Il fascista, l’anti-fascista e il quasi-fascista: tre scrittori cattolici sulla guerra civile spagnola

di Luca Fumagalli

Da sinistra a destra: Roy Campbell, Graham Greene ed Evelyn Waugh

«Viviamo in un tempo terribile, di guerra e di sentore di guerra». Queste parole furono scritte da G. K. Chesterton nel Natale del 1935. Il grande apologeta cattolico morì sei mesi dopo, risparmiandosi gli orrori di un ennesimo conflitto mondiale che avrebbe stravolto l’Europa. I suoi contemporanei, al contrario, vennero risucchiati nel vortice della violenza, un dramma montante che ebbe il suo inizio proprio nel 1936 con lo scoppio della guerra civile spagnola.

Tra i molti volontari che da ogni parte dell’Impero britannico partirono alla volta della penisola iberica – chi per sostenere le ragioni dei nazionalisti, chi per sostenere quelle dei repubblicani – spicca il nome del sudafricano Roy Campbell.

Campbell era disgustato dalla desolazione morale in cui versava la società inglese degli anni Trenta, la stessa società che aveva ampiamente canzonato nel suo poema The Georgiad. Deciso a lasciarsi per sempre alle spalle quel dannato mondo, si era trasferito in Spagna con la moglie, «un paese a cui devo tutto, avendo salvato la mia anima». Nel 1935, dopo aver trovato casa nel villaggio di Altea, Roy e Mary si convertirono al cattolicesimo: vennero ribattezzati e risposati, e scelsero come santi protettori rispettivamente Sant’Ignazio di Loyola – simbolo della militanza spirituale – e Maria Maddalena, la donna redenta. In paese si celebrò l’avvenimento con una grande festa e i coniugi presero a condurre una vita frugale, riportando ordine in un’esistenza che fino a quel momento era stata decisamente poco esemplare. Fu così che Campbell, al colmo dell’entusiasmo, poté scrivere a un amico di essere finalmente «nella terra dei miei sogni».

Ma quell’idillio era destinato a durare ancora per poco; si stava avvicinando la guerra e Campbell ne era consapevole: «Non ci può essere compromesso in un conflitto tra est e ovest, tra la crudeltà e la Fede, tra il progressismo irresponsabile […] e la tradizione, tra le emozioni (camuffate da razionalismo) e l’intelligenza […].  Ora è giunto il momento di decidere […] se rimanere neutrali nella lotta […] o se accorrere tra le file dell’esercito di Cristo. Del resto lo stesso Hitler ha detto che i protestanti sono molto più facili da schiavizzare e ingannare rispetto ai cattolici».

Per Campbell, e per quelli come lui, l’«esercito di Cristo» corrispondeva a quello dei nazionalisti, e la scelta di arruolarsi tra i soldati di Franco fu una conseguenza ovvia.

In Inghilterra, lontano dal fronte, gli intellettuali cattolici non erano altrettanto certi. Per quanto le atrocità che i repubblicani stavano commettendo in Spagna (mattanze di sacerdoti e suore, distruzioni di statue sacre e spoliazioni di chiese) fossero ormai note, l’opinione pubblica continuava a considerare il nazismo un pericolo maggiore rispetto al comunismo.

La gerarchia britannica, infine, si schierò compatta per i nazionalisti, ma non mancarono letterati come Graham Greene che espressero più di una riserva in merito. Greene, dopo la sua conversione, avvenuta nel 1927, aveva appreso con sgomento la notizia dell’esecuzione di padre Pro, vittima del governo anti-clericale del Messico (l’episodio, tra l’altro, gli avrebbe ispirato negli anni seguenti uno dei suoi romanzi più famosi, Il potere e la gloria). Un medesimo moto di disgusto lo invase quando la stampa riportò quanto stava accadendo al clero spagnolo; nonostante ciò, Greene continuava a preferire il comunismo rispetto al fascismo, stimando il primo più simile al cattolicesimo, anch’esso basato sull’amore (Campbell, all’opposto, aveva descritto il comunismo come una volgare parodia del cristianesimo). La complessa posizione dello scrittore – che, da simpatizzante della sinistra, mai avrebbe potuto parteggiare per Franco – si risolse in un’apertura a favore dei baschi cattolici che combattevano a fianco dei repubblicani. L’opinione di Greene venne condivisa soltanto oltremanica da Mauriac e da Maritain.

Cosa pensasse il cattolico medio, in Inghilterra, di quanto stava avvenendo nella penisola iberica, è magistralmente compendiato da Evelyn Waugh in una risposta che l’autore diede nel 1937 a un questionario in cui gli si chiedeva – a lui come ad altri intellettuali – se preferisse i nazionalisti o i repubblicani: «Se fossi uno spagnolo certamente combatterei a fianco di Franco. Da inglese non sono nell’imbarazzo di dover scegliere tra due mali. Non sono fascista e non lo sarò mai, almeno fino a quando non ci sarà nessun’altra alternativa al marxismo».

Campbell, Greene e Waugh, tra i più grandi letterati britannici del Novecento, pur condividendo la medesima Fede, ebbero un giudizio piuttosto diverso, per non dire diametralmente opposto, sugli anni tormentati della guerra civile spagnola. Quanto da loro scritto testimonia la confusione che regnava al tempo tra i cattolici, anch’essi vittime di quella follia fratricida che stava soffocando un continente e che presto avrebbe trovato il suo tragico epilogo nella Seconda guerra mondiale.

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