’impiegava quasi interamente nello studio e il pomeriggio era destinato alla visita dei poveri nelle loro case. Amava sinceramente questo lavoro nel quale credeva di dover passare molti anni. Ma la Provvidenza divina aveva disposto diversamente.

8. Formazione Romana.

Roma «caput mundi» l’attendeva. Fragrante ancora della divina unzione sacerdotale, due mesi più tardi, chiamato dal P. Generale Testa, insieme al P. Dourche, lasciava il Collegio di Londra e s’avviava alla volta di Roma. Vi giunse nel novembre del 1885 e prese stabile dimora nel Convento di S. Maria in Via. Da quel momento in poi l’eterna Città divenne la sua seconda patria, la patria del cuore, ch’egli amò con intensissimo affetto. A Roma, nell’Università di Propaganda, sotto la guida di quei  celebri Professori che rispondono ai nomi illustri del Corti, del Buti e degli E.mi Cardinali Satolli, Lorenzelli, Sbarretti e Lauri, compì un corso di perfezionamento di filosofia e di Teologia, conseguendovi poi brillantemente le due lauree. La vivacità del suo ingegno, la penetrazione della mente, la prontezza della memoria, la facilità, la proprietà e l’eleganza dell’eloquio richiamarono su di lui l’attenzione dei suoi stessi Maestri e dei suoi numerosi condiscepoli. Il Prof. Satolli attestava che il giovane P. Lépicier, fra i suoi numerosi e valenti discepoli, era il più compito Tomista. e non di rado lo destinava a sostituirlo nella cattedra. Mentre compiva regolarmente il corso di perfezionamento nelle scienze filosofiche e teologiche, egli nutriva la sua mente con altre scienze e specialmente con lo studio della letteratura italiana, latina, francese, inglese, tedesca e spagnola, delle quali lingue egli conosceva e riteneva a memoria non pochi brani dei più celebri poeti e prosatori. «Il discorso con S. Em. – è stato scritto in una Rivista – scorre dolcemente. Domina la lingua di Dante, come fosse la lingua nativa. Parla il francese con elegante signorilità parigina; l’inglese con la scioltezza di un figlio di Albione; il tedesco e lo spagnolo non gli sono sconosciute. Possiede il greco con sfumature di un classico; l’ebraico e le lingue affini, per S. Em. non presentano difficoltà servendosi largamente per i suoi svariatissimi studi». Conosceva assai bene anche la musica, l’harmonium, e si prestava più che gli era possibile per le sacre funzioni, per l’insegnamento del catechismo ai bambini della Parrocchia ed ai fratelli Conversi della Comunità. Nel 1888, egli ebbe l’ineffabile gioia di assistere alla solenne canonizzazione dei Sette Santi Fondatori dell’Ordine, ed ebbe la fortuna di conoscere il Servo di Dio P. Antonio Pucci e i più celebri Padri dell’Ordine. Conseguì anche brillantemente, nell’Ordine, i gradi di Baccelliere, e poi di Maestro in S. Teologia.

9. Sulla breccia. Maestro dei Novizi.

Così, romanamente formato, la sera del 20 settembre 1890 festa dell’Addolorata, ritornò in Inghilterra, e gli venne tosto affidato l’importante e delicato ufficio di Maestro dei Novizi. Spiegò tutte le sue fresche energie nella formazione spirituale dei giovani religiosi. Il punto sul quale maggiormente insisteva era l’attenta e devota recita dell’Ufficio Divino, atto così fecondo di frutti spirituali non solo pei religiosi ma anche pei secolari che vi assistono. A tale scopo era solito raccontare il seguente episodio. Un giorno, durante il pranzo, fu chiamato al confessionale ed ascoltò la confessione di un uomo il quale ne aveva fatte di tutti i colori. Era pero sinceramente pentito e fermamente risoluto di incominciare una vita nova. Richiesto, dopo la confessione, del motivo che l’aveva spinto a ritornare a Dio dopo esserne stato tanto tempo lontano, rispose singhiozzando: «È stata la vista di tutti quei giovani i quali con tanto fervore recitavano in coro le lodi divine. Il grande contrasto tra la mia vita e quella di quei giovani, vita di preghiera e di virtù, mi ha spinto a ritornare al Dio della mia gioventù».  Mentre curava le anime, non dimenticava il corpo. Procurava loro belle passeggiate, visite alle Chiese già possedute dai cattolici ed anche qualche gita in mare sopra una barchetta presa a nolo. Ma un bel giorno poco mancò che una di quelle gite in mare riuscisse fatale. I giovani, inesperti e temerari, non vollero servirsi dell’opera del barcaiolo protestando che avrebbero fatto anche senza di lui. Giunta la barchetta in alto mare, sbattuta tremendamente dai flutti, incominciò a pericolare. Vivamente impressionato, il Maestro proibì loro di andare oltre e comandò che uno solo, fra i giovani, avesse guidato la barca. Ma, come suole accadere nei momenti di agitazione e di smarrimento, poco o punto gli diedero retta, poiché ciascuno cercava di far prevalere la propria opinione. E la povera barchetta, intanto, capeggiava talmente che da un momento all’altro tutti potevano essere inghiottiti dai flutti. Finalmente, come Dio volle, a stento riuscirono a raggiungere la spiaggia tra la meraviglia della gente che aveva seguito con lo sguardo la brutta partita. Giunti a casa, il Maestro non omise di riprendere i suoi giovani per la loro temerità e presunzione, e dimostrò quanto sia pericoloso voler comandare tutti insieme. Verso la metà di agosto del 1891, spinto dal suo tenerissimo amore per la Madonna, visitava il celebre santuario di Lourdes. Ne rimase impressionatissimo. Ivi – diceva – si sente solamente la sovrana e materna influenza della Madonna SS. che si crederebbe di vederla presente in mezzo alle folle. Ah ! bisogna andare a Lourdes per imparare a recitar con fervore l’Ave Maria !… Nel suo ritorno, passando per la nativa Vaucouleurs, prendeva con sé il piccolo Giulio, suo fratello, – l’attuale P. Agostino – per condurlo nel Noviziato di Bognor. Nei due anni del suo Magistero – anche per consiglio del Card. Satolli il quale, prima di recarsi in America, volle far visita al suo prediletto discepolo – ebbe agio di coltivare con vera passione la Teologia ascetica e mistica, scienza indispensabile per la retta direzione e formazione delle anime. Attese anche con zelo, per quanto glielo permettevano le sue occupazioni, al ministero missionario, predicando spesso, istruendo con amore i convertiti dal protestantesimo. Tra questi si distinse Mister Holland, ex ministro Protestante, e primo Inglese, dopo la riforma, il quale facesse la professione solenne fra i Certosini.

10. Il Professore.

Ma un religioso di tanta elevatezza intellettuale e morale non poteva davvero rimanere a lungo nella luminosa cittadina del Canale. Roma lo guardava, lo seguiva e l’attendeva. Nel  1892 il Prof. Satolli veniva inviato da Leone XIII Delegato Apostolico negli Stati Uniti. Rimasta quindi vacante la cattedra di Teologia Dommatica nell’Università di Propaganda, lo stesso S. Padre, per suggerimento di Mons. Satolli, l’affidò al P. Lépicier. Nessuno meglio di questo giovane ed ardente professore poteva corrispondere al vivo desiderio del Papa il quale, tutto intento alla restaurazione del Tomismo, voleva fedelmente seguito il Testo dell’Angelico. Il P. Lepicier lo conosceva già a perfezione. Una Rivista Inglese scriveva, non è molto, ch’Egli «conosceva i grossi volumi della Somma dell’Aquinate quasi come il Pater noster». Non e un’esagerazione. E cosi il  12 novembre del 1892, dovette distaccarsi all’improvviso dai suoi cari novizi per riprendere la via di Roma. Il tempo stringeva. Egli doveva salire immediatamente l’importantissima cattedra, e quindi di costretto a preparare la sua prima lezione in treno. Da Torino a Roma viaggiò in compagnia di Mons. Richelmy, allora Vescovo di Ivrea. Giunto a Roma il  15 novembre, si stabili nello storico Convento di S. Marcello. Il giorno seguente, 16 novembre, insieme al P. Generale Corrado, fu ricevuto in privata udienza dal S. Padre Leone XIII. Il Papa con un atto di benignità inconsueta, invece di tenerlo inginocchiato, lo fece stare in piedi. Gli disse come l’aveva scelto, a preferenza di Sacerdoti del Clero Romano, a Professore di Propaganda e rilevò il grande privilegio di essere stato chiamato dal Papa stesso a Roma per lavorare a vantaggio della Chiesa nella scuola e nelle Congregazioni Romane. Gli chiese poi qual metodo avrebbe seguito nell’insegnamento. «Quello indicato dalla  Santità Vostra – rispose il giovane professore – camminando fedelmente sulle orme del mio  predecessore Mons. Satolli». Questa risposta gli piacque molto, e con la sua voce maestosa gli disse: «Bravo!». Quindi lo licenziò con questa parola: «Impegnatevi!» Questo parola – raccontava S. E. – non l’ho mai dimenticata. Essa mi sostenne nell’arduo cammino. Dopo   l’udienza del S. Padre Leone XIII diede tosto principio al suo insegnamento con un successo che andò sempre crescendo. E per 21 anni, cioè fino al 1913, quando fu eletto Priore Generale dell’Ordine, riversò senza risparmiarsi i tesori della sua mente e del suo cuore nelle menti e nei cuori di migliaia a migliaia di discepoli convenuti a Roma da tutte le cinque parti del mondo. «Io non credo – scriveva l’Accademico Francese Giorgio Goyau – che vi siano al mondo molti professori la parola dei quali abbia avuto echi cosi lontani, ripercussioni così molteplici; allorché Egli cerca di viaggiare sul planisfero, i nomi dei missionari che fondano o dirigono delle cristianità, si evocano senza posa davanti alla sua memoria: fisionomie di allievi che altre volte accolsero le sue discipline teologiche. Futuri confessori della fede, futuri martiri, forse, dimorano nelle nevi del polo o sotto la canicola dell’Equatore, con i figli della sua dottrina ch’egli ha codificato in 24 volumi». La sua scuola era un Tempio sacro al  Dio delle scienze; nessuno osava zittire; tutti, anche quelli che in qualche altra scuola non mostravano tutta l’attenzione e la correttezza richiesta, pendevano dal labbro dell’illustre professore. E le ore scorrevano come minuti. Tra i suoi numerosi discepoli brillano nomi illustri. Egli ha visto sfilare dinanzi alla sua cattedra una lunga teoria di futuri dotti, di prelati, di Vescovi e di Cardinali. Verso la fine del primo anno d’insegnamento, dai Superiori di Propaganda. Mons. Camassei, Rettore, e Mons. Pietro Di Maria, Vicerettore, gli veniva affidato l’incarico di organizzare una solenne disputa teologica per celebrare il Giubileo Episcopale di Leone XIII. Accettò con entusiasmo, e nel mese di luglio, in presenza di numeroso uditorio, composto di Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, prelati e religiosi, dopo aver letto una Dissertazione sull’utilità dello studio della dottrina Tomistica, – la sua prima pubblicazione – quattro giovani, da lui addestrati, argomentarono sopra un tesario da lui preparato e stampato, riscuotendo il plauso comune. Alcuni giorni dopo il S. Padre si degnò riceverlo in privata udienza insieme ai giovani che avevano preso parte alla Disputa. Dopo avergli presentato una copia della sua Dissertazione, gli fece un breve resoconto della disputa. Il S. Padre volle sapere se avessero veramente seguito il metodo scolastico, e alla risposta affermativa, si mostrò grandemente soddisfatto. Vedendolo così ben disposto, il P. Lépicier si fece coraggio e gli chiese di conferire la laurea in Teologia, ad honorem, ad uno dei suoi migliori alunni il quale, per ragioni di salute, non aveva potuto presentarsi agli esami. Il Papa allora chiamò ai suoi piedi quel giovane, gli domandò se avesse veramente studiato con impegno e se prometteva di esser sempre fedele alla dottrina di S. Tommaso. Dietro le risposte affermative, non tanto del giovane, tutto confuso, quanto del suo professore, il Papa, alzandosi in piedi, pronunziò con molta maestà queste parole: « Giacché questo è il primo favore che Ci damanda il P. Lépicier, lo concediamo volentieri, ma non transeat in exemplum ». Si rivolse quindi al P. Lépicier e gli chiese se conosceva il P. Stagni e se credeva ch’egli avrebbe fedelmente insegnato la dottrina di S. Tommaso. Gli rispose che lo conosceva benissimo avendo convissuto molto tempo con lui, e che avrebbe corrisposto pienamente al suo desiderio intorno all’insegnamento tomistico. Il Papa ne rimase molto soddisfatto, e poi lo licenziò, insieme ai suoi alunni, impartendogli con affetto paterno l’Apostolica benedizione. Dopo un periodo di ben meritate vacanze, verso la metà di ottobre ritornò a Roma in compagnia del P. Stagni, destinato alla cattedra di Filosofia nell’Ateneo di Propaganda. Così le due cattedre principali di quel celebre Ateneo, quella di Dommatica e quella di Filosofia, per benigna disposizione del Papa, vennero tenute con molto plauso da due religiosi dell’Ordine. Lo stesso Pontefice, inoltre, dispose che il P. Lépicier da S. Marcello passasse di famiglia a S. Maria in Via, ove avrebbe avuto un’abitazione più comoda e dove – come disse il Papa – avrebbe potuto conferire più facilmente col P. Stagni su quelle questioni di filosofia e di Teologia che presentavano maggiore difficoltà. Tanta era la premura di Leone XIII per il rifiorimento della dottrina dell’Angelico! Pur di ottenere l’intento, non  rifuggiva dall’interessarsi delle cose più piccole e d’impartire disposizioni.

11. Attività multiforme.

La scuola – la quale pure impone un lavoro assiduo, assillante – non esaurì la fervida attività del P. Lépicier. Fu infatti ripetitore, una volta alla settimana, prima nel Collegio Canadese e poi in quello di Propaganda; non trascurò il ministero della predicazione dando anche Esercizi spirituali a qualche Collegio. Ebbe anche per alcuni anni l’ufficio, per disposizione di Pio X, di Padre spirituale dell’Accademia dei Nobili Ecclesiastici ove ebbe occasione di mettersi a contatto con molti che oggi occupano posti distinti nella Diplomazia Pontificia, quali il Card. Maglione e i Monsignori Pizzardo, Micara, Aloisi Masella ecc. Ogni domenica si recava all’Accademia, teneva di tanto in tanto un discorso, ascoltava le confessioni e prendeva parte alla mensa ed alla ricreazione. Le varie Congregazioni Romane poi misero tosto a loro profitto la sua vasta e profonda cultura, la conoscenza di parecchie lingue e la sua ben provata esperienza. Fu, infatti, successivamente, Consultore apprezzatissimo della S. C. dei Seminari e delle Università degli Studi (1894), di Propaganda (1900), delle Indulgenze ecc, (1906), della Concistoriale (1912), dei Religiosi (1914); fu Qualificatore del S. Ufficio (1906); fu membro della Commissione per la revisiona delle Regole (1900), per la revisione dei Sinodi (1904), per la codificazione del Codice di D. C. (1904), della Pont. Comm. Biblici (1905), per la revisione dei libri proibiti (1907), del Consiglio di Vigilanza contro gli errori moderni (1907), per l’esame delle relazioni diocesane della Francia (1918), per l’esame del nuovo Catechismo (1927), della Pont. Comm. per l’interpretazione del Codice di D. C (1928), per l’esame delle condizioni di alcune Scuole Cattoliche; fu socio della Pontificia Accademia di S. Tommaso (1893), di Religione Cattolica (1895), dell’Immacolata Concezione; fu Teologo Canonista del Sinodo Armeno (1911) ecc. A tutto questo, ed ai lavori straordinari che di tanto in tanto gli venivano affidati dalla fiducia dal Santo Padre, si deve aggiungere il gravoso e diligente lavoro dell’indice degli Atti di Leone XIII, che egli stesso gli affidò e che comprende un   grosso volume in-8, il quale completa i 24 volumi degli scritti Leoniani, lavoro che gli occupò ben due anni di tempo, e che fu preso poi come modello per la distribuzione degli Indici degli «Acta Apostolicae Sedis». Fu dopo un lavoro straordinario affidatogli e condotto a porto con generale soddisfazione che il Card. Satolli, incaricato di presentare il suddetto lavoro al S. Padre Leone XIII, gli rivolse quella espressione dantesca :

Quando sarò innanzi al mio Signore,
di te mi loderò…

Oltre al lavoro, che gli cresceva ogni giorno, il P. Lépicier, sacrificando quasi sempre le ricreazioni e il passeggio, chiuso in una cameretta, con una finestra prospiciente alla Chiesa di S. Nicola da Tolentino, e quindi vicino a Gesù Sacramentato, fonte di calore e di luce, trovava il tempo per pubblicare i suoi apprezzatissimi lavori teologici, per i quali, dai Sommi Pontefici, ebbe molte lettere di elogio. Secondo il consiglio di Orazio, solo dopo nove anni d’insegnamento «Nonum prematur annum» incominciò le sue pubblicazioni teologiche col classico «Tractatus de B. Maria V.» tanto lodato dal S. P. Leone XIII.

12. Il Collegio Internazionale «S. Alessio Falconieri».

Quelle cure sollecite poste dal P. Lépicier nell’insegnamento universitario, egli le prodigò con raddoppiato fervore nel fondare nel novembre 1895 e nel dirigere poi per molt’anni, cioè fino al 1920, il Collegio Internazionale di S. Alessio Falconieri di Roma, coll’intento di impartire una istruzione superiore alle migliori speranze dell’Ordine, riunite da tutte le Provincie, e poste sotto la sua sorveglianza immediata e continua. Ed egli per lunghi anni prodigò veramente tutti i tesori della sua mente e del suo cuore in favore dei beniamini della famiglia Servitana. L’esatta e fedele osservanza delle regole e delle Costituzioni, e specialmente l’attenta e devota recita dell’Ufficio divino e di quello della Madonna, la lettura a Refettorio, la pratica settimanale del Capitolo delle colpe, la vigilanza sugli studi con le ripetizioni in casa, le accademie teologiche alle quali prendevano parte insigni personaggi come i Cardinali Satolli, Boschi, Dubois ecc…, le passeggiate peripatetiche coi giovani, la devozione a Gesù Sacramentato, alla Madonna, a S. Giuseppe, al Papa, la pratica della conferenza spirituale e tante altre industrie particolari atte a mantenere lo spirito di fervore, erano i mezzi di cui largamente si serviva per formare i suoi giovani e per rendere il Collegio S. Alessio una Comunità fervorosa, osservante, esemplare. Per incombenza avuta dal P. Generale Pagliai, nell’estate del 1896 scrisse le Regole per i chierici dell’Ordine. Queste regole, dopo essere state rivedute da tutti i Maestri dei giovani, furono date alle stampe. Più tardi egli stesso le tradusse in latino, e durante il suo Generalato le inserì nel Manuale dei Chierici e Padri dell’Ordine. Mentre attendeva ai giovani, non trascurava i fratelli Conversi. Compose anche per loro un Orario e alcune regole che poi furono stampate nel Manuale dei Conversi. Faceva loro ogni tanto una visitina, e ogni settimana insegnava loro la Dottrina Cristiana. Cercava poi dì precedere tutti con l’esempio. Date le sue molteplici e gravi occupazioni, il P. Generale gli aveva concesso di fare meglio che avesse potuto. Cercava di non mancare mai all’ufficio della mattina, al Vespro e alla Compieta dopo mezzogiorno, e «Benedetta» e preci dell’Ordine con l’esame di coscienza alla sera. Come nutrimento spirituale, poi, s’industriava a ricavare e a raccogliere dal suo insegnamento teologico quella larga messe di considerazioni e di affetti di cui è campo fecondo, a beneficio suo e dei discepoli. Eletto Generale, nel 1914, incoraggiato dal S. Padre Pio X, volle stabilire le scuole in casa, chiamandovi ad insegnare i migliori soggetti dell’Ordine. La serietà dell’insegnamento, e le frequenti dispute e dissertazioni filosofiche e teologiche, alle quali il ch.mo P. Lepicier invitava spesso i più illustri Prelati Romani, la sezione dell’Accademia Pont. di S. Tommaso, rendevano il Collegio Internazionale un vero centro di scienza e lo facevano crescere sempre più nella stima e nella simpatia dei più illustri ed autorevoli ecclesiastici dell’Urbe. Molti dei suoi numerosi discepoli ricoprono ora le più alte cariche dell’Ordine.Né meno coltivata era la pietà e la osservanza scrupolosa della Regola. Più volte il P. Lépicier ebbe a sentire magnifici elogi, fatti da illustri personaggi, sull’edificante contegno e sulla compitezza dei suoi giovani. La sua piccola stanza, tutta tappezzata di libri, argutamente chiamata da un illustre Prelato, per la sua elevatezza, «nido d’aquila», nel corso di tanti anni è stata un vero gabinetto di consultazione universale: illustri scienziati, Sacerdoti, Superiori di Ordini Religiosi, Monsignori, Vescovi, Cardinali, vi affluivano continuamente, dai cinque continenti, in cerca di luce e di consiglio. Sarebbe davvero interessante conoscere l’elenco completo di tutti questi illustri visitatori.

13. Nel paese di Gesù.

Nelle vacanze 1907, ottenne dal Rev.mo P. Generale il permessobdi fare un devoto pellegrinaggio in Terra Santa. Il 28 agosto, «solo soletto» – come diceva – dopo aver messo il suo lungo viaggio sotto la protezione di S. Giuseppe in onore del quale aveva voluto ascoltare in una Chiesa a Lui sacra la Messa, mise il piede trepidante sul vascello che doveva condurlo ad Alessandria. Mentre attendeva, due religiosi francescani (il guardiano della Flagellazione e il custode del Getsemani) gli si fecero avanti e conosciuta la mèta del suo viaggio, l’invitarono ad unirsi a loro. Non poteva desiderare di meglio. Con indicibile godimento visitò Matariet, dimora della S. Famiglia in Egitto, il Monte Carmelo, Gerusalemme, Nazareth ecc. Il pensiero che Gesù stesso aveva calcato quella medesima terra, aveva respirato quell’aria, aveva convissuto con gli antenati di quel popolo, riempiva il suo cuore di gioia e d’ineffabile allegrezza. Questa gioia e questa ineffabile allegrezza raggiunse il colmo allorché il 15 settembre, festa dell’Addolorata, poté celebrare la S. Messa sul Calvario, proprio nel luogo detto dello «Stabat» dove la Vergine SS. assistette all’agonia ed alla morte del Figlio. Poteva immaginarsi cosa più suggestiva per un Servo di Maria? « Oh, quanto pregai allora per l’Ordine – esclamava S Cardinale – e come sento di non poter mai ringraziare abbastanza il Signore per un sì segnalato favore!». A Nazareth, in quel luogo così caro, ebbe la grata sorpresa d’incontrare i Monsignori Pietro Gasparri e Gaetano De Lai che in quell’anno stesso dovevano essere elevati alla dignità cardinalizia. Nell’attraversare con una barca il lago di Tiberiade, si sollevò un vento fortissimo per cui, spaventato, si sentì istintivamente spinto a ripetere con S. Pietro «Domine, salva nos, perimus!». Dopo aver provato tante soavi emozioni, prese la via del ritorno e verso i primi di ottobre sbarcò a Napoli ove si trattenne qualche tempo. Di li poté visitare il celebre Santuario di Pompei e Nocera dei Pagani, santificata dalla dimora di S. Alfonso e arricchita dalle sue preziose reliquie. Il ricordo del pellegrinaggio nel paese di Gesù, non ostanti  i disagi e gli stenti ai quali dovette sobbarcarsi, rimase sempre indelebile nell’anima sua e gli giovò molto pei suoi studi sulla Sacra Scrittura.

14. Violenti attacchi da parte del modernisti.

Nel frattempo usciva la celebre enciclica «Pascendi Dominici gregis» contro il modernismo, suscitando il tutto il mondo un rumore indescrivibile. Il P. Lépicier, conoscendo quanto profonde radici avesse gettato il modernismo, perfino a Roma, concepì il disegno di scrivere su questo argomento mostrando quanto fossero perniciose le nuove teorie e quanto era stato opportuno l’atto energico del S. Padre. Venne fuori così il celebre trattato «De stabilitate et progressu dogmatis» che, travisato malignamente da coloro che erano maggiormente colpiti, suscitò tanto scalpore e tante ire in tutte le parti del inondo, specialmente in Germania, nella Spagna e negli Stati Uniti d’America. Questa violenta alzata di scudi era capeggiata dal famigerato Protestante Paolo Sabatier, divenuto il «leader» dei Modernisti. Si prese occasione, o meglio, il pretesto, principalmente da ciò che il P. Lepicier, citando S. Tommaso, afferma sul diritto della Chiesa sopra gli eretici. Il vero motivo, abilmente celato, era di coinvolgere nella medesima condanna tutto ciò che in quel libro, con tanta chiarezza e sodezza, veniva detto contro il modernismo. Per ottenere il suo scopo, Paolo Sabatier si servì della «Presse associée» per mezzo della quale, in meno di 48 ore, nel settembre 1909, tutti i giornali anticlericali del mondo riprodussero, con poche varianti, un articolo apparso sul «Messaggero» di Roma. In questo articolo, senza far punto menzione del contenuto del libro, si riportava, malamente e malignamente tradotto, quello che si dice del famoso «ius gladii». Gli giunsero, quindi, contemporaneamente, da tutte le parti del mondo, articoli virulenti nei quali veniva rappresentato come un carnefice (!) pronto ad uccidere tutti gli eretici!bv… E quanti, in buona fede, vi cedettero! Quante lettere gli giunsero chiedendo spiegazioni! … Da  Breslavia ricevette una lettera in cui si diceva che, se si fosse trovato li in quei giorni, sarebbe stato impiccato al primo lampione! … Perfino la Segreteria di Stato ricevette fiere proteste in proposito. Ritornato a Roma da Weissenstein, dove aveva passate le vacanze, trovò che tutti parlavano di questo affare, e trovò anche alcuni carabinieri in guardia permanente alle porte del Collegio S. Alessio per ovviare a qualsiasi eventualità. Qualche Cardinale credette bene avvisarlo confidenzialmente dell’ingrossare della tempesta e di mettersi bene in guardia. Nel medesimo giorno in cui mori il Cardinale Satolli (6 gennaio 1910), apparve nel giornale modernista francese «L’Italie» un articolo virulento in cui si faceva un paragone assai odioso ed ingiusto tra il Cardinale Satolli e il P. Lépicier suo discepolo. Nel vedere così cinicamente travisato il suo libro, il P. Lépicier si vide costretto a scrivere l’Opuscolo « Appendix ad tractatum de De stabilitate et progressu Dogmatis » per mettere a nudo le brame nefande dei modernisti. In esso, dopo aver richiamato il vero scopo di quel libro, – la confutazione sistematica del modernismo – rivendica nuovamente alla Chiesa il vessato «ius gladii» e dimostra come essa, essendo una società perfetta, deve avere tutti i mezzi necessari per la propria difesa. Ma i modernisti, secondo il loro solito, non fecero nessun conto di queste chiare ed esplicite dichiarazioni e continuarono a combatterlo e a mentire. È rimasta celebre l’alzata di scudi avvenuta a Siena dopo la chiusura del Congresso Eucaristico del 1923. La mattina dell’8 giugno, in tutti gli angoli della città, si videro affissi manifesti a caratteri cubitali nei quali si metteva in guardia il popolo di Siena contro l’ingerenza dei preti e specialmente di quel famigerato P. Lépicier (aveva tenuto una conferenza al Clero sulla devozione verso la SS. Eucaristia) il quale aveva avuto l’ardire di pubblicare in un suo libro che la Chiesa aveva il diritto di uccidere, come selvaggina, gli eretici ! … I Sacerdoti di Siena con a capo Mons. Vescovo si fecero un dovere di presentare le loro sincere condoglianze all’intrepido campione della verità così satanicamente assalito e vituperato. Siccome lo scandalo era stato assai grave, il  P. Lépicier scrisse subito un articolo per mettere le cose al loro posto; ma era tale e tanto il panico che il giornale cattolico di Siena non osò pubblicarlo. La massoneria internazionale e il modernismo, pel timore esagerato dei buoni, cantarono trionfo. Ma la Provvidenza benignamente dispose che il P. Lépicier avesse la rivincita. E l’ebbe allorché, più tardi, in occasione di un altro Congresso Eucaristico, nello splendore della porpora Romana, fu solennemente ossequiato da tutta la cittadinanza con a capo le autorità civili e militari. Il S. Padre Pio X nel prezioso autografo inviato al P. Lépicier in occasione del suo Giubileo sacerdotale (1910) non omise una benevola allusione alla fiera campagna mossagli dai modernisti.

15. Il Congresso Eucaristico Internai, di Montreal.

L’8 luglio 1910, dietro invito dei suoi affezionatissimi alunni Canadesi i quali vollero ricoprire le spese del viaggio, accompagnato da Mons. Curotte, partiva, per la prima volta, per il nuovo mondo «che il genovese divinò». Arrivato a New York il 25 luglio, festa di S. Anna, dopo qualche giorno proseguì per Montreal ove doveva celebrarsi il Congresso Eucaristico Internazionale. Fu accolto con grande entusiasmo dai suoi antichi alunni. Nei due mesi in cui dimorò nel Canada, poté visitare molti luoghi. A Québec fu ospite del Card. Begin. L’8 settembre, sotto la presidenza del Card. Vannutelli, fu aperto il solenne Congresso Eucaristico. Al P. Lépicier era stato affidato dal Comitato il tema : «Le relazioni di Maria SS. col SS. Sacramento». Lo svolse magistralmente. Dopo il Congresso, fece una breve visita ai nostri Conventi degli Stati Uniti, ed ebbe anche l’occasione di incontrare tanti suoi ex alunni. A Buffalo, avendo egli detto casualmente che non aveva ancora preso il biglietto per il ritorno, i suoi ex alunni si riunirono in una sala attigua e lì per lì radunarono la somma necessaria pel viaggio. A Boston, l’Arcivescovo stesso Mons. O’ Connel, oggi Cardinale, volle presiedere l’adunanza degli antichi studenti di Propaganda i quali ebbero il gentile pensiero di offrirgli un prezioso orologio. Giunto a Roma, venne a sapere che nella Segreteria dì Stato era stato deciso ch’egli fosse mandato come Delegato Apostolico nel Canada, ma che il S. Pio X vi si era opposto non tollerando ch’egli si fosse allontanato da Roma ove avrebbe potuto prestare maggiori servigi alla Chiesa. Fu mandato in sua vece il suo confratello e collega d’insegnamento Padre Stagni, già Arcivescovo di Aquila. Riprese quindi con ardore l’insegnamento prendendo la cattedra di Sacramentaria, lasciata da Mons. Lauri, ed affidando quella di dogmatica al R. P. M. Giuseppe M. Ducceschi.

16. Visitatore Apostolico nell’Inghilterra e nella Scozia.

Nel maggio del 1911. venne chiamato improvvisamente dal Card. De Lai, il quale gli comunicò che il S. Padre aveva deciso di affidargli una missione assai delicata e laboriosa in Inghilterra, dove, tra le altre cose, avrebbe dovuto stabilire tre provincie ecclesiastiche, Westminster, Liverpool e Birminghan. Quest’atto solenne venne compito nel nostro Convento di Fulham Road, ove il P. Lépicier aveva preso dimora, ed ove furono visti affluire i Vescovi d’Inghilterra. Dopo cinque mesi di dimora in Inghilterra, ritornò a Roma ove riprese le sue lezioni alla Propaganda.  Nel giugno dell’anno seguente (1912), chiamato alla S. Congregazione Concistoriale, il sostituto Mons. Rosa gli fece noto ch’egli era stato designato Visitatore Apostolico delle Diocesi della Scozia. Partito con la benedizione del S. Padre e del Card. Merry del Val, accompagnato dal P. Benetti, giunse a Londra l’8 luglio, e il giorno seguente ad Edimburgo. Nel corso delle sue peregrinazioni attraverso la Scozia non omise di visitare le celebri Abbazie benedettine e cistercensi che ancor oggi sono là a testificare la fioritura della vita cattolica in quella nazione. Ritornato a Roma, presentò il suo rapporto alla S. Congregazione Concistoriale, e ben presto venne nominato Delegato Apostolico della Scozia senza obbligo dì residenza in quel paese, con l’incarico di seguire tutti gli avvenimenti connessi con la religione e di essere come mediatore fra la Scozia e la S. Sede. Due anni dopo ritornò in quella regione per completarvi la visita apostolica. Verso la fine di agosto, dopo tanti stenti e privazioni dovuti alle difficoltà create dalla guerra, poté giungere finalmente a Roma e presentarsi pel rendiconto al nuovo Papa, Benedetto XV col quale si era trattenuto a  lungo a Bologna qualche mese prima mentre si recava in Inghilterra.

17. Moderatore supremo dell’Ordine.

Dopo aver disimpegnato con plauso gli uffici di Consultore Generale e di Procuratore Generale, nel Capitolo Generale, radunato a Firenze nel 1913, sotto la presidenza del Card. Gennari, il p. Lepicier – plaudente Ecclesia – venne eletto Priore Generale dell’Ordine. «I Servi di Maria – disse un giorno il compianto Card. Gasparri – hanno avuto un buon naso nell’eleggere Generale il P. Lépicier». Illustrare le opere svolte dal P. Lepìcier durante i sette anni burrascosi (era il luttuoso periodo della Guerra) del suo Generalato, non è cosa troppo facile. Visitò le varie Provincie dell’Ordine, presiedendo ai Capitoli Provinciali, e intraprendendo un viario negli Stati Uniti e nel Canada proprio nel periodo più forte della guerra sottomarina. A quanti pericoli si trovò esposto! Prese inoltre saggi provvedimenti per i Religiosi chiamati al servizio militare, sia durante il servizio, sia dopo. Un’altra opera che renderà sempre memorabile il generalato del P. Lépicier, è la pubblicazione del Bollettino ufficiale della Curia: «Acta Ordinis Servorum» in cui vengono raccolti, ogni trimestre, tutti gli atti ufficiali e più importanti dell’Ordine. Durante il suo generalato, furono erette due nuove provincie. l’Inglese e la Veneta; furono aperte le Missioni del Brasile, nell’Alto Acre e Purùs, e vi fu destinato come Prelato S. Ecc. Mons Prospero Gustavo Bernardi, Vescovo tit. di Paltò. Dinanzi alla morte poteva candidamente scrivere: « Ho la coscienza di avere intensamente amato l’Ordine, di aver lavorato e patito per il medesimo e di averne desiderato e cercato l’incremento ». Nel maggio 1920, il Rev.mo P. Lépicier, libero dal gravissimo peso del governo dell’Ordine, poté ritornare ai diletti suoi studi ed all’insegnamento. Insegnò, infatti, nel Collegio Internazionale di S. Alessio Falconieri e nel Pont. Collegio Beda. Nel medesimo tempo gli vennero affidate dal Santo Padre incombenze delicatissime e di grande vantaggio per la Chiesa. Ma il Signore lo destinava a cose sempre più eccelse per la sua maggior gloria.

18. Nelle sterminate regioni dell’India.

Il 19 maggio 1924, il P. Lépicier veniva consacrato Arcivescovo tit. di Tarso, e veniva destinato Visitatore Apostolico delle Indie Orientali. Il missionario della scuola e della penna, diventava anche, finalmente, missionario di fatto. Partito da Napoli insieme al suo Segretario P. M. Ildebrando M. Calvani, dei Servi di Maria, il 15 settembre 1924, vi sbarcò di ritorno il 2 marzo 1926. «In questo frattempo – scrisse il P. Calvani – visitò 40 tra Archidiocesi, Diocesi e Prefetture Apostoliche, percorrendo tutto l’immenso continente dal Capo Camorin all’Himalaya, da Bombay ai confini della Birmania e spingendosi anche all’isola di Ceylon. Da calcoli approssimativi risulta che egli percorse oltre 25 mila chilometri di ferrovia, senza contare alcune migliaia di chilometri percorsi in automobile oppure in piroscafo attraverso i grandi numi. Per le distanze minori furono spesso adoperati altri mezzi di trasporto meno comodi, ma certo più poetici, come il caratteristico rikccjò, vetturetta trainata da un uomo, il dundee, portantina a spalla di quattro uomini, il bullok-car, la rikta, l’elefante e perfino il dorso d’un uomo … Considerando l’età non più giovane del Visitatore (aveva 62 anni), la sua delicata costituzione, il caldo soffocante, e il cambiamento continuo di ambiente, di letto, di cibo, si rimane meravigliati come egli potesse tener fronte alla fatica quotidiana di ricevimenti, di udienze faticosissime, di cerimonie e di tutto l’immenso lavoro che portava con sé la Visita Apostolica … La Missione di Mons. Lépicier era di natura delicatissima e a lui erano stati affidati problemi di non facile soluzione. Il suo programma si può rilevare dalia lettera ch’egli scrisse ai Vescovi nel lasciare l’India, nella quale insistette su tre punti vitali: 1°. l’educazione della gioventù; 2°. la formazione del clero indigeno; 3°, le missioni tra gli infedeli … Non è esagerato il dire che la missione di Mons. Lepicier in India ha segnato un’era nuova in quell’immenso continente … Fu tale la fama della sua eloquenza, soda di dottrina, calda di affetto, che persino i dirigenti dell’Università Indù di Benares lo pregarono a visitare il loro Istituto e tenere  un discorso ai giovani».

19. Visitatore Apostolico in Etiopia.

Un anno dopo il suo ritorno dall’India, il S. Padre lo inviava nuovamente Visitatore Apostolico in Eritrea e in Abissinia. Partito da Roma insieme a R. P. Taucci O.S.M., Segretario, la sera del Venerdì Santo del 1927, vi ritornava, carico di allori, dopo circa due mesi. « Sia benedetta la tua venuta, – gli scrivevano collettivamente i preti indigeni della provincia dei Bogos, – tu hai scrutato i nostri segreti, ed hai curato le nostre piaghe, dimostrandoti sanatore efficace delle piaghe dei cuori. E ciò lo diciamo senza menzogna, bensì informati delle riforme che fai, affinché sia salda l’unità ». Ma più che le parole parlano i fatti: dopo quella visita, la S. Sede elesse un Vescovo indigeno nella persona di abba Kidane Mariam Cassai, che è il primo vescovo etiope indigeno cattolico dopo vari secoli; ampliò il Collegio etiopico in Roma, fondò il primo nucleo di monaci etiopi nell’abbazia di Casamari, per poi continuare la vita monastica in Etiopia, concesse larghi miglioramenti ai preti indigeni, pose l’Etiopia sotto l’alta giurisdizione del Delegato Apostolico dell’Egitto; estese gli studi nel Seminario di Eritrea e si interessò ancora efficacemente per ottenere altri vantaggi a quella promettente Missione. Una delle visite più interessanti fu quella fatta al famoso monastero di Debré-Bizen, abitato da circa 300 monaci Copti, eritrei, situato all’estremità della catena di montagne all’ovest dell’Eritrea. Fu un grande avvenimento per l’Abissìnia. Fin dal secolo V, vige un regolamento severo, in virtù del quale nessuna persona, sia re che imperatore, può entrare nel recinto del monastero a cavallo. Il Priore, considerando che questo luogo non poteva essere visitato da un personaggio più illustre del Delegato del Papa, decise che questa regola, fedelmente sempre osservata, fosse violata in una circostanza cosi memoranda. E cosi, mentre tutti scendevano a terra, Monsignor Lépicier rimase sulla sua cavalcatura sino alla porta del monastero.

20. L’elevazione alla Porpora.

L’umile religioso si avvicinava allo zenit della gloria. Dati i suoi meriti eccezionali, a nessuno, tranne che all’interessato, arrecò sorpresa la notizia della sua elevazione alla porpora avvenuta nel Concistoro di dicembre del 1927. L’annunzio di questa elezione non è privo d’interesse. Era la mattina del 28 novembre 1927. Alle ore 11,30, mentre stava studiando nella sua cameretta, bussò alla sua porta il fratello converso e lo avvisò che il Card. Gasparri desiderava parlargli. Scese subito e lo trovò in piazza S. Nicola da Tolentino, dentro la sua vettura, vestito con abiti di cerimonia. Alla domanda rivoltagli da Mons. Lépicier che cosa volesse significare tanta solennità, egli tutto serio, rispose: «È capace di mantenere un segreto?… Un segreto di confessione?». «Farò tutto il possibile» rispose Mons. Lépicier. Allora egli in tono mezzo serio e mezzo scherzoso soggiunse: «Nel prossimo Concistoro il Papa la farà Cardinale!». E gli intimò nuovamente il più rigoroso silenzio. « Anzi – soggiunse celiando – quando domani i suoi frati leggeranno la notizia su «L’Osservatore Romano», Ella faccia l’étonné e dica: «Almeno avrebbero potuto dirmi qualche cosa!». Dopo aver ringraziato il Cardinale, Mons. Lépicier si ritirò in camera ove si umiliò dinanzi al Signore. Appena pubblicata la nomina, si portò a ringraziare il S. Padre il quale, per dissipare ogni dubbiezza, gli disse: «Questa promozione l’abbiamo fatta con la mente e col cuore». Lo splendore della Porpora non penetrò affatto nell’anima sua che continuò ad essere quella di prima: delicata, ingenua, dolce, amichevole, un’anima che, nell’affacciarsi agli occhi metteva in essi qualche cosa di squisitamente paterno. Il giorno stesso in cui gli fu imposto dal S. Padre il galero rossofu visto uscire da solo, vestito da religioso, e rientrare in casa attorniato da alcuni bambini ai quali egli spiegava amabilmente il catechismo. I bambini lo seguirono fino al suo appartamentino, dove, in premio della loro diligenza, ricevettero alcuni dolci. Quindi il Cardinale indossava gli abiti prelatizi e scendeva in una sala del Pont. Collegio Armeno per la solenne consegna del galero rossoIndimenticabile il discorso che egli fece in quella solenne occasione. «E una volta – incominciò a dire – l’abbiamo già usato questo galero rosso. Rimane da usarlo ancora un’altra volta: dopo la mia morte, quando sarà deposto sopra il mio tumulo». Era un significativo riconoscimento della vanità di tutte le umane grandezze … L’anno seguente il S. Padre lo nominava Prefetto della S. C. dei Religiosi.

21. Legato Pontificio ad Orleans, a Cartagine e a Malta[2]

Per ben tre volte, nel breve periodo di nove anni, il S. Padre Pio XI, con crescente benevolenza  sceglieva l’Eminente Prelato a rappresentare, quale Legato, la sua Augusta Persona, a Orleans, nel 1929, in occasione delle Feste Centenarie di S. Giovanna d’Arco, a Cartagine, nel 1930, in occasione del Congresso Eucaristico Internazionale, e a Malta, nel 1935, in occasione del 1° Concilio Regionale. In tutte queste onorifiche legazioni Egli portò sempre e ovunque il fascino di una personalità universalmente apprezzata ed affettuosamente venerata.

II. LA FISIONOMIA MORALE

Dell’E.mo Cardinale Lépicier, io credo si potrebbe ripetere, fatte le debite proporzioni, l’elogio che del Card. Federico Borromeo scrisse il Manzoni: «Fu uno degli uomini rari in ogni tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, un intento continuo nella ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare ne intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume».

1. L’uomo di fede.

La vita del Card. Lépicier, come quella del giusto, fu vita sopratutto di fede. Di una fede che elevava quasi di continuo la sua mente a Dio. Nell’uscire di casa o nel rientrarvi era raro il caso in cui non facesse la sua visitina al padrone di casa, a Gesù Sacramentato, o non si genuflettesse per breve tempo dinanzi alla statua del suo caro S. Giuseppe, tutta circondata dalle medaglie meritate dai suoi giovani nei vari concorsi. Il Crocifisso, come per S. Filippo Benizi, come per S. Tommaso, fu il suo gran libro. Oltre ad averlo sul tavolo di studio, dinanzi agli occhi, ne aveva un altro di più modeste dimensioni – quello ricevuto nella cerimonia della vestizione religiosa – ch’egli teneva a portata di mano e che ogni tanto, specialmente dinanzi alle difficoltà, egli prendeva, affettuosamente baciava implorando luce e conforto. Lo deponeva poi, come sigillo, sopra ogni pagina ch’egli scriveva, quasi per metterla sotto la protezione di Colui per la sola gloria del quale egli l’aveva dettata. Il suo spirito di fede lo commoveva, spesso, fino alle lagrime nella celebrazione del sacrosanto sacrificio Eucaristico, di cui Egli aveva penetrato la sublimità e l’altezza delle ricchezze con una intuizione impareggiabile. La sua vivissima fede gli faceva vedere e servire nel Papa la persona stessa di Cristo, «il dolce Cristo in terra». E dopo ognuna delle innumerevoli udienze si vedeva tutto raggiante di gioia e pareva non sapesse parlare di altro che del Papa. Con quanta soddisfazione dell’animo suo comunicava, dopo ogni udienza, ai suoi affezionatissimi familiari, la benedizione del S. Padre!… Come appariva contento quando aveva trovato il Papa contento, e come si dimostravi afflitto quando l’aveva trovato un po’ afflitto! … Il suo spirito di fede gli faceva vedere in tutto, nella gioia e nelle pene, nelle esaltazioni e nelle umiliazioni, le mirabili e soavi disposizioni della Provvidenza divina, la mano soavemente paterna di Colui «che atterra e suscita, che affanna e che consola». Dopo una gravissima umiliazione subita alcuni anni fa, egli non ebbe una sola parola di lamento; si limitò soltanto a ripetere: «Bonum mihi Domine quia humiliasti me». Anche nell’ultima grave malattia che l’ha portato alla tomba, in mezzo alle pene che lo straziavano, mai si è permesso una sola parola di lamento o di sfogo, neppure con i suoi più intimi. Unica, ripetuta sua esclamazione fu questa: «Vedete quanto ci vuoi bene il Signore, essendosi degnato di chiamarci a fargli compagnia nelle pene». A chi gli chiedeva come stesse, rispondeva: «Dominus voluit contenere eum in infirmitate». Mentre il suo corpo si disfaceva, l’anima sua si elevava sempre più a Dio ed alla contemplazione delle cose divine.

2. Umile ed alto.

Mirabile, in lui, l’accoppiamento della grandezza, e di una grandezza tutt’altro che  comune, con l’umiltà e la semplicità più profonda. Egli infatti percorse sempre, alacremente si, ma con umiltà e semplicità di spirito, le luminose vie tracciategli dalla mano della Provvidenza divina. E poteva asserire con sicura coscienza: « Non ho mai cercato nulla! … Non mi sono fatto mai avanti!». Un episodio. Nell’udienza accordata da Leone XIII ai Padri del Capitolo Generale celebrato a Montesenario nel 1895, il P Lepicier presentò al S. Padre una copia del suo lavoro sulle Indulgenze. Il S. Padre la gradi molto e incominciò a raccontare come precisamente in quel giorno (18 luglio), più di 50 anni prima, egli stesso aveva sostenuto una pubblica disputa su quell’argomento contro il Professore di Dommatica di allora. Poi gli domandò se avesse accettato di far parte della Commissione da poco istituita per l’esame della validità delle ordinazioni anglicane. Ma il P. Lepicier, guardando essenzialmente più all’onere che all’onore, pregò caldamente il S. Padre a volerlo dispensare, non sentendosi sufficientemente preparato, con studi storici e teologici, per affrontare e risolvere un problema cosi grave. Grazioso e significativo l’episodio avvenuto nei primi anni del suo insegnamento. Fu fatto il suo nome come Consultore del Sant’Ufficio. A questo scopo il P. Generale Corrado lo invitò un giorno ad accompagnarlo presso il Commissario, P. Graniello, affinché questi avesse agio di fare la sua personale conoscenza. Ammessi alla presenza del Commissario, il P. Generale, celiando, lo presentò a lui come un nemico acerrimo delle dottrine di S. Tommaso. Il P. Commissario, non avendo compreso la celia, rispose dicendo che la dottrina di S. Tommaso non era tutta di fede e che si trovava del buono anche in altri sistemi. « Siccome non toccava a me rilevare l’abbaglio preso – ricordava S. E. – tacqui e partimmo lasciando il buon Padre nella ferma persuasione che fossi un oppositore delle dottrine tomistiche ». E così la nomina a consultore del S. Ufficio andò a monte; venne, invece, un anno dopo, per il P. Stagni. Ben lungi dal rammaricarsene, il P. Lépicier ne ringraziò il Signore, vedendo nell’accaduto un tratto della sua amorevole Provvidenza, poiché le occupazioni del nuovo ufficio non gli avrebbero dato agio di coltivare, come doveva, gli studi teologici. Tanto era lungi il P. Lepicier, dal bramare e dall’andare a caccia di uffici e di onori! La sua sincera umiltà faceva piegare amabilmente, continuamente la sua grandezza verso i fanciulli, verso i poveri e gli umili. A nessuno egli negava la sua buona parola, il suo dolce sorriso. Rimarranno indelebili nella mente e nel cuore dei ricoverati e del personale di servizio, le affabilissime visite ch’egli faceva ai vecchi del ricovero di S. Pietro in Vincoli. Incantava. Degli elogi, ben meritati, non faceva gran caso. Penetravano il suo orecchio ma si fermavano alla porta del cuore. Sembrava non lo riguardassero. Dava l’impressione ch’egli li ascoltasse non per provarne piacere egli stesso, ma unicamente per far piacere agli altri. Più volte ebbe a dichiarare che le lodi a lui tributate egli le indirizzava senz’altro a Colui a cui solo si deve ogni onore e ogni gloria. La sua delicatezza, la sua finezza d’animo era tale che lo spingeva ad imporsi, si può dire, uno studio continuo sul modo di far piacere ai suoi simili, sul modo di diffondere la gioia nei cuori. Aveva pensieri delicati per tutti, era pieno di delicate e continue attenzioni per tutti. Personalità anche di altra fede religiosa, non sono riuscite a trattenersi dall’esclamare: «È il più compito gentiluomo che abbiamo conosciuto!». Gli episodi – ed i più caratteristici – abbondano.

3. Il Cardinale della Madonna.

Ma la nota dominante della sua vita, quella che le ha dato l’intonazione è Maria, di cui si è dimostrato sempre fedelissimo Servo. «Dopo Dio – così abbiamo letto nel suo testamento spirituale – tutto devo alla Nostra Madre Santissima Maria, che sempre mi ha condotto per la mano, che non mi ha mai abbandonato nei momenti più tristi della vita e che è stata l’ispiratrice di quel po’ di bene che ho potuto compiere. Oh! si degni Essa introdurmi nel Paradiso per contemplarla in eterno col suo Divin Figlio!». Piena la mente, pieno il cuore di Colei che era la sua dolce Sovrana, Egli non poteva fare a meno di parlare e di scrivere di Maria. E ne ha parlato tanto, ne ha scritto tanto e così bene! Egli è il «Dottore Mariano» dei nostri tempi. «Non potete immaginare – diceva – quanto il popolo cristiano goda nel sentir parlare di Maria! Non enim habet amaritudinem conversatio illius, sed laetitiam et gaudium. Oh potessi morire col suo dolce nome sulle mie labbra!». Raccontava poi un grazioso episodio accadutogli nella città universitaria di Cambridge durante le vacanze del 1894. Era il giorno dell’Assunta. Invitato a tenere un discorso sulla solennità, accettò ben volentieri. La mattina seguente, mentre saliva in treno per ritornare a Londra, si precipita sul suo carrozzone un giovane facchino, e rivolgendosi a lui, disse ad alta voce, in modo che tutti sentissero: «Vi ringrazio delle belle cose che avete detto ieri sera sulla nostra Madre celeste; avevo condotto con me parecchi miei amici protestanti, e son rimasti tanto commossi». A lui si deve l’invocazione della Vergine col titolo di «Regina delle Indie». Egli assistette al Primo Congresso Mariano di Livorno, svoltosi nell’agosto del 1895. Prese parte attiva al Congresso Mariano di Torino del 1898, a quello di Firenze, al Congresso Internazionale Mariano di Roma nel 1904, e al Congresso Mariano Nazionale di Portland, organizzato dai Servi di Maria Americani in occasione del VII Centenario dell’Ordine. Solo un amore ardentissimo per la Vergine e per l’Ordine suo poteva spingere il vecchio Porporato ad intraprendere un viaggio così lungo, così faticoso, in pieno periodo estivo. Egli era veramente «il Cardinale della Madonna», come veniva assai spesso, e con sua grande soddisfazione chiamato. Indossò sempre, con vero sentimento di devozione, l’abito nero dato dalla Vergine SS. ai VII SS. Fondatori in memoria dei suoi ineffabili dolori. Frequentemente lo baciava. Anche nell’ultimo giorno della sua vita, quantunque impossibilitato a muoversi, supplicò ripetutamente i suoi familiari a rivestirlo dell’abito religioso della Madonna. Ma la sua estrema debolezza impedì di accontentarlo.

4. Il Testamento spirituale.

Ci piace riportare qui il suo testamento spirituale, scritto sul Montesenario, nella festa dì S. Bonaventura del 1931. Esso da un discreto risalto alla fisionomia spirituale del grande Prelato, poiché ci rivela i sentimenti dell’animo suo di fronte all’ultimo passo: 

« In nomine Domini Nostri Jesu Christi. Amen. Avvicinandosi sempre più il giorno in cui dovrò rendere conto a Dio delle azioni della mia vita, primieramente sento il dovere dì ringraziarlo di tanti favori e grazie dalla Sua mano paterna ricevuti, e particolarmente di avermi fatto nascere da genitori cristiani, di avermi procurato il vantaggio di una educazione buona e di avermi chiamato allo stato religioso e sacerdotale. Anzi, non considerando che la Sua infinita bontà ha voluto pur innalzarmi alla dignità vescovile e cardinalizia. Oh! M sia dato di cantar in eterno le misericordie del Signore. In pari tempo. Gli chiedo umilmente perdono per tutti i mie peccati e per tutte le negligenze mie nel Suo servizio, in romper delle quali, e per maggiormente uniformarmi a Gesù Cristo Signor Nostro, accetto fin d’ora, con pienissima rassegnazione, quel genere di morte che a lui piacerà, con tutte le angustie e i dolori che l’accompagneranno. Accetto pure, in spirito di penitenza, quelle pene del Purgatorio che a Lui piacerà decretarmi. Dopo Dio, tutto devo alla Nostra Madre Santissima Maria, che sempre mi ha condotto per la mano, che non mi ha mai abbandonato nei momenti più tristi della vita e che è stata l’ispiratrice di quel po’ di bene che ho potuto compiere. Oh! Si degni Essa introdurmi nel Paradiso per contemplarLa in eterno col Suo Divin Figlio. Devo pure ringraziare il mio S. Angelo Custode e i miei santi Protettori, fra i quali primeggiano il glorioso S. Giuseppe e i nostri Santi Fondatori. Essendo stato per molto tempo Superiore dell’Ordine, domando umilmente perdono se in qualunque modo durante il mio generalato avessi contristato qualche confratello. Ho tuttavia coscienza di avere intensamente amato l’Ordine, di aver lavorato e patito per il medesimo, e di averne desiderato e cercato l’incremento. La mia ultima raccomandazione è che si ispiri ai nostri giovani un simile amore e un attaccamento profondo alle nostre tradizioni, specie per ciò che riguarda la devozione alla Madonna Santissima Addolorata. E in questo medesimo Ordine desidero morire, raccomandandomi alle preghiere dei miei confratelli».

III. L’OPERA

L’attività scientifica dell’E.mo Lépicier nel campo delle scienze umane e divine ha quasi dell’incredibile. Egli potrebbe ripetere di se stesso quelle parole di S. Beda: «aut discere aut docere, aut scrivere dulce semper habui». E noi potremmo ripetere di lui ciò che fu detto dello Spallanzani: «I suoi lavori sembrano rappresentare piuttosto l’operosità di un corpo scientifico che quella di un solo individuo». Il Santo Padre, nell’elogio ch’Egli fece per la cerimonia dell’imposizione della Berretta Cardinalizia, vedeva «la figura dell’E.mo Lépicier quasi appoggiata ad una imponente pila, colonna di libri da lui scritti». Egli ha veramente irradiato di sua purissima luce tutto lo scibile umano e divino. Ne sono testimoni autorevoli le numerose lettere di elogio ricevute dagli ultimi quattro Sommi Pontefici. La sola enumerazione delle sue pregevoli opere costituisce un mirabile elogio. Egli ci apparisce un vero principe della scuola e della penna.

1. Nel campo scritturistico.

 Abbiamo dieci volumi, vale a dire:

1) Diatessaron seu Concordia Quatuor Evangeliorum, « in unum redactorum cum notis ac dilucidationibus theologicis, exegeticis, historicis et ethnographicis — Vol. I.  Ab Incarnatione ad secundum Pascha vitae publicae D. N. I. C. — Vol. II. A secundo Paschate vitae publicae D. N. I. C. ad festum Encaeniorum post secundum Pascha. — Vol. III. A festo Encaeniorum post secundum Pascha, ad historiam Passionis et Mortis D. N. I. C. — Vol. IV. Ab historia Passionis et Mortis D. N. I. C. ad eius gloriosam Ascensionem… ».

2) In actus Apostolorum Commentarius : Vol. I, cap. I-XVI. — Vol. II, cap. XVII-XXVIII.

3) In Psalmos Commentarii. Duo vol.

4) In Epistolam S. Pauli ad Hebraeos Commentarius.

5) In librum Cantici Canticorum Commentarius.

Sono commenti che nascondono veri tesori di scienza e di pietà. In essi la tecnica letteraria e pedagogica nella distribuzione e disposizione della materia è impeccabile. La ricerca e la esposizione del senso, anche il più recondito dei libri divini è appassionata, diligentissima, felicissima. I raffronti, le differenze di parole e di significato, le nuove prove e i nuovi argomenti vi abbondano. Alle molteplici questioni dommatiche sono bellamente ed opportunamente intrecciate interessanti riflessioni morali ed ascetiche, esposte in un latino terso ed elegante. Alle suddette opere ascetiche, l’instancabile Autore stava per aggiungere il Commentarius in Epistola S. Pauli ad Romanos ed era già arrivato agli ultimi versetti. Ma… su la dotta pagina «cadde la stanca man».

2. Nel campo dommatico.

Abbiamo le sue Institutiones Theologiae Dogmaticae ad textum S. Thomae le quali constano di ben 25 grossi volumi, compendiati in altri tre volumi.

1) Tractatus de Sacra Doctrina, seu. de Stabilitate et progressu dogmatis3ª ed. 2) Tractatus de Deo uno; pars. I: De pertinentibus ad divinam essentiam, nova ed. 3) Pars II. De pertinentibus ad divinam operationem. 4) Tractatus de SS. Trinitate, nova ed. 5) Tractatus de Angelis ; pars I : De substantiis spiritualibus in se consideratis… 6) Pars II : De substantiis spiritualibus relate ad mundi regimen consideratis. 7) Tractatus de opere sex dierum. 8) Tractatus de prima hominis formatione, nova ed. 9) Tractatus de gubernatione rerum cum App. de Theosophia. 10) Tractatus de habitibus et virtutibus. 11) Tractatus de peccato originali, nova ed. 12) Tractatus de Gratia, nova ed. 13) Tractatus de Incarnatione Verbi: pars I: De ipso Incarnationis mysterio, nova ed. 14) Pars II: De consequentibus unionem et de his quae Christus egit et passus est, nova ed. 15) Traclatus de B. V. Maria Matire Dei. Ed. 5 notabiliter aucta. 12) Tractatus de S. Joseph. Sponso Beatissimac Virginis Mariae, 3ª ed. 17) Tractatus de Sacramente in communi. 18) Tractatus de Sacramentis Baptismi et Confirmationis. 19) Tractatus de Sanctissima Eucharistia, pars I : De Eucharistia ut est sacramentum, 2ª ed. 20) Pars II: De Sacrosanto Sacrificio Eucharistico, 2ª ed. 21) Tractatus de Sacramento Poenitentiae, de Excommunicatione et de Indulgentìis. 22) Traclatus de Extrema Unctione et de Ordine. 23) Tractatus de Sacramento Matrimonii. 24) Tractatus de Novissimis. 25) Index generalis oporis theol. 26) Compendium totius cursus institutionum theologicarùm speculativarum ad textum S. Thomae Aquinatis concinnatarum. Tria volumina. 27) Traitè de S. Joseph, Epoux de la très Saint Vierge. 28) La stessa opera in latino. 29) Studia sacra.

Le opere teologiche dell’E.mo Lépicier sono contraddistinte da una indiscutibile ed indefettibile fedeltà alla dottrina del Sommo Aquinate, attinta — secondo i precetti di Leone XIII — dalle stesse fonti di Lui. S. Tommaso, verso cui ebbe un culto inesprimibile, è stato sempre « il suo Maestro, il suo autore ». Egli è un tomista puro, integrale, totalitario, libero dalle sovrapposizioni di qualsiasi scuola. La Somma Teologica, specialmente, gli era diventata così familiare da poter indicare subito a memoria la questione, l’articolo e le parti dell’articolo in cui veniva trattato qualsiasi argomento teologico. La mia dottrina — ripeteva spesso Sua Eminenza — non è mia, è di S. Tommaso: mea doctrina non est mea.

L’alta stima che l’E.mo Autore nutriva verso S. Tommaso, apparisce evidente da tre opuscoli: 1) Sacrae Doctrinae Thomistae studii utilitas demonstrata; 2) San Tommaso, Dottore universale della Chiesa e 3) Studia Sacra. Quest’ultima operetta costituisce una perfetta Ratio Studiorum. Mette in piena luce la necessità di seguire il Testo di S. Tommaso e i grandi vantaggi che ne derivano.

La fedeltà più assoluta e il più sicuro rispetto al metodo, alla dottrina ed ai principii dell’Angelico Dottore fanno riflettere sull’Opera del Cardinale Lepicier tutte le insigni prerogative di questo Sole della Chiesa Cattolica; sicurezza di dottrina, limpidezza di esposizione. Sicurezza di dottrina, innanzitutto, derivata da quella profonda venerazione verso i Libri Sacri, verso le definizioni dei Concilii e verso gli scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa. Giustamente un Eccellentissimo Vescovo qualificava l’Em.mo Lepicier, come auctor tutissimus. La sua fedeltà all’unico grande Maestro, gli da modo di pronunciarsi con tanta precisione su tutte le questioni, anche le più discusse, evitando il nocivo metodo di proporre agli alunni sul medesimo piano, con vano sfoggio di erudizione, le varie sentenze dei teologi, senza far conoscere quid rei veritas habeat. Dietro l’esempio dell’Aquinate, nessuna questione egli lascia in sospeso. Giustamente egli ritiene che non v’è metodo più indegno d’un Maestro di lasciare nell’indecisione lo spirito del suo discepolo. Altra prerogativa della dottrina tomistica è la limpidità di esposizione. Ogni trattato dell’Aquinate forma un tutto talmente ordinato che ciascuna parola si trova al suo posto; ogni particolare è illuminato dal posto che occupa nell’insieme, e, a sua volta, rischiara l’insieme a causa del posto che occupa. Le sue questioni, i suoi articoli, i suoi paragrafi, le sue proposizioni, le sue parole sono come raggi di luce che discendono da un centro luminoso e a questo centro luminoso risalgono, ciascun raggio si trova molto accosto al raggio vicino pur essendo da questo nettamente distinto: si aggiunge ad esso per accrescerne maggiormente la luce, fino a formare il sole. L’opera di S. Tommaso è un organismo vivente. È impossibile cambiarla o mutilarla anche in minima parte senza nuocere al suo carattere essenziale. Bisogna prenderla, dunque, tale quale Egli, il Maestro, ce l’ha data. Così ha fatto l’Eminentissimo Lepicier. Egli ha   seguito passo passo il testo stesso del suo Maestro illustrandolo, difendendolo, aggiornandolo, con tale trasparente chiarezza da abbagliare la mente dello studioso. Possiamo dire senza ombra di esagerazione che il Corso Teologico dell’E.mo Lepicier è uno di quelli che più perfettamente corrispondono alle direttive della Santa Sede la quale ha prescritto la « Somma Teologia » come testo di scuola, non come testo di consultazione, integrato dall’esposizione dell’ordine meraviglioso delle questioni e degli articoli e dalla parte positiva.

3.   Nel campo filosoflco.

Ci ha lasciato le opere seguenti:

1) L’opera dei sei giorni secondo la tradizione e la scienza; Parte I : II mondo, Opera di Dio ; Parte II : I viventi corporei 2ª ed. notevolmente aumentata. 2) Dell’anima umana separata dal corpo, suo stato, sua operazione, 3ªed. 3) Del miracolo, sua natura, sue leggi, sue relazioni con l’ordine soprannaturale, 3ª ed. 4) institutionum logicalium, P. I. auctore Fr. Mag. Gherardo Baldi, O. S. M., edidit et notis locupletavit Fr. Alexius M. Lepicier. 5) Le meraviglie eucaristiche alla luce della filosofia cristiana. 4) De Anima Humana tanquam forma substantiali corporis.

In tutte queste opere l’E.mo Lepicier si rivela filosofo acuto, equilibrato, profondo. Egli esamina spassionatamente tutte le varie questioni agitate dalle varie correnti della filosofia contemporanea, prendendo posizione con profondità e chiarezza di vedute, con sodezza e precisione di dottrina. Anche la sua personale ricerca è rilevante, come è rilevante l’aver saputo conciliare la più rigida fedeltà alla dottrina di S. Tommaso con la più ampia comprensione di tutto ciò che di vero si riscontra nelle moderne ricerche filosofiche e scientifiche. Egli ha attuato mirabilmente la direttiva dell’Immortale Leone XIII: « completare, cioè, gli insegnamenti tradizionali con le nuove scoperte e con i nuovi ritrovati scientifici ».

4.   Nel campo dell’apologetica.

Ci troviamo dinanzi a due poderosi lavori: 1) Les indulgentes, leur origine, nature et développement. Sono due volumi tradotti poi in italiano e in inglese (4ª ed.): 2) The Unseen World, an exposition of Catholic Theology in its relation to Modern Spiritism. 3ª Ed.. Di quest’opera — giudicata da molti la più completa e sicura in tale difficile materia — abbiamo la traduzione in olandese, in italiano « Il Mondo invisibile » (2ª Ediz.) ed in francese.

5. Nel campo dell’ascetica.

Indelebile l’impronta lasciata dalla sua pietà in un numero considerevole di opere ascetiche, ciascuna delle quali ci si presenta conio un vero capolavoro. Basti semplicemente elencare: 1) Gesù Cristo, Re dei nostri Cuori, 2ª ed. E’ tradotto in francese, in inglese e in tedesco : 2) The Mystery of love. Thirty considerations on the Blessed Eucharist, with examples. È tradotto anche in Italiano ; 3) Sacerdos Alter Christus. L’Eucaristia, centro di vita e di attività sacerdotale. E tradotto in lingua spagnola ed inglese; 4) II più bel fiore del paradiso. Considerazioni sopra le litanie mariane. Con esempi per ciascun giorno. 4ª  ed. È tradotto in francese (2ª ed.) in tedesco, in inglese (2ª ed.), e in ispagnolo; 5) L’Immaculèe Mere de Dieu Coredemptirice du genre humain. È tradotto anche in tedesco; 6) Maria Immacolata, Corredentrice, Mediatrice ; 7) Relations de la tres Saint Vierge avec le tris Saint Sacrement. È tradotto anche in italiano : 9) Maria, vita, dulcedo, et spes nostra… in morte; 10) Il Giglio d’Israele. Considerazioni sopra la vita di S. Giuseppe Sposo di Maria Santissima, con esempi. (3ª ed.); 11) Un fiorellino colto nel Giardino di Maria; 12) Manuale prò patribus et fratribus clericis Ord. Serv. B. M. V.; 14) Manuale dei fratelli conversi 0. S. M.; 15) Vita interior SS. VII Fund. O. S. M. È tradotto anche in italiano; 16) Behold the Mother, Nine Discourses illustrative of the Hail Mary. 17) Our Father ten discourses on the Lord’s Prayer. «I lavori ascetici dell’E.mo A. — notava la Civiltà Cattolica — hanno una efficacia ed una santa unzione del tutto singolare, che loro deriva dallaperfetta fusione che sì è fatta nell’anima di lui fra la profondità della dottrina e la tenerezza della pietà ».

6. Opuscoli vari.

Alla imponente produzione libraria già elencata, si aggiunge un numero rispettabile di opuscoli, sui più vari argomenti. E sono: 1) De Spiritu Sancti a Filio processione. Historica disquisito circa Graecorum a Latinis in hac re dissensum et particulam Filioque in Symbolo additam; 2) S. Tommaso, Dottore Universale della Chiesa. Spiegazione e giustificazione di questo titolo dato da Sua Santità Pio XI a S. Tommaso, in occasione del VI Centenario della sua Canonizzazione; 3) Il Purgatorio dì Dante, alta scuola di cultura letteraria, fìlosofica, religiosa e morale. In occasione del sesto centenario della morte del grande poeta; Maria mediatrice tra Dio e gli uomini nel Purgatorio di Dante ; 5) Sacrae doctrinae Thom. studii utilitas demonstrata ; 7) Gli studi sacri nell’Ordine dei Servi di Maria ; 7) La divina protezione sull’Ord. dei Servi di Maria ; 8) De devotione fovenda erga perdolentem Virginem Dei Matrem ; 9) Discorso per il conferimento dei gradi nell’apertura delle scuole ; 10) Elogium Beatorum Ubaldi de Adimariis, Andreae Dotti et Bonav. Bonaccorsi, O. S. M.; 11) Lettera ai religiosi dell’Ordine dei Servi di Maria reduci dalla milizia; 12) La stessa lettera in lingua inglese; 13) Elogio funebre del P. Sost. M. Fassini O. S. M.; 14) Le Ascensioni del Giusto, Panegirico di S.Giuseppe; 15) Panegirico di S. Genoveffa ; 16) Per crucem ad lucem. Maria desolata, incoronata. Discorsi per la pia pratica della Desolata, il Venerdì Santo ; 17) II Circolo cattolico; 18) Pro Papa et Sacerdotio. I martiri inglesi. Lo stesso in lingua inglese; 19) Panegirico di S. Patrizio in lingua inglese ; 20) Omelia su S. Paolino di Nola; 21) In che consiste l’essenza del Sacrificio della Messa; 22) La Vierge Marie dans le po’eme de Dante.

Sarebbe troppo lungo accennare, sia pure fugacemente, ai principali fra questi opuscoli. Basti un cenno a quelli scritti su Dante, che egli conosceva in buona parte a memoria e di cui ha infiorato tutta la sua produzione teologica. Ne raccomandava spesso, ai suoi alunni, lo studio, e un giorno concluse un suo discorso con questa energica affermazione: « Un Italiano il quale non conosce bene la Divina Commedia non è degno di calpestare questo suolo ! ». Egli fu un Dantista nel vero senso della parola.

7. Il dottore della niente e del cuore.

Nel classico Medio Evo. i grandi luminari della scienza solevano essere caratterizzati dai loro contemporanei con uno di quei titoli che, destinati a sfidare i secoli, avrebbero compendiato ed echeggiato perennemente l’opera loro. Così a Tommaso d’Aquino fu dato il titolo di «Dottore Angelico», a Scoto quello di «Dottore sottile», ad Enrico di Gand quello di « Dottore solenne », ecc… Crediamo che il titolo più appropriato per l’E.mo Lepicier sia quello di «Dottore della mente e del cuore: Doctor mentis et cordis». È questo del resto, il titolo, in termini più o meno identici, più universalmente riconosciutogli dai dotti. Noi lo vediamo espresso, in termini equivalenti, in quelle parole del Santo Padre Pio XI il quale definiva la Teologia del Card. Lépicier «proprio di quella che è la più bella e la più giusta, perché è la più vera ed utile non solo all’intelligenza ma anche all’anima : teologia a larga base di ascetica, ascetica a larga base di teologia». I suoi volumi sono fuoco che risplende e riscalda: «ignis ardens et lucens». Ignorano l’aridità, essendo tutti pervasi da una mirabile unzione. Poiché in tutti i suoi vasti trattati, in tutte le questioni, in tutte le parole, in quel suo «discreto latino» vi si sente palpitare la fede e l’amore di un uomo il quale visse di fede e di amore.Data questa imponente produzione libraria, imponente non solo per la quantità ma anche per la qualità, non senza ragione l’illustre Decano della Facoltà Teologica dell’Università di Québec, Mons. Paquet, scriveva recentemente: «Di quale meravigliosa fecondità è mai dotata la penna di Vostra Eminenza! E quale gloria questa elettissima penna fa irradiare sul mondo teologico e sulla santa Chiesa!».

IV. SERENO TRAMONTO

1. ” Osculetur me osculo oris sui !”

Chi scrive, lo ricorda ancora, come se fosse ieri. Ogni venerdì l’E.mo Porporato saliva il Colle Gianicolense e si portava al suo prediletto Collegio S. Alessio per tenervi una lezione di esegesi sulla S. Scrittura. L’antico professore ritrovava se stesso. Era un onore, anche per gli altri insegnanti del Collegio ritornare discepoli di un tanto Maestro. In quest’ultimo anno aveva scelto il Cantico dei Cantici, e il 25 ottobre tenne la sua prima lezione. Dopo una breve, limpida introduzione storica al celebre libro, incominciò ad esporre il primo versetto: «osculetur me osculo oris sui. – mi baci egli col bacio di sua bocca!». Rilevati i motivi di questo esordio ex abrupto, si propose, al solito, la prima questione: «Quando si può dire che lo Sposo celeste baci l’anima?». Ricordo ancora vivamente la risposta che diede tutta fragrante d’amore divino. «Lo Sposo divino – Egli disse si può dire che baci l’anima fedele prima di tutto nel S. Battesimo quando per mezzo della grazia la rende sua figlia, erede del Cielo; bacia poi l’anima fedele tutte le volte che le si da in cibo nell’almo sacramento dell’Eucaristia; ma sopratutto Egli bacia l’anima fedele – e qui lo sguardo dell’E.mo Professore divenne sfavillante, il tono della sua voce vibrante, commosso – nel momento in cui Egli la introduce nel Cielo…». Sento ancora nel cuore l’impressione di queste ultime parole. Egli sembrava pregustarne la dolcezza. Egli sembrava pregustare la dolcezza di quest’ultimo bacio. E pensai : sarà forse vicino?… Sarà forse il canto del cigno? Anche S. Tommaso, «il suo Maestro e il suo Autore » poco prima di morire commentò il Cantico dei Cantici. Farà altrettanto il suo celebre commentatore e devoto?… Cacciai dalla mente, non senza una certa violenza, il troppo mesto pensiero. Tanto più che S. Em. era allora in abbastanza floride condizioni di salute. Ma quest’ultimo bacio, purtroppo, si avvicinava. E quello sarebbe stato, purtroppo, l’ultimo libro uscito dalla sua fecondissima e dottissima penna.

2. Più vicino al Cielo.

Si avvicinava, intanto la festa del S. Natale. All’antivigilia, tutto il Collegio di S. Alessio Falconieri – secondo il solito – si portò a presentargli gli auguri. Non ci ricevette – secondo il solito – nell’ampia sala del trono, ma ci fece salire nella sala attigua al suo studio. E lì, prima ancora che il P. Priore del Collegio avesse presentato, a nome di tutti, i suoi auguri, il Cardinale incominciò a dire: «Quest’anno il Cardinale vi riceve quassù, in alto, perché quest’anno si sente più vicino al Cielo». Era come se avesse voluto dire: «È l’ultimo anno in cui ci scambiamo gli auguri». Tutti lo compresero e ne furono turbati. Ma egli, quasi per distruggere la sinistra impressione prodotta dalle sue parole, dopo aver soggiunto che «bisognava rassegnarsi a fare la volontà di Dio», incominciò a celiare amabilmente e a parlare di altro. Cacciammo, anche allora, con grande violenza, il lugubre pensiero. Ma, purtroppo, Egli era più vicino, molto vicino al Cielo! 

3.   Fiat!..

Spuntò il primo giorno del nuovo anno. Ai fervidi auguri del suo amato Collegio, egli rispose commentando il motto del suo stemma: «Doce me facere voluntatem tuam!». Ed aggiunse che quella era la preghiera sua pel nuovo anno: chiedere umilmente al Signore di compiere la sua volontà, «sempre giustissima, altissima, amabilissima», e di compierla «prontamente, integralmente e con gioia». L’allusione alla sua prossima fine era più che manifesta. Ci sforzammo, con maggiore violenza, di cacciare nuovamente quella mestissima idea. Ma purtroppo, quelle parole erano il generoso «Fiat» di quell’anima grande dinanzi alle soglie dell’eternità. Il 25 marzo ebbe un’udienza col S. Padre. Per ben due volte, in quel giorno, dopo l’udienza, egli ricordò allo scrivente, con sua grande soddisfazione, quel suo ultimo atto di ossequio al grande Vicario di Cristo.

4.   Sul letto del dolori.

Verso la metà di febbraio si vedeva deperire a vista d’occhio. Si muoveva a stento. Non cessò tuttavia dal lavoro. Sottopostosi ad una visita medica fu riscontrata un’anemia perniciosa. Reso consapevole del suo stato, dichiarò che era pronto al gran passo, e che moriva contento. Quella medesima affabilità verso tutti che gli era quasi congenita, egli continuò a dimostrarla fino agli ultimi momenti. Cinque giorni prima della sua dipartita, si trattenne a lungo, con tutta affabilità con lo scrivente, e, quasi ripensando al nobile scopo di tutta la sua nobile vita, lo licenziò benedicendolo con effusione e raccomandandogli vivamente di difendere sempre la sana dottrina, senza guardare in faccia a persona: «sine personarum acceptione». 

La mattina dell’ultimo giorno (il 20 maggio), non appena vide entrare il Dottore nella sua angusta cameretta, «Dottore — gli disse — ce ne andiamo in Paradiso!». E il Dottore, vivamente commosso, si vide costretto ad abbandonare immediatamente la cameretta senza proferire parola.   Ricevette poi, con edificante pietà, in piena lucidità di mente gli ultimi Sacramenti, amministratigli dal Rev.mo P. Generale. Dopo l’Estrema Unzione, abbracciò con amabile effusione l’E.mo Card. La Puma, presente al sacro rito, e lo ringraziò di quanto aveva fatto per lui nel tempo in cui era stato suo Segretario nella S. Congregazione dei Religiosi. Verso le tre pomeridiane, sentendosi quasi finito, chiese egli stesso al suo Segretario, il P. Brasa, la raccomandazione dell’anima. E siccome questi si dimostrava molto esitante, egli stesso prese il rituale, lo apri e glielo pose tra le mani invitandolo nuovamente ad incominciare il «Proficiscere». Il P. Segretario, facendosi violenza, lo accontentò. Ma ben presto «negò il pianto alle parole il varco». Continuò Mons. Fontanelle, ivi presente, poiché il moribondo faceva cenni che si continuasse.

«L’Osservatore Romano» cosi descriveva il sereno tramonto: «L’aggravamento delle condizioni di salute del Cardinale Alessio Enrico Maria Lépicier manifestatosi in modo preoccupante nella serata di martedì, andò, purtroppo, sempre più accentuandosi il giorno seguente. Ormai ben scarse erano le congetture di qualche mutamento benefico: il Cardinale veniva chiamato dal Signore alla vita eterna. Con intenso ardore egli raccolse le sue ultime energie per il gran passo. A chi gli ricordava le sue opere teologiche, i tanti scritti in gloria di Dio rispondeva con commovente convinzione: “tutto ciò è secondario: l’importante per tutti, è di servire ed amare Gesù”. Poi come ripensando a tanti decenni di ininterrotta attività di studi severi e di elargizione generosa delle divine cognizioni, soggiunse: “Adesso potrò vedere se ho ben scritto il trattato sulla separazione dell’anima dal corpo”. Significativa espressione di rettitudine, di conforto anche e di vivida speranza. Nel pomeriggio il medico curante dott. Escalar pronosticava non lontana la catastrofe. Un folto gruppo di Servi di Maria circondava il letto semplicissimo, nell’angusta cameretta ove il Cardinale giaceva. Con fatica, ma con visibile fervore, il malato si univa alle preci, spesso rinnovando l’offerta di sé al Signore, in piena e serena conformità ai divini voleri. Ai suggerimenti di cristiane certezze e di filiale abbandono in Dio egli rispondeva, non potendo più con la parola, con gesti di premurosa adesione, non mancando, a sua volta, di benedire gli astanti che imploravano un suo caro ricordo. Allorché poi il nome di Maria, la Celeste Fondatrice della cara Famiglia dei Servi, veniva chiamato e ripetuto, il volto del morente, fatto diafano dalla lunga sofferenza, si illuminava come di improvviso splendore, lo sguardo si ravvivava e le labbra esangui vibravano in sommessa, filiale adesione nel ricorso alla dolcissima Madre. E parve a tutti veramente che Ella, circondata dai sette Santi e da tutti gli altri gloriosi, germogliati dalle mirabili fioriture del Senario, assistesse, in modo specialissimo, al pio transito di questo illustre figlio del Suo Ordine. “Ave maris Stella … iter para tutum”: il religioso fedele, sacerdote esemplare, dotto teologo, direttore di anime, Principe della Chiesa, raccogliendo i tanti meriti d’una esistenza interamente fedele, aderì con un sorriso alla efficace invocazione e piamente, come si conveniva all’atto solenne dell’assoluta obbedienza, dell’offerta suprema, s’avviò a Dio. La preghiera continuò, in immediato, devotissimo suffragio. Erano le 22. Qualche padre si ritirò nella Cappella a recitare il Divino Ufficio: il Maturino dell’Ascensione ».

Così abbandonava questa valle di lagrime l’E.mo Lépicier, lasciando all’Ordine suo ed a tutta la Chiesa una preziosa eredità espressa nelle due luminose parole: Fede e Scienza. Fede vivamente sentita, integralmente professata, intensamente vissuta. Scienza appassionatamente cercata, largamente posseduta, mirabilmente illustrata e difesa. Non esagerava davvero l’E.mo Laurenti, allorché mesi fa, nel Congresso della  Bonne Presse», tenuto a Roma, salutava nel Card. Lépicier «uno dei più degni Principi della Chiesa ed uno dei più grandi figli della Francia».

Per uomini di tale e tanta grandezza la morte depone il suo lugubre ammanto: non è morte, ma vita.

[FONTE]

Figure già trattate sul sito (sono escluse le innumerevoli figure trattate sulla pagina Facebook)

Cardinale Gaetano de Lai

Cardinale Bernardo Dovizi detto il “Bibbiena”

Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster O.S.B.

Cardinale Ercole Gonzaga

Cardinale Domenico Serafini OSB

Cardinale Clemente Micara

Cardinale Ranuccio Farnese

Cardinale Francesco Sforza di Santafiora

Cardinale Ernesto Ruffini

Cardinale Gil Albornoz

Cardinale Miguel Paya y Ricò

Cardinale Edward Manning

Cardinale Vives y Tuto

Cardinale Carlo Oppizzoni

Cardinale Giulio Maria della Somaglia

Cardinali Antonio Marzato e Carlo Odescalchi

Cardinali Luigi di Guisa e Robert de Lenoncourt

Cardinale Galeotto Franciotti della Rovere

Cardinale Bartolomeo d’Avanzo

Cardinale Agostino Rivarola

Cardinale Costantino Patrizi Naro

Cardinale Benjamin de Arriba y Castro

Cardinale Isidoro di Kiev

Cardinale Fabrizio Ruffo

Cardinale Bertrando del Poggetto

Cardinale Alojzije Viktor Stepinac

Cardinale Ludovico Scarampi Mezzarota

Cardinale Bessarione di Nicea

Cardinale Giuliano Cesarini

Cardinale Tommaso de Vio detto il Cajetano

Cardinale Philippe d’Alencon de Valois

Cardinale Josif Slipyj

Cardinale Pietro Bembo

Cardinale Juan de Torquemada 

Cardinale Nicholas Wiseman 

Cardinale Alfredo Ottaviani

Cardinale Gabriele de’ Gabrielli

Cardinale Francisco Jimenez de Cisneros

Cardinale Ferdinando d’Asburgo 

Cardinale Adeodato Piazza 

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