Il Natale e la Regalità Sociale di Cristo

di Giuliano Zoroddu

Raffaello Sanzio, Incoronazione di Carlo Magno, 1516-1517, Stanza dell’Incendio di Borgo (Vaticano). San Leone III ha le sembianze di papa Leone X, allora regnante, e Carlo Magno, le sembianze di Francesco I di Francia. L’affresco allude al Concordato di Bologna del 1516


Sebbene la Regalità del nostro Signore Gesù Cristo sia oggetto della festa della Epifania, essa si manifesta visibilmente e nella sua natura sociale anche il giorno di Natale quando la Santa Madre Chiesa adora e ci fa adorare il mistero ineffabile, che è pure evento storico e culmine della storia, dell’Essere sussistente in se stesso, Atto purissimo e Pensiero di pensiero, che si fa Carne, che si fa Bimbo, ricevendo dal Padre “ogni potestà in cielo e in terra”[1]. La officiatura Romana acclama: “Magnificátus est Rex pacíficus super omnes reges univérsæ terræ[2] e nella triplice offerta del Sacrificio ricorda più  volte, con le parole degli antichi Profeti, la regalità di quel debole Pargolo che la Verginità di Maria donò al mondo come Salvatore e Redentore: “Dóminus regnávit, decórem índuit: índuit Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se virtúte[3].

La Provvidenza stabilì dunque che il 25 dicembre si verificassero alcuni eventi fondamentali che esprimono pienamente quella verità oggi tanto dimenticata della nostra santa fede cattolica che è la regalità sociale di Gesù Cristo, la quale come, insegna Pio XI si fonda sulla unione ipostatica

«Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che”egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza”(In Luc., 10); cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore […] D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio»[4].

E soggiacque a questo supremo arbitrio dell’Uomo-Dio l’imperatore Teodosio Magno sia quando il 27 febbraio del 380 emanò il famoso editto di Tessalonica:

«Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all’insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste».

Ma ancor di più quando il 25 dicembre di dieci anni dopo si umiliò in penitenza ai piedi di sant’Ambrogio di Milano per chiedere di essere riammesso alla comunione ecclesiale (cosa che poi avvenne).

Sempre il 25 dicembre, nel 496, san Remigio battezzava il Re dei Franchi Clodoveo il cui regno, primo fra quelli barbarici, tutti infestati dall’eresia ariana, fece ingresso nel regno di Cristo, principalmente la Chiesa Romana, “regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: [che] stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre”[5]. E mentre le acque lustrali santificavano questo ingresso, per il quale la Francia si gloria dell’appellativo di “fille aînée de l’Église”, il santo Vescovo intimò al regale neofita di sottomettersi al Re dei re e Signore dei signori, che vediamo Bambino nella greppia di Betlemme: “Mitis depone colla Sicamber: adora quod incendisti, incendi quod adorasti[6].

E infine il 25 dicembre dell’800 san Leone III incoronava in san Pietro Carlo Magno Imperatore dei Romani in nome e per la autorità del Cristo divino, Verbo incarnato.

«Dio fece due grandi luminari, il luminare maggiore per governare il giorno, e il luminare minore per governare la notte. Questi due luminari fece Dio in senso letterale, come si legge nel Genesi (I,16). E tuttavia al senso spirituale fece i detti luminari, cioè il sole, che è il potere ecclesiastico, e la luna, cioè il potere temporale e imperiale, per reggere lʼuniverso. E come la luna non ha nessuna luce, se non la riceve dal sole, così nessuna terrena potestà ha qualcosa, se non ciò che riceve dal potere ecclesiastico. […] Come infatti il Padre ha dato al Figlio il potere non nel tempo, ma nell’eternità, così il Cristo all’uomo e Vicario di Cristo diede il potere nel tempo, perché abbia il diritto di costituire lʼImperatore e di trasferire lʼImpero»[7].

 Il Verbo che ha preso una carne materiale e visibile vuole che per mezzo della sua Chiesa Romana si incarni nella società civile la sua Rivelazione. Ecco la Christianitas, il vero Ordine, la realizzazione piena della Regalità sociale di nostro Signore Gesù Cristo:

«Tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare. Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine. E certamente tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri: e a ragione se ne sarebbero potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al magistero, ai disegni della Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina”»[8].


[1]  Matth. XXVIII, 18.

[2]  “S’è mostrato magnifico il Re pacifico su tutti i re di tutta quanta la terra” (Seconda antifona dei Primi Vespri della Natività).  La prima antifona è simile: “Rex pacíficus magnificátus est, cujus vultum desíderat univérsa terra” (Il Re pacifico s’è mostrato magnifico; il suo volto tutta la terra desidera di vedere). A Mattutino si legge inoltre il passo di Isaia: “Ci è nato un Pargoletto, e ci è stato dato un figliuolo, che porta sulla sua spalla il distintivo del suo principato: e si chiamerà col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio, Forte, Padre del secolo futuro, Principe della pace” (IX, 6).

[3] “Il Signore regna, si ammanta di maestà: Il Signore si ammanta di fortezza, e si cinge di potenza” (Alleluia della Messa dell’aurora).  Il Graduale della Messa di Mezzanotte ricorda il Messia, re trionfatore, che pone i suoi nemici sotto i suoi piedi (cfr. Ps CIX, 1); gli Introiti delle Messe dell’Aurora e del Giorno ricordano gli attributi regali che Isaia profetizzò dell’atteso Messia (cfr. Is IX, 2, 6) e al suo santo Trono fanno riferimento le antifone all’Offertorio.

[4] Pio XI, Quas primas, 11 dicembre 1925.

[5] Dan. II, 44.

[6]  “China la cervice, o mite Sigambro: adora ciò che prima hai bruciato e brucia ciò che prima hai adorato” (San Gregorio di Tours, Historia Francorum, II, 31).

[7] Bonifacio VIII, Monumenta Germaniae historica, Leges, Sectio IV, Const., IV, pars I, Hannover-Berlin 1826

[8] Leone XIII, Immortale Dei, 1° novembre 1885

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