Graham Greene e G. K. Chesterton: un’affinità elettiva a dir poco paradossale

di Luca Fumagalli

Per quanto Graham Greene non abbia mai nascosto il profondo amore che nutriva per le opere di G. K. Chesterton, è innegabile che tra i due scrittori vi sia un solco profondissimo, che li colloca praticamente agli antipodi. Si dice che i poli opposti si attraggono, e per Greene fu effettivamente così: «Chesterton descrive la natura in modo bizzarro. Nelle sue pagine un tramonto è praticamente come il cromo. Non a caso voleva essere un pittore – un qualcosa che a me manca. Io penso di vedere il mondo in bianco e nero, solo occasionalmente con un tocco di colore».

Chesterton (1874-1936) apparteneva a quella folta schiera di intellettuali inglesi che, a inizio secolo, sull’onda lunga della contestazione all’imperante nichilismo moderno, aveva trovato nella Chiesa di Roma una casa accogliente. Il suo spirito apologetico, così come quello dei suoi amici più stretti – Hilaire Belloc in testa –, era basato su una Fede granitica, esattamente l’opposto del cattolicesimo “agnostico” di Greene (1904-1991), al limite dell’eterodossia, lacerato da dubbi e tormenti. Tra i due non mancano importanti analogie – Greene, per esempio, era parente, da parte di madre, di Robert Louis Stevenson (a cui Chesterton dedicò un saggio biografico) e per certi versi si può dire che i suoi romanzi sono proprio un incrocio tra Stevenson e Chesterton: avventura, esotismo e un terribile gusto per il paradosso –, ma altrettanto evidente è il loro appartenere a epoche teologiche (più che storiche) profondamente differenti.

Di certo c’è una ragione psicologica più profonda che giustifica l’attrazione di Greene per Chesterton. In occasione di un’intervista per il numero del 12 marzo 1978 dell’«Observer», descrivendo Chesterton come «un altro poeta sottostimato», Greene lo comparava addirittura a Eliot: «Si metta La ballata del cavallo bianco a confronto con La terra desolata. Se dovessi rinunciare a una dei due poemi, non sono sicuro che … bè, comunque, diciamo che rileggerei La ballata più di frequente». Niente come la gioia e l’innocenza della Ballata contrasta così drammaticamente con i lavori di Greene. Forse quest’ultimo la concepiva come una sorta di antidoto contro il suo viscerale pessimismo, contro quello che Joseph Pearce definisce beffardamente «la sua terra desolata carica d’oscurità». Leggere Chesterton, inoltre, era un modo per osservare il mondo da un punto di vista alternativo e arricchente.  

Vivien, la moglie di Greene, sembrava pensarla proprio così: «Molti degli scrittori cattolici più recenti hanno una poetica ombrosa, mentre Chesterton aveva il buon umore. Gli ultimi autori, al confronto, sembrano depressi. Forse ha qualcosa a che fare con quanto sta succedendo nel mondo». Tra l’altro è da segnalare che Greene si convertì al cattolicesimo solo dopo che ebbe conosciuto la futura moglie, anche lei da poco passata alla Fede romana grazie soprattutto all’assidua lettura delle opere di Chesterton.

Nella vita, l’arena del miracolo, possono aver luogo certe “affinità elettive” che a tutta prima parrebbero inaudite. Quella tra Graham Greene e G. K. Chesterton, tra il cantore della dissoluzione e l’amante dell’esistenza, è esattamente una di queste.

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